sabato 16 dicembre 2017

Recensione: La più amata, di Teresa Ciabatti

| La più amata, di Teresa Ciabatti. Mondadori, € 18, pp. 218 |

Lì per lì erano le geometrie ipnotiche della foto in copertina. Poi quel Premio Strega mancato per un soffio, pare. Infine la sconfitta in favore del mio preferito in gara, il rude ma dolce Cognetti, che sul Corriere della sera aveva ispirato all'autrice tagliata fuori dal carro dei vincitori il resoconto schietto, umano, amaro di un fallimento: l'ennesimo. Perché Teresa Ciabatti, quarantaquattro anni, scrive più e più volte di sentirsi una fallita. Mai parte di niente, taglia i ponti e getta diserbante attorno, inventa scuse e impegni per non accompagnare a scuola la sua unica figlia mano nella mano. Ha sceneggiato diversi film italiani, e ne rinnega un paio dicendo si tratti di semplice omonimia – parlo dei mocciani Tre metri sopra il cielo Ho voglia di te, sì. Ha scritto in precedenza di ragazzine viziate, enfant prodige aspiranti e famiglie disfunzionali – ispirata al suo esordio per Einaudi la commedia di Carlo Virzì, L'estate del mio primo bacio, che all'inizio alla cieca ho istintivamente associato alle ville con piscina e alle capricciose rimostranze della Più amata. Filo conduttore di tutti i romanzi, la vita dell'autrice e i suoi proverbiali panni sporchi. Lavati in pubblico qui, per amore di onestà, sotto gli occhi di lettori un po' voyeur. Per venire a capo del mistero di una vita irrisolta; di un declassamento economico e sentimentale che, durante l'adolescenza, l'ha condannata a rinunciare alla casa più lussuosa dell'Argentario per un buco ai Parioli.

Eppure ricordo anche i momenti di pace, perché c'erano, ci sono stati. Io ricordo i momenti in cui eravamo una famiglia felice.

Nella provincia toscana dei primi anni Ottanta i cognomi sono status symbol. Quello di Teresa e del suo gemello fa prostrare tutta la regione in adorazione. I Ciabatti hanno lingotti d'oro nel cassetto delle mutande, lo staff medico come lacchè e baby sitter, la pazza idea che ci sia del petrolio in Maremma. Tutti i meriti al patriarca, Lorenzo. Chi era davvero e, soprattutto, chi era lo sconosciuto armato che l'ha sequestato per un giorno e basta? Essere sua figlia, impara la protagonista, più aprirti tutte le porte: non sarò mai povera, afferma, né sola. Peccato che gli amici del paese non vogliano lei, ma ciò che rappresenta. Peccato che suo padre – irresistibile bugiardo, traditore, potente burattinaio della storia d'Italia – nasconda una pistola, conti bancari segreti e un'altra vita. Deve averlo capito per forza di cose la moglie esiliata, Francesca, che abbandona il lavoro di anestesista per farlo contento e si ammala di depressione, dormendo a lungo: si procura così il livore della figlia femmina, che la accusa di averli portati troppo lontano da un mondo di privilegi. In salvo.

Ballerina, attrice, conduttrice tv. [...] Ballerina, presidente della Repubblica, il primo presidente donna, santa. Santa Teresa di Orbetello: eccomi, eterea evanescente, incedere sulla spiaggia fino al mare, e non fermarmi, proseguire sull'acqua, camminare sulle acque, con tutti a fare oh, a mormorare: lo sapevo che era speciale. Sono speciale, sì.

