sabato 21 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: It, La Babysitter, The Devil's Candy, The Monster

Il mostro sotto la pelle del clown ballerino andava in letargo dopo aver fatto razzie. Rifugiato nel suo nido acquitrinoso dove tutti galleggiano, dormiva saltando un paio di generazioni ma non risparmiando loro gli incubi del suo ghigno. Apre gli occhi ogni ventisette anni, e tanti ne sono passati dalla prima volta in cui Tim Curry – caratterista straordinario all'interno di un adattamento altrimenti mediocre – lo ha fatto vivere e uccidere in una miniserie insalvabile, se non vista con sguardo nostalgico. Nonostante l'improvviso passaggio del testimone da Cary Fukunaga al semiesordiente Andrés Muschietti, la seconda vita di Pennywise e la sua caccia all'infante sono state possibili senza slittamenti o delusioni. Presto accolto come l'horror dei record, atteso e apprezzato anche da chi non sta al passo con le infinite trasposizioni del Re, It è la personale rilettura di una pietra miliare che, pur prendendosi qualche libertà e semplificando l'antico potere della sua belva seriale, non snatura il messaggio di un romanzo che parla più dell'umano che del mostruoso. Di adulti pessimi, a cui insegnare la limpidezza dei dodici anni. Di un'infanzia persa tra le fogne e mai restituita al proprietario. Di un'unione che proverbialmente fa la forza. Agli anni Cinquanta del romanzo si preferiscono gli Ottanta, abusatissimi soprattutto sul piccolo schermo ma qui ripresi con discrezione: le sale che danno Nightmare e Arma Letale, un poster dei vituperati New Kids On The Block in cameretta. Se Stephen King usava il dopoguerra per omaggiare il cinema di quegli anni (il suo villain si trasformava ora nella Mummia, ora nel Mostro della laguna), il cambio d'epoca modifica per forza di cose citazioni e referenti. Le paure dei giovani protagonisti, attualizzate, sono purtroppo meno originali (restano il sangue a fiotti dallo scarico e il lebbroso di Neibolt Street, ad esempio, ma l'orribile ritratto che perseguita Stanley sembra richiamare da vicino il secondo The Conjuring, pur non avendo la stessa classe di James Wan nella pianificazione dello spavento). Quello, forse, l'unico neo. Una paura non tra le più raffinate, che ricerca il sobbalzo facile e la fisicità travolgente di Bill Skarsgard. Il Pennywise del figlio d'arte, già vampiro bello e inquieto in Hemlock Grove, è un giullare dall'impressionante mimica facciale, che danza con scatti convulsi, canticchia e gioca con le prede prima di divorarle in un sol boccone. Le sue entrate in scena non sorprendono però: attrazione principale della sua stessa grotta degli orrori, il clown sbuca come un pupazzo a molla e ti fa “Buh!”, fedele agli spaventi basici di un regista sulla buona strada per imparare il mestiere. Muschietti, d'altra parte, riesce alla perfezione laddove mi premeva di più: a inserirsi nel girotondo dei Perdenti senza disturbare, immortalandoli affiatati e tenerissimi al crocevia dell'infanzia. Brillano allora l'esilarante Finn Wolfhard di Stanger Things e le chiome della bellissima rivelazione Sophia Lillis, ma te li prendi tutti indistintamente a cuore. Apprezzi la pienezza dei toni, che comprendono anche qualche grassa risata; il miracoloso senso di appartenenza di chi Derry l'ha visitata con loro giusto l'estate scorsa; il candore di quel bacio dato a Beverly, in un momento critico, preferito all'orgia onirica che mi ha sempre disturbato. Ho galleggiato anch'io nella luce dei defunti. E, se non terrorizzato come si legge dappertutto, ne sono comunque uscito emozionatissimo. Da orgoglioso Perdente quale resto. (7,5)

A dodici anni sei troppo grande per una tata. Se però somiglia a Bee, boccoli biondi e tutte le curve al punto giusto, l'occhio ringrazia e l'orgoglio acconsente. Soprattutto se in lei, a conti fatti, vedi non soltanto un sogno erotico ma l'amica del cuore. Restare in piedi sperando di vederla amoreggiare in salotto. E assistere, tuo malgrado, a una mattanza. Questo è l'incubo di Cole, protagonista intelligente e impacciato che di notte scopre che il suo salotto è stato invaso da una combriccola di star televisive (tra loro, Robbie Ammell e Bella Thorne, che divertono prendendosi finalmente poco sul serio) e che la moquette è già chiazzata di sangue arterioso. Serve quello dell'innocente ragazzino, ora, per completare il rito. E lui, che ha paura degli aghi e di mettersi al volante, pavido per natura, non ha intenzione di offrirsi al nemico senza scalciare. Anche se la morte somiglia a Samara Weaving, bella (e brava) come Margot Robbie. La Babysitter, al pari delle recenti produzioni Netflix, conserva cast, foggia e scrittura tipicamente televisive. La commedia horror del prolifico McG, nella sua prevedibilità, ha però vari pregi. Atmosfere finto anni Ottanta, con le nebbie imperiture di Carpenter, le citazioni di Spielberg e un piccolo protagonista che si scoprirà Rambo sognando Risky Business; l'indiscreto divertimento di omicidi sanguinosissimi; due protagonisti che spiccano, quando distolti dall'intento di ammazzarsi l'un l'altra. La Babysitter è un Mamma ho perso l'aereo autoironico e splatter, come se Chris Columbus avesse infine ceduto il pilota a Joe Dante. Da bambino, probabilmente, lo avrei adorato. Da grande meno, ma quanto ridere. (6,5)

La solita casa teatro di un duplice omicidio. Il solito sociopatico a piede libero, che combatte le voci con il rock più duro e miete vittime per placare forse la malattia mentale, forse il maligno. La solita famiglia felice – anche se di metallari fascinosissimi e in armonia, non di borghesi con la puzza sotto il naso – che in quella casa va ad abitare, e con quell'assassino in sovrappeso s'incontra e si scontra. Dall'apprezzatissimo Sean Byrne, già autore dell'adorabile e truce The Loved Ones, ci si aspettava non il solito horror. Poteva sorprendere, The Devil's Candy. Indipendente, ristretto, con una colonna sonora assordante, un quartetto sui generis e un look vintage – occhio alla bellezza dei rossi, alla cura rimarchevole nella composizione. In Italia, arriva al cinema due anni dopo. Per un passo fuori stagione; in ritardo. Perché distribuire in sala un horror passato finora in sordina? Cos'ha di speciale questo home invasion non troppo splatter, non troppo intrigante, in cui l'inquietante figura di Pruitt Taylor Vince fa la maggior parte del lavoro sporco? La motivazione sfugge. The Devil's Candy avrebbe potuto essere uno di quei prodotti di nicchia saltati fuori all'improvviso, invece mi accorgo a fine visione che non lascia scossoni: ennesima riscrittura non detta di Amityville Horror, con una certa simpatia di fondo e il buon gusto di un giovane regista che ho preferito di gran lunga altrove. Caramelle da sconosciuti che parlano col demonio? Accettate solo se a stomaco, e a mente, vuoti. (6)

Una macchina in panne ai margini di un bosco. Una pioggia battente. Un mostro. Bloccate nel veicolo inservibile ci sono l'adorata Zoe Kazan – qui particolarmente intensa, con il personaggio di una giovane alcolista – e una bambina di cui maledice la nascita. Sono mamma e figlia. Si vogliono bene, anche se ricordarselo, tra disintossicazioni, ricadute e fidanzati violenti, è difficile. Per strada, in quel clima già tesissimo di per sé, le sorprende il male: sotto una nuova forma. The Monster è un horror timido, ma un dramma che per i suoi flashback quotidiani e le sue prove attoriali rischia spesso di commuoverci. Come in The Babadook, non è importante lo spauracchio bensì ciò che c'è dietro. I demoni sono quelli della dipendenza, dell'incomunicabilità, e fronteggiarli insieme non presenta sorprese né criptiche chiavi di lettura. Bryan Bertino, già regista di quel The Strangers troppo blando per farsi valere, non osa neanche questa volta. Il suo compito senza errori e senza guizzi, però, complice qualche dramma toccante e la dolce musa del cinema indie, si fa voler bene. Moltissimo. E i figli, anche se nati da genitori vicini all'abisso, impareranno a lasciarsi il buio alle spalle seguendo la luce. A non temere i mostri delle eredità genetiche. (7-)

venerdì 20 ottobre 2017

Recensione: Parla, mia paura, di Simona Vinci

| Parla, mia paura, di Simona Vinci. Einaudi, € 13, pp. 128 |

Era nell'aria che ci incrociassimo. Il desiderio a voce alta di leggerla, così, si è trasformato in un pacchetto blu poggiato sul mio comodino: regalo inatteso di una persona che mi presta ascolto, sempre, e che sa rendere le paure più piccole. L'ultima fatica di Simona Vinci – e uso il sostantivo fatica con cognizione di causa – è un libro senza precedenti, soprattutto considerando una densa biografia che spazia dalla letteratura cannibale al racconto, dal Premio Campiello alla traduzione della poetessa Kate Tempest. Vulnerabile, dolorante, personalissimo, a tal punto che non saprei bene cosa dire. Perché mi si è svelata la Simona donna, non la scrittrice, e confido che alla prossima occasione saprò scorgerla meglio tra le righe. Parla, mia paura suona come un invito a far luce sui mostri invisibili della depressione. Una bestia nera qui braccata, qui immortalata. Le fobie irrazionali, le mancanze sepolte, l'inclinazione alla malinconia di chi triste forse ci è diventato, forse ci è nato e basta.

