giovedì 30 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Tito e gli alieni, Smetto quando voglio: Ad Honorem, Riccardo va all'inferno

Tito e Anita, rimasti soli al mondo, fanno in fretta i bagagli per il Nevada. Adesso non hanno che uno zio, vedovo malinconico e cronicamente introverso, che possa prendersi cura di loro. Sanno che lì, lontano lontano, dall'altra parte dell'Oceano, fa lo scienziato: lavora in un osservatorio – anzi, un ascoltatorio, verrebbe da dire col senno di poi – in cui interpreta il cielo, le stelle, e ciò che hanno da svelarci. Il bambino sogna gli ufo e non ha mai smesso di chiedere di mamma e papà. La bambina, quasi donna, civetta con i militari e cura ogni animale randagio con la Citrosodina tritata. Dall'Italia, i piccoli immaginavano le luci di Las Vegas, le ville con piscina e Lady Gaga come vicina di casa. Trovano invece un parente sconosciuto, burbero ma di buon cuore, che ha dato a una macchina il nome di Linda, la moglie defunta, e non crede di poter ricambiare le tenerezze di una adorabile Clemence Posey. Trovano invece un modo tutto loro per intaccare quella solitudine siderale. Per ritrovare loro stessi su questa stessa terra, non scomodando né gli extraterrestri né sfidando l'impossibile velocità della luce. Un po' come me, che un pomeriggio sono finito a vedere Tito e gli alieni a sorpresa, a scatola chiusa. E, nel primo film italiano presentato al festival, ho scoperto un piccolo gioiello un po' napoletano e un po' americano, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her. La commozione a un passo dai titoli di coda, i volteggi surreali della macchina da presa e la magia di un ritratto di famiglia all'improvviso, all'ombra dell'Area 51. Perseguitati dal dolore e dal destino come nell'ultimo Lonergan, i teneri “scugnizzi” di Paola Randi interrogano il loro tutore sul senso della vita, della morte, dello stare insieme. Un magnifico Valerio Mastandrea – che alieni, all'inizio, considera soltanto i suoi nipoti da accudire – si imbatte nelle risposte giuste ricercandole per amor loro, e il bello è che a sua volta se ne convince. Quali sono i confini della volta celeste, degli Stati Uniti, della memoria del cuore? Qual è la voce dell'universo, e cosa ti dirà mai? Tito e gli alieni gli parla, sì, e invita a credere fermamente anche uno scettico come me. Che pensava che il dolore, l'abbandono, fossero vita natural durante. L'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle più belle ancora perché rigorosamente a chilometro zero, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Anche lontano dagli occhi, fra le dune roventi e queste stelle che muoiono. (7,5)

Avevo apprezzato ma non troppo Smetto quando voglio. Il primo liquidato in poche righe come carino e poco più, non sapendo ancora ci fossero seguiti in arrivo. Il secondo, invece, per me sbrodolato e tutt'altro che indispensabile, è un commento su Word – altrettanto stringato, ma più netto – che non ho mai avuto voglia di postare sul blog. Vedere in anteprima il terzo e ultimo capitolo, con parte del cast in sala, il regista e i produttori Matteo Rovere e Domenico Procacci, e farsi un selfie al volo con un gentilissimo Neri Marcorè (troppo brutto, però, per condividerlo sui social). Ad Honorem, onestamente, non era tra le mie priorità. Avevo l'abbonamento, e ho detto perché no. Questa mia freddezza, nonostante un pubblico fervente, le risate in sala e una tifoseria ormai nutrita della nota squadra dei ricercatori. O forse proprio per quello: il troppo parlarne, il troppo sopravvalutarlo? Con attese nettamente ridimensionate, dopo quel Masterclass di cui conservavo un po' di noia e ricordi flash, sono tornato dagli spiantati trafficanti di Sydney Sibilia. Dietro le sbarre, separati, ma eccezionalmente riuniti a Rebibbia in attesa di processo. Tocca pianificare una spassosa evasione, se Luigi Lo Cascio – cattivo in cerca di vendetta, spiace dirlo non a suo agio con la commedia brillante – vuole avvelenare La Sapienza con del gas nervino, approfittando delle migliori (o peggiori) personalità italiane lì in riunione. Trattati come criminali, si improvvisano eroi. In Ad Honorem, i soci di Edoardo Leo ripongono l'ascia da guerra contro il Paese che li ha falciati e, in fuga, cercano di salvare l'università che è stata la loro casa. Il mondo intero. Al solito, spiccano le ipocondrie di De Rienzo, la fisicità e le inaspettate doti canore di Fresi e, questa volta, la doppiezza di un Marcorè affascinante anche imbruttito (e abbruttito), come notavano le mie vicine di posto. Gli omaggi non si contano, ed è palese quello a una scena di Lost con i Coldplay in sottofondo. La fotografia resta acidissima, le battute vincenti e i ritmi concitati, la sceneggiatura assolutamente ben orchestrata. Breaking Bad: punto di riferimento sempiterno. Da spacciatori a salvatori fai da te, i ricercatori ricercati di Sibilia sanno come uscire di scena, in una conclusione divertente e degna anche per chi, fino all'ultimo, si è mostrato come me poco entusiasta del progetto. Troppo tu vuò fa' l'americano, forse, per farmelo insierire tra le bellezze di un cinema italiano che, da un paio d'anni appena, ha finalmente bevuto un sorso alla fonte della nuova giovinezza. (6,5)