Sarei morta. Quella notte. E quella dopo. E quella dopo ancora. Avrei continuato a morire finché non sarei morta davvero.

Un orizzonte di notti inesorabili in cui tutto il mondo dorme, ma tu non chiudi occhio. La tentazione di usare qualsiasi cosa – corde, lamette, pasticche – contro di te. Il pensiero incancellabile che soltanto il suicidio possa darti meritato ristoro. La paura obbedisce, da brava: risponde per le rime. Mai filtrata, mai educata. Presenza strisciante, muta, che ti salta al collo e ti succhia il sangue, grazie a una scrittura ora scabrosa, ora ricercata. Simona ne contrasta gli eterni ritorni facendo chiarezza. Chiedendo e offrendo aiuto. Prendendosi cura di sé stessa, con le fughe dall'altra parte del mondo, qualche ora a settimana sul lettino dell'analista, il ricorso alla chirurgia estetica dopo una dieta debilitante. Parla a noi, alla sua coscienza, alle canzoni generazionali di Chris Cornell, a un amico che non c'è. Di un dolore giovane, taciuto per vent'anni, e di una malinconia curata male con l'imbarazzo del silenzio. Della casa vissuta come trappola mortale, e della pace che le ispira il verde dei giardini. Di un figlio all'inizio non desiderato, poi messo al mondo sentendolo estraneo, infine compreso quando a unirli sono arrivate le prime parole balbettate. 

Tu sei la forma del buco
Dentro il mio cuore.

Parla, mia paura è il soliloquio di una signora scrittrice che si spoglia di altre storie per indossare eccezionalmente la propria. Le stava stretta. A lungo, non le è piaciuta. Pizzicava la pelle come certi maglioni d'inverno. Faceva difetto in qualche punto. Ci si sente osservati, infatti; fuori posto. Come se tutti percepissero la bruttezza delle nostre cuciture, delle nostre cicatrici, e la forzatura di un benessere stentato. Onestamente, non ho apprezzato i momenti in cui i toni da saggio tolgono immediatezza alla confessione. Qualche tecnicismo di troppo (soprattutto nel penultimo capitolo dedicato ai meccanismi della sanità in Italia) e un ricorrere alle parole di altri (delle canzoni rock e del cinema d'autore, degli scienziati e dei filosofi) per farsi coraggio e schiarirsi la voce qui e lì. Il monologo sa aprirsi però al dialogo. Con chi dall'abisso ci è passato a nuoto. Con chi per sua fortuna mai ci passerà, ma in caso saprà farsi trovare in allerta; pronto. La via di fuga sono le belle persone che ti sorprendono, di mercoledì pomeriggio, e i libri così. Loro, e cognomi che sembrano imperativi categorici. Simona, vinci.

Le parole mi hanno salvata, ancora una volta.

mercoledì 18 ottobre 2017

Mr. Ciak: Ammore e Malavita, A Ghost Story, La signora dello zoo di Varsavia, This Beautiful Fantastic, The Hero

Al ramo paterno devo l'amore per il musical e la familiarità con l'accento campano. Si canta e si balla in molti dei film che rivedo più volentieri. Si parlava della Napoli sismica, invece, nella mia tesi di laurea. Al quadro generale, aggiungete che i Manetti Bros e il loro Coliandro sono i soli che mi spingono a sintonizzarmi sulla Rai in un giorno infrasettimanale. Sommate i tre fattori, aggiungeteci gli applausi a Venezia, e otterrete l'improbabile ma dirompente Ammore e Malavita. Un Gomorra rivisto e corretto, in cerca della nota giusta e di un briciolo di speranza. Nel musicarello napoletano di colpi di fulmine e pallottole volanti, ci sono: un piccolo boss che, come in 007, inscena la propria morte (lui è il solito Buccirosso, mentre la sua Lady Macbeth è una strepitosa Gerini, con un personaggio iconico come lo fu la Jessica di Viaggi di nozze); un'infermiera che sa più di quanto vorrebbe (Serena Rossi, troppo bella per essere soltanto la voce di Frozen); un sicario incaricato di metterla a tacere (Morelli, ormai attore feticcio, con poche parole, tanti proiettili e troppa matita sugli occhi), che nei ricci scuri di lei riconosce il primo amore. Ci si sfrega le mani. Si affilano i coltelli. Ci si scalda le ugole, ora con effetti esilaranti (Scampia Disco Dance, il rifacimento nostrano di What a Feeling) e ora con brividi a fior di pelle (l'emozionante Bang Bang). Restano il crimine, baci appassionati e rime baciate, risate che contagiano tutta la sala; una fiera aria da film di serie B (la regia è povera, scarna, e si poggia sulla praticità dei droni e la frenesia della telecamera a mano) a cui aggiungere idee bizzarre e perfetti equilibri biologici. Esperimento azzardato ma che centra il bersaglio, Ammore e Malavita è una sceneggiata kitsch, di buon cuore e belle speranze, dove l'amore è 'o vero l'unica redenzione (impossibile non sorridere leggendo i titoli di coda: durante le riprese, scopriamo, sono stati concepiti ben quattro bambini), ma non il solo di cui cantare. Tanto, a Napoli resta sempre il sole. (7)

Lui e lei si amano in questa casa che di notte scricchiola tutta, dal tetto alle fondamenta. Si sussurrano promesse a letto, accarezzandosi, e qualche volte li strappa dalle lenzuola il suono del pianoforte scordato. L'uomo muore. Prima di conoscere i loro nomi, prima di sapere quanto e da quanto si amassero. La donna riconosce il suo cadavere all'obitorio, lo seppellisce, poi va a casa e si ingozza con una torta lunga un piano sequenza. Vomita. Non sa che lui è lì, ma non può tenerle i capelli. Non sa che lui è lì, che la sfiora, eppure non ha dita. Casey Affleck si è alzato dal tavolo autoptico e ora si trascina impotente, con un lenzuolo bianco con due buchi per occhi, nei luoghi in cui ha trascorso la vita con Rooney Mara. Osserva, vaga, aspetta. Forse la luce in fondo al tunnel da seguire, oppure Dio. Forse il momento in cui lei andrà via senza di lui. Chi ci sarà allora da attendere? A Ghost Story, scritto e diretto da un David Lowery tornato alle proprie origini indie dopo la remunerativa parentesi Disney, è un limbo lento e concentrico sul non-senso della vita. Passato, presente e futuro sfociano l'uno nell'altro. La nostalgia infesta le stanze e le epoche, dà eterno tormento e turba il riposo. Melodramma beckettiano dalle suggestioni orrorifiche, a tratti potrebbe apparire troppo provocatorio per essere vero: un attore fresco di premio Oscar che recita con il volto coperto, dialoghi muti e il contrappunto da una colonna sonora da lacrime, sequenze interminabili in cui succede tutto ma non succede niente, uno strano 4:3 dai bordi smussati per formato. Nessuno può sapere che sotto un lenzuolo che evoca spauracchi e risate, attutita ma potente, c'è una tristezza che giorni dopo sto ancora metabolizzando. Il fantasma con la sindrome di abbandono, che non dà peso al tempo o al presentimento che l'amore sia l'ennesimo ectoplasma impalpabile, mi ha affranto e angosciato. Sotto il lenzuolo nessuno può vedere Affleck piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere. Lui e lei devono amarsi ancora, oltre il qui e oltre l'ora. L'uomo è morto. La donna pure: dentro. Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. (7,5)

Gli irreprensibili coniugi Zabinski sono i custodi dello zoo di Varsavia. Scoppia la Seconda guerra mondiale. Di giorno si fingono collaborazionisti. Di notte, al suono del pianoforte, si trasformano in reazionari. I custodi di elefanti e leoni diventano custodi di uomini. Nascondono gli ebrei nel seminterrato, sottraendoli al ghetto. The Zookeper's Wife (nei nostri cinema a novembre) inquadra la tragedia dell'olocausto da un punto di vista inedito. Si è sensibili alla durezza del tema, alle immagini degli animali sofferenti, allo splendore di Jessica Chastain – qui, con la grazia di una diva di altre epoche, è affiancata dall'attore rivelazione del belga Alabama Monroe e dal sempre convincente Bruhl, tedesco ferito nell'orgoglio. Ci sono una sottotrama spionistica, un ritratto di signora, la shoah vissuta in differita nella Polonia assediata. Chi troppo vuole nulla stringe? Il troppo stroppia? The Zookeper's Wife, elegante ma tutt'altro che memorabile, ne esce comunque discretamente. Sulla scia di Storia di una ladra di libri, è una bellissima vicenda ma un adattamento, a malincuore, più giusto che bello. Colpa di un montaggio indegno di una grande produzione, soprattutto in una parte conclusiva con l'acqua alla gola; di una scrittura attenta ai fatti – cinque anni condensati in due ore, con tutti i tagli del caso – e meno ai copioni delle sue punte di diamante. Chiamate poco, però, una vicenda che come il recente Lion emoziona a scatola chiusa. Chiamate poco la forza di una coppia che non scoppia, la purezza degli animali e la cattiveria degli uomini, la persistenza di una natura che resisterà a ogni scempio. (6,5)

Jessica Brown Findlay, orfana inglese che si arrangia come bibliotecaria in attesa di scrivere un romanzo tutto suo, è una ragazza strana e incantevole. Ha innumerevoli disturbi ossessivi compulsivi, e di nero ha i capi nel guardaroba e il pollice. Nemica giurata della natura, ha lasciato che sul retro di casa sua crescesse una piccola giungla. In This Beautiful Fantastic, commedia pastello a metà tra Il favoloso mondo di Amelie e Matilda, ha quattro settimane per trasformare quell'intrigo disordinato in un giardino. Il timore: essere sfrattata. A darle una mano e l'ispirazione necessaria, una ricca galleria di personaggi maschili: lo scorbutico vicino Wilkinson, il romantico inventore Irvine, il contesissimo factotum Andrew Scott. Sognante, dolcissimo e pieno di ingenuità (talora, spiace dirlo, imperdonabili), il film di Simon Aboud ha le pile di libri in salotto, i prodigi della natura e le regole di buon vicinato. La sua fiaba shaby chic a lieto fine, però, non è all'altezza di un titolo che parla di esagerata bellezza. Derivativa, curata, ma fredda e perfettina come solo un certo cinema inglese sa. Semina, sì, ma poco raccoglie. (5,5)

Una voce cavernosa. Baffoni grigi che sfidano la forza di gravità. Pubblicità ridicole, un tiro di erba buona e qualche riconoscimento di poco conto – commemorazioni, quasi, come se fosse già morto. Lee, vecchia gloria del cinema western, sta più di la che di qua: ha una fama in caduta libera, un cancro al pancreas e, in tanti anni di carriera, ha collezionato più errori che successi. Riuscirà a farne una giusta, nel poco tempo che resta? Qualcuno si prenderà a cuore la sua triste sorte? Un regista giovanissimo, che eppure intuisce e sa, cuce un dramma agrodolce su un anziano non così sprovveduto, non così docile, che si adatta alle forme spigolose di uno dei pochi superstiti di un mondo in estinzione – quello degli sceriffi e degli indiani, dei miti generazionali. Il settantatreenne Sam Elliott, una prescenza scenica straordinaria e un fascino che fa sincera invidia, ricerca allora il perdono della rancorosa figlia Krysten Ritter e, involontariamente, trova la tenerezza della bellissima Laura Prepon. E una ragione per risalire la cresta dell'onda? E il coraggio, da vero eroe qual è stato, di vincere la paura dell'ospedale e dell'abbandono? Il suo post scriptum da indirizzare all'attenzione del notaio suona ironico, parzialmente autobiografico, un po' commovente. Come tipico di quei vecchini burberi che si fanno volere bene proprio per il loro opporre strenua resistenza. Come succede quando una sgarbata Hollywood fa in fretta piazza pulita: vedasi il reinventarsi secondo Bojack Horseman. Come piace accada nel bel mezzo di quegli amori alternativi, asessuati, parlatissimi, che prevedono passeggiate sul bagnasciuga e le confidenze più intime. (6,5)

lunedì 16 ottobre 2017

Recensione: Da una storia vera, di Delphine De Vigan

| Da una storia vera, di Delphine De Vigan. Mondadori, € 19, pp. 302 |

Lei incontra lei. La prima: madre di due figli grandi, goffa, in crisi. L'altra, agli antipodi: ghostwriter bella e fatale come Eva Green. La loro misteriosa affinità elettiva – all'inizio soltanto un'amicizia inattesa, poi qualcos'altro, qualcosa di più – sfocia in un mare di sopraffazione e violenza. Fin qui, presto detto. Un thriller anni Novanta, alla Inserzione pericolosa, in cui l'ossesione per l'amante spinge a saccheggiarne i modi, i vestiti e, infine, a violarne l'identità. Magari all'omicidio, sventato da copione un attimo prima dei titoli di coda. Invece, magistrale e ipnotico com'è, francese fino alle ossa, il primo romanzo che leggo della bravissima Delphine De Vigan è più dalle parti di Persona e ai bordi delle piscine del cinema di Ozon, sebbene citi Stephen King e I soliti sospetti. Ne ha tratto un film di prossima uscita Roman Polanski. Il presto detto, la prevedibilità, le mettono allora a tacere un garbuglio metaletterario che vive di citazioni, lusinghe e fumo. 
Perché lei – quella che scrive e che si racconta, l'autrice, ma anche il personaggio principale – è la De Vigan in persona. Divorziata, compagna di un documentarista spesso all'esterno, ora acclamata e ora minacciata dopo un romanzo in cui ha lavato i panni sporchi (i disturbi alimentari in gioventù, il suicidio della madre) al di fuori della ristretta cerchia familiare. Affetta dal famigerato blocco creativo, in bilico tra il successo precedente e il terrore di fallire, non toccherà penna per tre anni.
E perché l'altra, protetta dall'anonimato di un'abbreviazione, è la sua dolce e crudele metà: forse un alter ego fittizio, forse di vera carne, in pagine incalzanti in cui autobiografia ed enigma si alleano a tavolino.

La scrittura è un'arma, Delphine, una dannata arma di distruzione di massa. La scrittura è molto più potente di quanto tu possa immaginare. La scrittura è un'arma di difesa, da tiro, una scacciacani, la scrittura è una granata, un missile, un lanciafiamme, un'arma da guerra. Può devastare tutto ma può anche ricostruire tutto.

L'instabile e vulnerabile Delphine cerca il conforto della narrativa dopo un'opera che l'ha messa a nudo, in pericolo. L., vendicatrice dei torti e inquietante demiurgo, la induce a riflettere sulle leggi imperscrutabili dell'ispirazione e del desiderio carnale; accende le lampadine della creatività e folgora ogni rivale. Chi manipola chi? Quali sono i confini di un thriller psicologico ai limiti della fiction? Quanto c'è di vero nella bugia lunga un libro della De Vigan? Da una storia vera si oppone a una narrazione lineare e coerente. Fa carta straccia del sacro patto fra chi scrive e chi legge. Romanzo allo specchio ingannevole e traditore, la cui penna si scarica un po' a metà per poi ritrovare linfa e inchiostro nell'irresistibile vezzo del finale, mi ha divertito da morire laddove potrebbe frustrare altri. In un rapporto ambiguo e simmetrico, che pretende in cambio di qualche confidenza troppo intima una libbra di cuore e la stesura di un secondo memoir capolavoro, emergono infatti in filigrana i temi realmente predonimanti. L'intreccio non è che una pura cornice ornamentale, perciò, per parlare dell'arte maieutica del processo creativo e del nostro essere voyeur. Attratti dalla cronaca nera, dalle promesse di verità. Desiderosi di sbirciare nei cassetti e nelle menti altrui.

La verità è l'unica cosa che conta.

L'autrice – quella che non sa più scrivere, quella fragilissima, quella che si vede piccola brutta e inadeguata – ci dice che le chiavi di scorta sono al solito posto, sotto lo zerbino. Prego, servitevi pure. Mi racconto, m'invento. E così lo facciamo. Origliamo. Ficcanasiamo. Spiamo, eccitati, le labbra di due donne cha parlano fitto fitto, a distanza di bacio. Apriamo gli armadi che ospitano gli scheletri più privati. Potremmo stimarla, compatirla o perfino deriderla, Delphine. Ci appassioniamo, sentendoci presenze onniscienti e invisibili. Ma è tutto un falso d'autore. Lei resta la padrona di casa. Tiene il coltello dalla parte del manico nonostante tutto. E non si svela. E ci guida con discrezione all'interno, in silenzio, passo dopo passo. I fiori di plastica, i mobili nuovi di zecca, una scenografia di cartapesta. Da qualche parte, in salotto, c'è una libreria. I libri, l'unica cosa a non apparire intonsa. Una donna elegante, di spalle, legge le coste. Un fantasma di professione. Unisce i titoli come fossero parte di una frase lunghissima. In un sopraffino taglia e cuci, ci raccontano una storia: questa. Siamo ospiti in un set cinematografico che presto sarà sgombrato, giusto il tempo di un'ultima illusione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Yael Naim – Toxic