Riccardo torna a casa. Storpio, assetato di vendetta, brutto ma dalla voce bella. Con quella di un camaleontico Massimo Ranieri, precisamente, ci canta in apertura l'inverno del nostro scontento. Riccardo torna a casa, in un regno fittizio che altro non è che una borgata romana di poveracci arricchiti, e ha una lunga lista di persone a cui farla pagare. L'hanno accusato del crimine più infame. L'hanno chiuso in una clinica psichiatrica per tutta la vita, alimentando con cattiveria aggiunta una natura già instabile e malevola. Riccardo, che nel suo covo segreto ha grotteschi ma irresistibile scagnozzi che somigliano alla versione horror dei Minions, è il principe folle di William Shakespeare. Un uomo senza scrupoli e senza speranza che nel ritorno alla regia dell'innovatrice Roberta Torre – suo il kitsch Tano da morire, a cui tutto deve un Ammore e Malavita – si trasferisce dall'Inghilterra ottocentesca all'Italia post-moderna, dal blank verse al musical più psichedelico. Canta, circondato da figuranti bizzarri, ballerini in latex e scenografie barocche, e mira a rovesciare la regina di una magnetica Sonia Bergamasco – tirata e bionda come Amanda Lear, diverte e ruba a mani basse la scena al protagonista assieme alla sorella di Silvia Gallerano, sensuale Barbie Xanax a un passo dal baratro. Chi è davvero sano? Chi, in definitiva, ha le mani pulite? Si impilano morti ammazzati, ritornelli e stranezze. Pistole dai calci glitterati, teschi con diamanti per occhi, scene pulp. Così lontane dall'intrattenimento di cuore ma realizzato molto alla buona dei Manetti Bros. Da un cinema commerciale che, forse, non avrebbe avuto la stessa spavalderia della Torre nel risultare ambiziosa, presuntuosa, prendendo Shakespeare per vestirlo da un videoclip di Gaga, dal Refn che più divise Cannes. Il difetto: una sceneggiatura che dalla tragedia shakespeariana perde il dolore, la potenza, scegliendo di investire talenti ed energie sui dettagli più piccoli della messa in scena. A quella, ipnotica e psichedelica, gli occhi. Le orecchie, invece, aguzzate per ascoltare i versi (e le canzoni) di un Bardo rock, dark, in una trasposizione – l'ennesima, verrebbe da dire, e invece no – che non lo prende alla lettera, ma ce ne ricorda l'attualità sconcertante. E la sconsideratezza di qualche film italiano che sa stupire e stranire, visivamente e non solo, assicurando che in questi inferni metropolitani e metaletterari ci si diverte molto più che fra gli angeli del paradiso. (7)

6 commenti:

  1. Ciao, PiumeDiCarta ti ha nominato per il Blogger Recognition Award
    http://www.piumedicarta.it/2017/12/blogger-recognition-award.html

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  2. E va beh, bom. Adesso andiamo anche ai festival cinematografici... :)

    Riccardo va all'inferno a livello visivo sembrerebbe anche interessante. Però la colonna sonora e la voce di Massimo Ranieri fin dal trailer mi fanno paura. Parecchia. °___°

    Di Tito e gli alieni non sapevo nulla, ma sembra fare per me. Spero.

    Smetto quando voglio 3 lo vedrò con le aspettative ridimensionate da un secondo episodio che mi aveva entusiasmato molto meno rispetto al primo (che invece avevo guardato in modalità tifoseria).

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    1. Grazie al fratello che mi ospita, null'altro!

      Riccardo va all'inferno, secondo me, ti incuriosirà molto visivamente. Le canzoni sono poche, per tua fortuna, e spesso sono versi in musica (rock).

      Tito e gli alieni, ancora senza distribuzione, forse è il film italiano più bello visto quest'anno a mio dire. Spero possiate vederlo presto anche voi comuni mortali. :-P

      Smetto quando voglio, con aspettative ridimensionate, diverte, sì. Almeno non ho sonnecchiato come davanti al secondo.

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  3. Io continuo ad essere scettica su Riccardo, i Manetti per primi mi han convinta, ma fin là, ci vuole una certa predisposizione per questo tipo di musical e non so se ce l'ho.
    Punto tutto su Smetto Quando Voglio 3, pure io dopo il secondo capitolo ridimensiono le aspettative, ma una capatina al cinema in settimana la farò.

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