giovedì 12 ottobre 2017

Recensione: Romanzo rosa, di Stefania Bertola

| Romanzo rosa, di Stefania Bertola. Einaudi, € 13, pp. 208 |

Tutti ne abbiamo qualcuno in casa, nascosto strategicamente in seconda fila. Eredità di mamme o zie che li hanno letti e riletti, ispirate dalle pose plastiche in copertina, dalle ambientazioni esotiche e dai toni pruriginosi ma non troppo. Ma sì, lo ammetto: non soltanto in libreria ne tengo ben camuffati un paio anch'io ma, peggio, nelle frequenti crisi di astinenza pre-blog (che brutta bestia, i periodi di magra) ne ho perfino letti due o tre in mancanza di meglio. Si parla di romanzi sentimentali. Quelli con i pediatri scapoli e le infermiere sexy. Quelli con i vampiri e i lupi che convolano a nozze, scortati da una solenne parata di fate madrine. Quelli con protagonisti che non hanno ancora l'età, ma le basse voglie sì. Quelli storici (i preferiti di mia madre, ai tempi) con rosse accusate di stregoneria e inquisitori in tentazione. Gli Harmony sono ribattezzati Melody nel primo romanzo che leggo di Stefania Bertola, autrice che i più mi consigliano da innumerevoli sessioni d'esame a questa parte. Olimpia, mite bibliotecaria sui sessanta, decide di scriverne uno in una settimana, seguendo le indicazioni di un corso di scrittura creativa a cui, intraprendente per una volta nella vita, ha preso parte. Non gliene vorranno le nipoti. Non miagoleranno troppo i suoi coinquilini, due gatti viziatissimi.

Per scrivere un romanzo rosa in una settimana ci vogliono otto giorni.

La protagonista ignora le telefonate, rifornisce il congelatore di Tupperware e, come un'eroina dalla doppia vita, al mattino pende dalle labbra dell'acidissima Leonora (la Stephen King degli amori da edicola, insomma) e di sera batte al computer, intabarrata nel conforto del plaid. E la noia della sua routine, del suo guardaroba monocolore, del suo compassato modo di porsi, la seppelliscono d'un tratto sotto la neve scozzese i personaggi dello stimolante esperimento letterario. La zitella di San Mauro Torinese si nutre di liquirizie e fantasia, infatti, prendendo alle lettera le istruzioni: il sesso deve esserci, purché reso con fior di metafore; le protagoniste sono volitive e orgogliose, ma non abbastanza da non cedere al conto in banca di un uomo più facoltoso; i protagonisti, di solito perseguitati da un tragico passato, hanno sepolto il cuore ma niente è perduto. Meglio abbondare, poi, con marche di abbigliamento, auto sportive, nomi ridicolmente complicati, avverbi di modo e perifrasi barocche quanto basta.

Per la prima volta in vita mia mi addormento sul 61, e scendo al capolinea. Torno indietro a piedi, e mi chiedo se allora non sia soltanto il sonno a generare i sogni, ma anche i sogni a generare il sonno.

Romanzo rosa è una storia nella storia nella storia. Diciamolo meglio. Si articola su tre livelli: il quieto vivere di Olimpia, con attorno i flirt e le liti degli altri aspiranti romanzieri; il vademecum dell'affermata Leonora; i garbugli amorosi fra i fittizi Turquoise (come il colore) e Angus (come la bistecca), lei inventrice di marmellate e lui imprenditore rampante, in una strampalata Scozia di frutti succosi e colpi di fulmine. Come Jane The Virgin, la comedy che da quattro stagioni parodia con intelligenza le telenovelas argentine senza mai diventarne una, così Romanzo rosa si fa apprezzare per la leggerezza studiata e i gustosissimi incastri metaletterari. Si ride, ma con decoro e misura. Si ammirano la destrezza e l'autoironia di una scrittrice che interpreta e canzona le tendenze editoriali, tesse merletti per vecchi canovacci e non rinnega mai se stessa. Rivelando con umorismo e perizia il peso di questa musica leggera. Le sfumature nell'uniformità impenetrabile del rosa confetto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levant feat. Max Gazzé – Pezzo di me 

lunedì 9 ottobre 2017

Recensione: Tutta colpa delle meduse, di Ali Benjamin

| Tutta colpa delle meduse, di Ali Benjamin. Il Castoro, € 13,50, pp. 317 |

Quest'anno sono arrivato impreparato alla sessione d'esami e all'arrivo dell'autunno. Erano lì, e io non avevo fatto neppure il cambio di stagione. Soprattutto: troppo da studiare, e mancavano i romanzi giusti sul comodino. Ne ho iniziati un paio senza successo, ma la colpa era più mia – anzi, dell'organizzazione delle università statali – che loro. Non leggevo da una settimana quando il postino mi ha portato Tutta colpa delle meduse. Ufficialmente, il romanzo per i più piccoli di cui avevo bisogno. Come volevasi dimostrare, l'ho terminato in due sere, scoprendolo degno della bellezza della sua copertina illustrata, dei prestigiosi premi vinti qui e lì, del catalogo di una casa editrice che non sbaglia mai. Lieve, scorrevole, ma dalle riflessioni cruciali (sul tema, sempre per ragazzi, vi ricordo la sorpresa che fu Voce di lupo). Amo i romanzi che si rivolgono a questo target con onestà, meno l'impiego della prima persona; i narratori che scimmiottano le voci dei bambini, rendendosi irritantissimi ventriloqui. Non è il caso di Ali Benjamin, per fortuna, e di una storia che non fa sconti.

Il veleno è una difesa. Più fragile è l'anima e più ha bisogno di proteggersi.

Si parla di bambine che si scoprono adolescenti. Si parla di dodicenni che, nell'estate tra la prima e la seconda media, muoiono: non ci torneranno più, a scuola, sfoggiando l'abbronzatura nuova e qualche macchia di sole sulla punta del naso. Franny è morta annegata. Suzy – figlia di genitori divorziati e con il mito del fratello maggiore, presenza fissa in casa insieme al fidanzato Rocco – non se ne capacita ancora. Perché la sua coetanea nuotava come un pesce, scoppiava di vita, e prima che entrassero in ballo la vanità, le cricche, i ragazzi, era la sua migliore e unica amica. Le cose succedono e basta, le ripetono gli adulti. Fanno spallucce. La protagonista invece rimanda, inventa scuse, pianifica un viaggio impossibile dall'altra parte del globo. Si sente colpevole, e se ne va in cerca di spiegazioni e alibi, con gli occhi che corrono invano alla fine del tunnel. Passata in un attimo dalla parte della ragione a quella del torto, Suzy ha infatti deciso di non parlare più ad anima viva per paura di dire la cosa sbagliata. Di nuovo. 

Non so come fare a dirti: Una volta mi piaceva stare insieme a te, ora non ne sono più così sicura.
Non so come fare a dirti: Per favore, ti prego, non essere un'altra delle cose che cambiano.
Perciò non dico niente.

Ciò che ti rende interessante, a quell'età ha il potere di dipingerti strano e basta – e lei, precoce e intelligente, ha il pallino per le scienze ma è a digiuno di bon ton. Ciò che l'ha unita a Franny (il saperne tanto della natura, ma pochissimo di quella umana) alla fine le ha separate. Una gita allo zoo, nel primo capitolo, suggerisce che è tutta colpa delle meduse: subdole, insospettabili, onnipresenti, stanno invadendo i mari, e chissà che non abbiano punto loro l'ex compagna di scuola. Per risolvere il giallo, tocca ingegnarsi e contattare un esperto australiano; trovare il coraggio che serve. La protagonista, personaggio non senza macchie, rievoca così un rapporto tutt'altro che idealizzato; della sua miglior nemica rispetta il ricordo postumo, gli sgarbi e le colpe. Non sa piangere ai funerali. Non sa perdonarsi. Ha fatto una cosa brutta, e forse non aveva tutti i torti.

Ci sono tante cose di cui aver paura, in questo mondo: fioriture di meduse. Una sesta estinzione. Un ballo di scuola media. Forse, invece di sentirci come un granello di polvere potremmo ricordarci che tutte le creature di questa Terra sono fatte di polvere di stelle. E noi siamo gli unici ad averne la consapevolezza.

La sua ricerca – della verità del dolore, del senso di se stessa – è il cardine di un romanzo dalla faccia pulita, ma di impensata durezza. Dal cuore di medusa. Pulsante e velenoso quanto un buco nero, ma iridescente e immortale. Nel profondo degli abissi di un mare di dolore, in cui si annaspa disperati, non sapendo che il bagnasciuga è lì, alla prossima bracciata.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Lumineers – Dead Sea

mercoledì 4 ottobre 2017

Mr. Ciak: L'inganno, Il gioco di Gerald, Le nostre anime di notte, I peggiori

Una scuola femminile nei boschi. Un frusciare di gonne e chiome. E l'isolamento che, ben presto, viene minacciato dal ritrovamento di un uomo ferito: un mercenario bello come Colin Farrell, finito nella novella più licenziosa di Boccaccio. Il caporale rifiuta Nicole Kidman: come in Stoker, ape regina tiratissima, algida e repressa. Fa innamorare la Dunst, romantica e ingenua maestrina di francese. Si lascia tentare da Elle Fanning, un tornado irresistibile di sguardi in camera e ammiccamenti. A metà tra le passioni dei feuilleton e gli orrori del romanzo gotico – mai distante dai territori della fiaba nera, con personaggi volutamente bidimensionali, senza passato, e castelli nella nebbia – L'inganno accoglie alla porta rovesci di fortuna e inversioni di ruolo. Un gioco di colpe, in cui uomini e donne escono parimenti sconfitti – lo esemplificano le sbarre della straordinaria inquadratura finale. Esempio di cinema d'autore che richiama il pubblico in sala e, a sorpresa, diverte per la scrittura dei dialoghi (molto arguti, a dispetto di una trama esile), l'ultima Coppola è un concentrato di civetteria e tensione erotica che si lascia ammirare con l'acquolina in bocca. Esercizio stilistico pieno di accortezza e ironia, in cui tutto scorre splendido ma banale, incanta con accortezze da bozzetto impressionista (vedasi le attività quotidiane delle allieve, in cui la monotonia è opera d'arte; l'attenzione per le mani e le acconciature, dalla crocchia severa della Kidman alla criniera indomabile della Fanning) e soggioga. Peccato manchi il guizzo. Per nulla distante da ciò che mostrano i trailer, L'inganno è una bomboniera piccola e cesellata in ogni sua componente, ma imperfetta. Se la regista brilla dietro la macchina da presa, resta però imbrigliata nelle maglie delle sceneggiatura – troppo romanzesca, troppo lineare, nonostante la presenza delle tematiche a lei più care (un verdeggiante giardino di vergini omicide, la tipica leziosità di fondo che questa volta non mi ha fatto grande antipatia). E da questo covo di donne e desideri taciuti, che un po' somiglia al paradiso e un po' all'inferno, si esce sì uguali a prima, al contrario del caporale McBurney, ma con lo sguardo pieno di bellezza. Anche l'occhio vuole la sua parte: qui, tutta. (6,5)

Un fine settimana romantico nella casa sul lago, una camicia da notte con ancora il cartellino dell'acquisto, un paio di manette per innocenti fantasie di stupro. Cosa non si fa per salvare un matrimonio che, dopo dieci anni, è già in crisi di identità? A cosa non ci si piega per solleticare l'ego e i boxer di un marito annoiato, che ricorre alla pillola blu e ai giochi di ruolo? E' da uno di questi che prende avvio l'incubo di Jessie: una Carla Gugino straordinaria, che piange, strepita e si sdoppia, con il cadavere del prestante Bruce Greenwood tra le gambe. Un infarto, e la fantasia erotica di una bella coppia di mezza età diventa il delirio di uno degli Stephen King più ardui e intraducibili – purtroppo, una decina di anni fa, del romanzo non ho mai conosciuto la fine, restituito al legittimo proprietario prima del tempo. Una stanza, due personaggi, un flusso di coscienza ininterrotto sul deperire delle relazioni amorose, la fierezza delle donne, i traumi sepolti. Rischioso che si facesse cinema senza scivolare, a tratti, nella noia o nel ridicolo. Per fortuna muove le fila il miglior Mike Flanagan. La sua regia, studiata e mai statica, al sesto film può contare su un cast di tutto rispetto; una sceneggiatura raffinata, quasi di impianto teatrale; qualche trovata particolarmente brillante, ispirata alle allucinazioni di lei, che fa sì che si affastellino ai piedi del letto cani famelici, mostri veri o inventati, presente e passato. Lo spettro di Greenwood, sollevatosi dal tappeto, sobilla così al chiaro di luna e dialoga con la proiezione di un'altra Gugino: quella libera, fresca e pettinata, che non sente né la fame né la sete (ripenso a Buried, a 127 ore) e affronta a occhi aperti i flashback di un lontano giorno di eclissi. Qualcosa si incrina in un epilogo feroce, diluito con lo splatter, la CGI e le spiegazioni di troppo, ma Il gioco di Gerald – trasposizione difficoltosa e sorprendente, in attesa di assistere ai fasti annunciati dell'acclamato It – è un claustrofobico teatrino della mente, tra elaborazione e metafora. Solido quanto la testiera che frena i polsi e la deriva della sua sfortunata protagonista. Profondo come un taglio, nel suo vagare senza pace pur restando fermo immobile. (7)

Essere soli da tanto tempo, con la notte che, a una certa età, mette paura. Perché non passarla insieme, anche a costo che nella minuscola Holt la gente parli e sparli? Suona così, all'incirca, la proposta indecente che Addie fa a Louis nel romanzo postumo di Kent Haruf. Erano vedovi, dirimpettai, e prendevano sonno chiacchierando. Senza pensare al sesso, ma all'amore chissà. Al cinema – si fa per dire, perché Le nostre anime di notte, presentato fuori concorso a Venezia, è una produzione originale Netflix – gli anziani innamorati diventano Jane Fonda e Robert Redford. Lei (che ha sepolto una figlia) senza peli sulla lingua, lui (che ha messo in pericolo i suoi affetti per una relazione extraconiugale) vagamente intimidito all'inizio. Come nel romanzo, si fingono una famiglia attorno al nipotino di Addie, con papà Shoenaerts che alza il gomito e rispolvera di tanto in tanto vecchie recriminatorie. La loro vicinanza, eppure miracolosa, rivela problematiche difficili da ignorare: non sono abbastanza, ottant'anni, per concedersi un po' di sano egoismo? Più fedele del previsto alle pagine rade e laconiche dell'autore scomparso, eccezion fatta per qualche aggiunta che ammorbidisce i toni e amplia un finale altrimenti troppo stringato, il film dell'indiano Ritesh Batra delude a malincuore. Di ingiustificabile foggia televisiva piuttosto che indie, scarico, privo di intimità. Se c'è l'emozione, somiglia più alla leggerezza di un Tutto può succedere che all'inevitabile malinconia delle occasioni perse e ritrovate. Il più grande pregio e il più grande difetto insieme: i protagonisti. Bellissimi, bravissimi: anche troppo. Così tanto da stringersi per l'ultima volta in un compitino troppo piccolo per loro, e da reggerlo interamente; così tanto da tradirla e illuminarla a giorno, questa notte di grilli e confessioni, con la luce di riflettori puntata più sul glamour che sui sentimenti. (5,5)

Fabrizio e Massimo, romani a Napoli, fuggono dall'onta di una mamma truffatrice e crescono una sorella tredicenne. Il primo aspirante avvocato, l'altro manovale in nero. Hanno una Panda scalcagnata, fanno spesa ai minimarket e, se il citofono suona, sono o gli assistenti sociali, o il padrone di casa. Come elevarsi dalla mediocrità, se la Campania nasconde le sue contraddizioni dietro un dito? Come arricchirsi, se alla criminalità spettano le porzioni migliori? Le risposte e le colpe sono da rintracciare nei fumetti. Una maschera (di Maradona), un account cifrato, un'armatura messa su alla bell'e meglio e, con un pene scarabbochiato come simbolo, i protagonisti si improvvisano novelli Robin Hood. Vigilanti che rubano ai ricchi per dare ai poveri, ma sotto compenso. La città e la regia, moderna e fresca, ricordano il cinema dei Manetti Bros. L'idea – eroi di periferia, armati di disperazione e belle speranze – ha il difetto di scontrarsi con il ricordo freschissimo e bellissimo di Lo chiamavano Jeeg Robot. Scapestrata commedia d'azione con i conti in rosso degli italiani e le suggestioni degli americani, da Kick-Ass a Birdman (occhio alla pioggia di luci all'ingresso di un negozietto cinese), I peggiori è meglio di quanto il titolo suggerisce. Merito, soprattutto, di due protagonisti convincenti tanto nei momenti comici quanto nel conflitto (il Lino Guanciale più amato dalle casalinghe italiane e la rivelazione Vincenzo Alfieri, che recita, abbozza e dirige). Si ride spesso e, tocca ammetterlo, più per la scontata verve del dialetto che per la brillantezza della scrittura. Si loda il tentativo, buono soprattutto nella prima metà, di allontanarsi da un cinema piccolo e provinciale. A non decollare, però, è l'indagine, dove un inedito Izzo tenta di incastrare Antonella Attili. Come se si trattasse di una puntata scritta alla buona, eppure decisamente perdonabile, di un serial che potrebbe altrimenti contare sui ritmi e i volti giusti. Un'emozione da poco, per dirla allo Zingaro, a cui chiedevamo tanto così di più. (6)

lunedì 2 ottobre 2017

Recensione: La figlia maschio, di Patrizia Rinaldi

|La figlia maschio, di Patrizia Rinaldi. Edizioni e/o, € 16, pp. 162 |

Due occhi a mandorla, una ragazza sfuggente su uno sfondo giallo ocra.
In libreria sarei passato oltre, immaginando un romanzo dell'estremo oriente – se mi affascina profondamente quel mondo, infatti, non posso dire lo stesso di prose precise e distaccate, che da queste parti stentano a fare breccia. Gli ho concesso un'altra occhiata, poi, complice le belle parole di Silvia: una lettrice che ama le storie dure e le scritture che fanno a brandelli le orecchie; una collega che conosce bene i miei gusti e il mio sadomasochismo. Quel bisogno di romanzi giusti al momento sbagliato. Quella voglia di rimanerci così, di sasso. Alla terza, di occhiata, hanno fatto il resto l'ossimoro contenuto nel bellissimo titolo, le pagine dense, il nome di un'autrice italiana giusto in cima. Ho voluto leggerlo d'urgenza. Nel mio ravvedermi, ho scoperto a ciel sereno la forza di Patrizia Rinaldi. Come nei romanzi della Murgia o della Pietrantonio, ci sono parole centellinate con il contagocce (e, spesso, spandono veleno tutt'attorno); quadri ipnotici di donne che si piegano ma non si spezzano. Con una poetica dal gusto pulp che si disintegra e si ricompone abilmente in quattro punti di vista speculari, l'autrice parte da un viaggio in Cina nei primi anni Novanta. C'è chi compra ninnoli caratteristici; chi cartoline; chi, al ristorante, si intasca un paio di bacchette. Marino, un poveraccio bieco ma irresistibile arricchitosi con traffici illeciti, torna a Roma con una donna per souvenir. La vede, bambina o poco più, china con una roncola fra i campi, e le dà la caccia come un predatore; la compra per soddisfare l'ego e le basse voglie. Acquista alla sua esotica concubina una casa fuori mano. Le mette un collarino di diamanti al collo.

E l'amore contiene dosi di malasorte, va evitato. Sono convinto che i guai accaduti molti anni dopo li hai accompagnati tu per mano.

Felicita, la moglie di lui, felice non è.
Il suo galoppino, Sergio, fa buon viso a cattivo gioco: di quella ragazza indecifrabile e scontenta, infatti, crede di volersi prendere cura.
E cosa pensa nel frattempo Na, che bada maniacalmente alla pronuncia delle erre e al suo padrone, dopo il sesso, chiede il significato delle parole che non conosce ancora? Hanno voci e vissuti diversi, i protagonisti, ma il fascino della Rinaldi fa da unico filo conduttore. L'eccitazione per lo smalto scrostato di Marino. La seconda deflorazione dell'inadeguata Felicita, che si tinge i capelli di blu e va a letto con un sottoposto. La voracità tutta partenopea di Sergio, un buffo misto di contemplazione e bestemmie, e il dispiacere di sentirsi chiamare “padre” da colei che vedrebbe meglio compagna.

Continuo ad amarti. Spesso mi dico che l'amore non si è interrotto grazie all'assenza di quotidianità e all'assenza di amore tuo, ma in fondo non so niente dell'amore. So che ti aspetto, che voglio il tuo bene, che ogni tanto ritorna l'odio o la malagrazia. So che voglio morire prima di te e che il desiderio per le tue carni muta, ma resta.

Chiude il cerchio lei, una Lolita dolente, vestita solo dei capelli e di una bellezza senza pietà, con pensieri che si esprimono nell'italiano più raffinato. Una volgare prurigine può forse cambiare il destino? E se condannare, in realtà, significasse scegliere il male minore? Ci si muove nel mondo, negli anni dello scandalo, nei letti. In gabbie dorate assieme a bestie in calore e a cuccioli indomabili, fra criminali e martiri a cui affezionarsi subito. Si ritorna, infine, dove tutto è iniziato, a dialogare coi fantasmi e il passato, agghindati da gran signora – anche se da alcuni viaggi non si torna mai indietro per davvero. 

Poche cose mi piacciono più della fragilità che si ribella e si difende come può dalle inevitabili notti.

Per assestare uno schiaffo morale a un Paese in cui il controllo delle nascite voleva che le neonate fossero o ammazzate o ripudiate, in attesa dell'agognato primogenito. Per dire sì, io esisto e resisto, anche se dalla fame e dall'infibulazione, dai piedi fasciati affinché restassero piccoli e affusolati, mi ha tratto in salvo il capriccio di un pusillanime che pensava di non dover chiedere mai. A cui ho dato il corpo e negato l'anima: nascosta al sicuro, lì, nelle intercapedini dell'ultimo capitolo.
Il mio voto: ★★★★ +
Il mio consiglio musicale: Oriente - Niccolò Fabi

venerdì 29 settembre 2017

Recensione: Le venti giornate di Torino, di Giorgio De Maria

| Le venti giornate di Torino, di Giorgio De Maria. Frassinelli, € 17,50, pp. 150 |

Torino. Più di ottocentomila anime e un passato denso di storia.
A dominarne le mappe, una perfezione che ha dell'inquietante. Vedendola dall'alto, pare, potresti tracciare le geometrie di un pentacolo a rovescio. Dario Argento ci ha girato non a caso molti dei suoi film migliori, nell'epoca d'oro che fu. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, gli abitanti – educati e discreti, notoriamente ritrosi – hanno tremato, e non per le minacce del terrorismo d'estrema sinistra. Un lungo brivido di paura li ha scossi per venti notti. L'insonnia collettiva, grida di guerra da un capo all'altro della città, statue che facevano a cambio di piedistallo, un insopportabile sentore acetoso nell'aria. Infine, gli omicidi: uomini battuti come clave contro gli alberi, i monumenti, altri uomini. Un decennio dopo, l'Italia ha fatto del suo meglio per dimenticare. Mancavano i mezzi e il coraggio per sondare l'insondabile. Sono sopraggiunti gli anni di piombo e una crisi economica vaga, che ricorda tanto la nostra.

«Lei sa cosa segue di solito nello storie dopo che uno dice: quando all'improvviso...»
«Succede qualcosa di sorprendente, altrimenti che storie sarebbero, mi dica lei?»
«Non sarebbero delle storie.»

Un aspirante giornalista fa domande; indaga a costo della vita. Di lui non sappiamo niente, neanche il nome. Suona il flauto dolce, sbarca il lunario con un lavoro d'ufficio sottopagato e, a tempo perso, cerca piste e indizi. Su un male senza perché, senza inizio e senza fine, che sa insediarsi abilmente nei vuoti – quelli del potere di un Paese allo sbando, quelli della solitudine del cuore umano. Elegante e sospeso, Le venti giornate di Torino è un horror d'annata – un mockumentary, diremmo, se fosse cinema – che è impossibile giudicare con il senno di poi. Pubblicato la prima volta quarant'anni fa e presto destinato all'oblio, è stato rispolverato prima dalla curiosità di un editore statunitense, poi dalla nostra Frassinelli. Cos'è accaduto in quella Torino decadente, quasi post-apocalittica, in cui intervengono prodigiosi giochi premonitori e forze oscure che sarebbe meglio non scomodare? Cos'è stato di Giorgio De Maria, scrittore e musicista piuttosto prolifico, che tuttavia non toccò più penna dopo questa strana inchiesta a metà tra esoterismo e riflessione antropologica?

«Diceva che entro di lui lo spazio era sparito, non ne aveva più per muoversi, per girarsi; disse anche questa frase terribile: se anche volessi uccidermi non troverei lo spazio per morire.»

Ci vogliono un centinaio di pagine per scartabellare tutte le testimonianze e, a una a una, spuntare le domande. In mezzo a malinconici nottambuli che infestano le strade, in cerca della pace del sonno o di un pezzo mancante, e alle sinistre litanie dei Millenaristi. Il tutto, all'ombra dei segreti della Biblioteca: un edificio blindatissimo che custodisce confessioni, segreti, pensieri; intuizione straordinaria che, a modo suo, anticipa quella voglia di lavare i panni sporchi in pubblico, di attirare l'attenzione di tutti e di nessuno, tipica degli odierni social network. Cosa lascia nell'anima un soggiorno scomodo sotto forma di lettura? Un po' di stordimento per il troppo senso di irrisolto. La suggestione sperimentata finora solo con il found footage. L'impressione che, con simbologie e metafore da sciogliere, la lettura della postfazione a cura di Giovanni Arduino, il Félicien Rops in copertina da interpretare, la ricerca sia appena cominciata. 

mercoledì 27 settembre 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman IV | The Sinner

Fuggiva via dalle costrizioni e dagli impegni, nel finale della scorsa stagione: al galoppo. Metteva la macchina in folle e, da lontano, ammirava le corse degli altri cavalli nel deserto. In quel sogno di libertà impossibile, in quella finestra sospesa, BoJack – star degli anni Novanta condannata all'oblio – ha vissuto per un anno. Ha ignorato i messaggi in segreteria. Ha lasciato che i pettegoli sparlassero. Al suo rientro, all'alba di un nuovo ciclo di episodi, trova la casa a soqquadro, un'adolescente ribelle che cerca suo padre e una città in sollucchero per l'elezione del prossimo governatore (è testa a testa tra Mr. Peanutbutter e un'esilarante Jessica Biel). Restano l'accuratezza dei colori pastello, le gioie di un nonsense affidato a un Todd dichiaratamente asessuale, quel realismo che lascia ancora attoniti e commossi. A Holliwoo ci sono insegne monumentali a cui manca la consonante finale; personaggi dello show business con nient'altro che una notorietà insoddisfacente. Cosa conta, se un ruolo da Oscar non aiuta a dormire meglio? Di cosa mettersi in cerca, quando i copioni prendono polvere in un angolo della nostra villetta con piscina? In una stagione intergenerazionale meno cinica e più femminile, insospettabilmente delicata, gli autori esplorano l'arte del racconto e del farsi da parte. Messe un po' ai margini, perciò, quelle spalle comiche di cui non sentiamo troppo nostalgia. Forse meno vanesio, meno egocentrico, perfino un attore in lotta con le sue radici familiari, per una volta, e non con il ruolo della rivalsa. Si riparte, così, dal bilancio di un viaggio in solitaria che non ha portato la pace sperata. E si decide che è tempo di comportarsi da adulti, anche se belli che cresciuti. Per venire a patti, come Diane e Peanutbutter, con i pregi e i difetti della vita in due. Per appendere un fiocco azzurro o rosa alla porta, ed è il caso di una Princess Carolyn in attesa di una cucciolata. Per riscoprirsi figli (da lacrime il penultimo episodio: struggente retrospettiva sulla vita di mamma Horseman, affetta da demenza senile) e improvvisarsi genitori, in attesa dei risultati del test dei DNA e delle fitte dei colpi di scena. (8)

Il sole brilla. Splendida giornata per darsi a una gita al lago. Due innamorati si mettono le mani dappertutto e ascoltano ad alto volume una canzone. Perché, tutta intenta a sbucciare una pera, una tranquilla casalinga si avventa contro il lui della coppia e lo pugnala sette volte? Cora, una sottovalutata Jessica Biel tornata all'intensità dei Bambini di Cold Rock, giura di non saperlo. C'è la scena del crimine. Ci sono i testimoni. C'è la colpevole, che in tribunale non grida invano la propria innocenza. Indaga un ritrovato Bill Pullman, detective in crisi matrimoniale dalle segrete tendenze sadomasochistiche. L'assassina è già in manette, nel thriller antologico ispirato al romanzo di Petra Hammesfahr. Sulle braccia ha i buchi dei tossicodipendenti, ma non saprebbe cosa farsene, dell'eroina. Negli attimi in cui il suo lato bestiale ha la meglio, complice un innocuo brano da falò, commette gesti inconsulti. Si viaggia nei ricordi rimossi di lei – primogenita in un'angosciante famiglia cattolica, con una sorellina confinata a letto a cui spiegare l'amore e il mondo in differita – e lungo i sentieri battuti ora dal marito Cristopher Abbott, ora dallo stesso Pullman, che non si accontentano dell'apparenza delle cose. Inquietanti uomini mascherati, un cadavere scarnificato, i ghirigori di una carta da parati, sesso, un blackout della memoria lungo due mesi. Storia torbida e sanguinosa, mai eccessiva ma affatto edulcorata, The Sinner ha un mistero e una morbosa forma di curiosità (per le perversioni dell'agente di turno e le prime esperienze di una giovane Biel fuori dal nido) da appagare. I contro: scarsa visibilità, in un'estate che ha portato a una disattenzione generale; il fumo negli occhi di una scrittura che rivela trucchi e limiti a un passo da una conclusione in cui, in ballo, c'è poco meno di quanto ci si saremmo aspettati. I pro: le ottime prove dei protagonisti, un sottovalutato caratterista e un'ex icona adolescenziale non più al “settimo cielo”; otto episodi che sanno come non disperdere la suspance e quando fermarsi; il giusto equilibrio tra giallo e viaggio della psiche, tra eleganza e abiezione. (7)

lunedì 25 settembre 2017

Recensione: Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo

| Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo. Marsilio, € 16, pp. 156 |

Una metropoli che cresce. L'indiscreta poesia del bianco e nero.
Su una Vespa, quando ancora non c'erano i caschi obbligatori o la paura di cadere, scorazzano stretti stretti i membri di una famiglia italiana. Immortalati in una foto d'epoca, bellissima perché inaspettata. Lì, al crocevia della vita. L'affermato Giuseppe Lupo, che ho il piacere di leggere qui per la prima volta, è da questa foto che ha immaginato una breve saga familiare tra passato e presente. Chi sono i soggetti? A descriverceli, negli anni del boom economico, la piccola di casa, Vittoria: quella che, nel traffico, è un fagotto di neppure dodici mesi sulle gambe di mamma. Quella mamma che, vittima di un misterioso terremoto emotivo, ora giace in un letto d'ospedale e non ricorda niente: nemmeno loro. La stessa che, mentre infermieri e medici parlano di come si piazzerà l'Italia ai Mondiali, reagisce solo davanti a un rettangolo di carta sbiadito.

«Piano piano la spazziamo via questa montagna che ti pesa.»

Appena ventunenne, nata dalla gioia di far pace dopo musi lunghi giorni e giorni (tutta colpa di un misterioso sbaffo di rossetto sulla camicia del capofamiglia), Vittoria è la sorella minore di Bartolomeo, detto Indiano, che ha gli occhi tristi e una spiritualità vacillante. Come sono usciti due figli simili, cupi e insicuri, da una coppia di innamorati che ai tempi d'oro sognava di sfidare il mondo a passo di danza? Gli anni del nostro incanto sono quelli della Cinquecento per far visita ai nonni, più a sud; del luccichio irresistibile della Rinascente e dei primi pensieri per i danni dello smog; dell'uomo a passeggio sulla luna in uno tutone immacolato. Quando Milano era una promessa rosea, senza manifestazioni giovanili e senza terrorismo, con i capelli ben fissati dalla brillantina e genitori che continuavano ad amarsi di un amore che, nei figli, suscitava insieme invidia e imbarazzo. Come se non ci fossero mai state le liti per un agosto altrove o la cucina da comprare dal nuovo, le mezze parole che lasciano intatta la minestrina a cena, i dolori che ti pietrificano di punto in bianco davanti alla tivù. Mamma, soprannominata Regina, fa la parrucchiera: è una veneta testarda, signorile, un po' distaccata. Papà Louis, "terrone" giunto in Lombardia per la leva militare, fa l'operaio: lo sguardo sollevato verso un cielo atomico, le braccia da boxeur dilettante, il pallone di domenica pomeriggio.

«Siamo venuti a Milano per essere all'altezza di questi anni. Tu capisci? All'altezza di questi anni.»

Lupo, con una sensibilità sorprendentemente femminile, firma 150 pagine – poche, uno direbbe – in cui eppure stanno a pennello il generale e il particolare, la cronaca e Sanremo, i drammi di Vittoria e i nostri. Emozionante, intimo, con la prodigiosa memoria degli elefanti. La migliore forma del raccontare, infatti, è il ricordo. Non c'è una parola superflua, così. Non c'è un'esistenza – si retrocede nelle generazioni, perfino – lasciata indietro. E non c'è vigile urbano a fischiarli, in quella domenica mattina in cui si festeggia la sbarluscenza della Madonnina. Alla ricerca della via Gluck. Di Dio, vivo o morto che sia. Delle scie sovietiche nel blu dipinto di blu. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Città Vuota

giovedì 21 settembre 2017

Mr. Ciak a reti unificate - Aggiungi un post(o) in sala

Sai che c'è di nuovo, di giovedì? 
Che la rubrica a quattro mani di Pensieri Cannibali e White Russian - uno sguardo sui film in arrivo in sala, settimana dopo settimana - ha voglia di cambiare un po'. Le frecciatine fra il Cannibale e Mr. Ford, così, fanno spazio a un ospite. Per inaugurare post uguali ma diversi, guarda un po', hanno fatto posto proprio a me. Onoratissimo, mi siedo in mezzo ai due litiganti. Adesso arriva il bello, e lì li voglio sentire: ragazzi, che si va a vedere nel weekend?

L'inganno
Cannibal Kid: Quale modo migliore per aprire la rinnovata rubrica sulle uscite settimanali, se non il nuovo film della migliore regista del mondo? Sofia Coppola torna con un nuovo attesissimo lavoro e spero che Mr. Ink mi appoggi dagli attacchi del bruto Mr. Ford, che cercherà di convincere il mondo che la Coppola Jr. dopo Bling Ring sia un'Autrice finita, ma non è vero. Se proprio dobbiamo attaccarla, facciamolo per quella cacchiata natalizia di A Very Murray Christmas. L'inganno dovrebbe comunque segnare un ritorno alle sue origini, quelle del capolavoro assoluto Il giardino delle vergini suicide, nonostante il fatto che si tratti di un remake mi lasci un po' perplesso. Il film originale, La notte brava del soldato Jonathan, ho anche provato a guardarlo, ma devo ammettere di aver abbandonato la visione per noia dopo pochi minuti. Sarà che io già non sono un grande fan del Clint Eastwood regista, ma certo che come attore era (ed è) proprio una cagna maledetta, ahahah! Il film è tratto inoltre da un romanzo, che però manco Mr. Ink ha letto. E se non l'ha fatto lui che legge 3 mila libri al giorno, mi sa che non l'ha fatto nessuno né in questo mondo, né sulla città dei mille pianeti.
Ford: Sofia Coppola è per me un'incognita. È riuscita, negli anni, a tirare fuori film sopravvalutati e radical chic - Lost in translation -, produzioni decisamente interessanti - Marie Antoinette e Il giardino delle vergini suicide - e schifezzine inutili - Bling ring -. La notte brava del soldato Jonathan è un classico totale ed un thriller pazzesco e semisconosciuto, che ovviamente io adoro - la coppiata Siegel/Eastwood garantisce -, dunque un remake potrebbe scavare la pietra tombale per la figlia d'arte qui al Saloon, ma chissà. Quello che è certo è che la presenza di Mr. Ink potrebbe spostare gli equilibri di una rubrica troppo spesso rovinata dagli assurdi commenti di Cannibal Kid.
Mr. Ink: Riaprirò un’antica ferita del Cannibale, e chiedo perdono, ma a me Sofia Coppola non è mai piaciuta. Certo, ci sono Le vergini suicide e i fiumi di parole di Lost in Translation, che somiglia tanto a quelle commedie indie che dico io. Certo, dove lascio il buon gusto dell’irriverente Marie Antoinette? Sulla scia della noia di Somewhere, sotto gli zerbini dello stupidissimo Bling Ring. Vorrei dichiararmi scettico, ma L’inganno e il suo cast ispirano. Non abbastanza da recuperarsi quel romanzo troppo datato né da riscoprire il film con un giovane Eastwood che come attore no, non brillava di certo, ma tanto da fiondarsi al cinema.

Valerian e la città dei mille pianeti
Cannibal Kid: Non sono un patito di sci-fi come quel nerd di Ford e Luc Besson mi piace solo a tratti. Questo Valerian che qualcuno (stranamente non io) ha definito uno Star Wars sotto LSD mi attira però parecchio, complice un gran bel cast (Cara Delevingne + Dane DeHaan + Rihanna + Clive Owen + Ethan Hawke) e il fatto che sia una francesata e non un'americanata. Il rischio cacchiata è altissimo, però I want to believe.
Ford: ho sempre detestato Besson. Da prima che iniziassi a detestare Cannibal Kid. Cosa accadrà dopo questa settimana a Mr. Ink? Per scoprirlo non si dovranno girare mille pianeti, ma arrivare a leggere tutta la nuova versione della rubrica.
Mr. Ink: Correva l’anno 1994. Gli estimatori di Forrest Gump e Pulp Fiction guerreggiavano, in tempo di Oscar – scommetto che, almeno per quella volta, il Cannibale e Ford stavano dalla stessa parte della barricata. Da qualche parte, nascevo io. E, crescendo, mi sarei defilato dalla diatriba a modo mio: se penso a quell’annata, infatti, penso a Léon (mio fratello, sapete, non si è chiamato così per un soffio) e poi a tutto il resto del cinema. Ho un occhio di riguardo per Besson, e quanto amo il bianco e nero del suo Angel-A, ma gli effetti speciali a profusione e le due ore e venti di durata di Valerian non mi avranno facilmente. Con buona pace delle sopracciglia di Cara e del lanciatissimo DeHaan, che dal basso del suo metro e un po’ mi colpisce sempre con un carisma non da poco.

Kingsman – Il cerchio d'oro
Cannibal Kid: Il primo Kingsman m'era sembrato un action spionistico decente, una specie di versione più simpatica e teen del vecchio e antipatico James Ford... volevo dire James Bond. Detto ciò, non sentivo per niente il bisogno di un secondo capitolo che si preannuncia guardabile, ma tutt'altro che imperdibile.
Ford: il primo Kingsman mi era parso una robetta uguale a mille altre assurdamente incensata da gente che non capisce nulla di Cinema come Cannibal Kid. Non sentivo affatto il bisogno di un secondo capitolo, ma neppure del mio socio, eppure sono ancora qui a sopportarlo dopo anni.
Mr. Ink: Questa volta scontento entrambi! Quel lato di me che, da bambino, voleva fare l’agente segreto – tra i miei cult di infanzia, accanto a classici grandi e piccoli, ha un posto tutto suo la videocassetta del primo Spy Kids – aveva scalpitato per Kingsman. E se è bene diffidare dai sequel, il villain interpretato dalla Moore, il ritorno a sorpresa di Colin Firth e le prime impressioni diffuse online mi dicono: sta’ un po’ zitto e goditela, ti divertirai da matti. Di nuovo.


Noi siamo tutto
Cannibal Kid: Mr. Ink è un patito di young adult, sia romanzi che film, persino più di quanto lo sia io. Incredibile, ma vero. Ciò nonostante, non ha apprezzato un granché questo Noi siamo tutto. Perché, Mr. Ink, peeerché? Non è che ti stai trasformando in Mr. Ford? La romantica storia di una tipa reclusa in casa che si innamora del suo vicino ha davvero tutto per essere detestato con tutto il suo cuore dal perfido blogger di Lodi. Come Colpa delle stelle, persino più di Colpa delle stelle! Io l'ho già visto e a breve ne parlerò. Domanda retorica: secondo voi riuscirò a criticarlo?
Ford: lo young adult è un genere che ancora fatico a capire, a meno che non si tratti di uno young adult nello stile di Hank Moody. Lascio quindi al finto giovane di questa rubrica Cannibal Kid ed al giovane vero Mr. Ink il compito di dipanare la matassa a proposito di questo film.
Mr. Ink: Ammiccava a Noi siamo infinito, ma sperava di essere il nuovo Colpa delle stelle (in modo diverso, inutile dire, la mia anima teen aveva adorato entrambi). Purtroppo somiglia più a uno di quei filmini leggerissimi, estivi, che arrivano in sala col tempismo sbagliato. Male non gli si vuole, per carità, ma la fuga di Amandla Stenberg – Cannibale, le sue magliette attillate ti ispireranno forse il titolo “Noi siamo tette?” – non convince, neanche chi, in certi giorni, si fa rabbonire come me. Fatto sta, ho lasciato sfitti i miei dotti lacrimali per This is us.

Glory – Non c'è tempo per gli onesti
Cannibal Kid: Per la serie “pellicola autoriale della settimana che solo il Ford de 'na vorta si sarebbe sorbito e ora manco più lui”, ecco Glory, una produzione bulgaro-greca che racconta di un uomo che trova un sacco di soldi su un binario del treno e invece di tenerseli decide di consegnargli alla polizia. Eroe o pirla?
Ford: pellicola che ai tempi avrei scovato in qualche sala deserta di Milano per darmi un certo tono da critico e cinefilo radical. Per fortuna questi tempi sono finiti, ed ora prendo le cose come vengono, in pieno Lebowski style. E spero prenderà non troppo male questa collaborazione anche Mr. Ink.
Mr. Ink: Sono uno spettatore semplice. Mi sono fermato a “produzione bulgaro-greca”.

L'equilibrio
Cannibal Kid: L'equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra. Chi è Vincenzo Marra?
E io che ne so?
Meglio chiederlo a Mr. Ink, che lui se ne intende di cinema italiano, al contrario di Ford che negli ultimi tempi se ne intende soltanto di vacanze.
Ford: l'arrivo di Ink a commentare le uscite in sala accanto al sottoscritto e a Cannibal darà equilibrio a questa rubrica? Non saprei davvero. Quello che è certo, è che questa rubrica potrebbe risultare più interessante del film.
Mr. Ink: Come può parlarvi di un film che si chiama L’equilibrio uno come me, che cade anche da seduto? Se Marra non vi attira, e chi vi dà torto, confidate di vedermi capitombolare dal vivo, un giorno di questi. Di sicuro vi divertite di più.

2 biglietti della lotteria
Cannibal Kid: Una commedia on the road che così, a un primo sguardo, sembra una versione rom di Tre uomini e una gamba e Così è la vita. Potrebbe anche essere simpatico, ma ho le stesse probabilità di guardarlo di quelle che ho di vincere alla lotteria. Soprattutto considerando che io non gioco mai alla lotteria.
Ford: non sono un patito di lotterie e gioco d'azzardo, dunque difficilmente punterò su questo film. Un po' come su Cannibal. Per quanto riguarda Ink, staremo a vedere.
Mr. Ink: A proposito di gioco, ragazzi, punto su altro. Magari sulla conta delle mattonelle del bagno: cose così.

Tiro libero
Cannibal Kid: Una pellicola italiana sul basket, che affronta anche il tema della disabilità?
Pareva un film interessante e coraggioso. Poi ho visto il trailer, che trasuda amatorialità e retorica da tutti i pori. E ho visto che nel cast c'è Biagio Izzo, uno che sta al cinema come Ford sta al... cinema. Ho così capito che questo, più che un tiro libero, è un colpo basso.
Ford: produzione molto casereccia italiana legata ad un tema sociale. Se l'avessero chiamato autogol avrebbe avuto più senso.
Mr. Ink: Ne so poco di sport, figuriamoci di basket. Le mie lacune, sospetto, non le colmerà Alessandro Valori, con Izzo e Conticini in squadra. Non esattamente l’NBA del nostro cinema.