Fuori da Orbetello, una Teresa cresciuta nella bambagia – la stessa che ha fatto dell'ostentazione, dei vestiti pacchiani e dei fiocchi dappertutto uno stile di vita – scopre il sesso, l'invidia e la bellezza altrui. Mangia per noia, per dimenticare, e ingrassando rinuncia al sogno del tutù – può sempre ambire alla conduzione di un programma in prima serata, alla presidenza o perfino alla beatificazione però. Non esiste tenerezza. In casa sua tutto ha un prezzo e un doppio fondo: un lato nascosto. C'è del marcio. Come con quella piscina profonda, bellissima, che sotto cela un nascondiglio: un bunker per sfuggire, ma a chi? Ammiccante, egocentrica, forse amata ma tutt'altro che amabile, l'erede dei Ciabatti coltiva nel tempo libero fantasie di stupro e rapimento se in cerca di attenzione; inscena un melodrammatico suicidio ingollando dodici aspirine; minaccia a ogni torto subito di mettere in allerta il Telefono Azzurro.

Se mi guardo indietro, se guardo alla bambina che piroettava sul palco del Supercinema – filosofo, attrice, ministro – posso dire di aver fallito. Sono una fallita di mezza età con una prospettiva di successo che diminuisce anno in anno, ce la farò – a trentun anni – ho ancora qualche possibilità – mi rincuoro a quaranta – non ce la farò mai – mi arrendo a quarantaquattro, riscopritemi postuma.

I ricordi vanno e vengono nell'ordine che preferiscono. Gli epiteti sono di quelli esagerati e immodesti. La Ciabatti parla di sé, e spesso malissimo. Con tanta autocritica e un'onestà contundente che, in definitiva, ha saputo conquistarmi più di uno stile frammentario che ha aneddoti ma non discorsi diretti. Fa antipatia e tenerezza, questa biografia fra fantasia e rievocazione disperatamente in cerca del bandolo della matassa. Di un alibi per giustificare i difetti, i meccanismi di difesa e i lati oscuri di una persona che non sa ancora far pace con il proprio cuore. Questa insopportabile primadonna di mezza età a cui verrebbe da dire ora sta' zitta, ora tranquilla, ché ti ascolto io. Raccontarsi sul lettino dell'analista, perciò, rintracciando al solito in famiglia i germogli del mal di vivere. Scoprendo, per ironia della sorte, che non le appartiene nemmeno questa storia: lei testimone involontaria, altri gli artefici. Come diventare grandi nonostante la confortevole prigione di una campana di vetro? A dispetto di quell'amore bugiardo, e di quel padre che dei bugiardi era il Professore?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Nada – Amore Disperato

mercoledì 13 dicembre 2017

Recensione: L'amore che mi resta, di Michela Marzano

| L'amore che mi resta, di Michela Marzano. Einaudi, € 17,50, pp. 235 |

La figlia di Daria si è ammazzata. Così, all'improvviso. Come una chiamata che una sera ti incastra le viscere in gola e ti fa correre come un matto nel corridoio di un ospedale in cui ti dicono signori, mi dispiace, ma abbiamo fatto tutto il possibile. Il possibile non è bastato a riportare in vita Giada, che ha scelto la morte, e l'ha sciolta sulla punta della lingua con un pugno di ansiolitici. Il cuore non ha retto. Quello di Daria, purtroppo, sì.

L'avevo detto, a tuo padre, che al telefono eri triste. Cioè, non proprio triste. Contratta, come rassegnata.

Ora Daria vive ma non vive. Ora Daria si pone dubbi e domande. Ora Daria smette di credere in Dio e di prendersi cura di se stessa e degli altri. Suo padre, professore universitario, ha insegnato presto le parole a Giada. Sua madre, pittrice per amore, le ha rivelato invece i segreti dei colori e degli accostamenti: l'ha chiamata così per una vita e un nome pieni di sfumature. La figlia di Daria sua figlia non era. Da qui un doppio dramma, un doppio colpevolizzarsi. Da qui un dolore amplificato. Sul finire degli anni Ottanta, dopo un lungo periodo di incartamenti e procedure, una venticinquenne con una tuba chiusa e un marito ancora ricercatore erano diventati legalmente i genitori di una neonata di sei mesi appena; un'orfana. Per il desiderio di essere una famiglia. E affinché tutto quel loro grande amore non andasse sperperato. Le riveleranno la verità sulle proprie origini più in là, facendola accomodare sulla sua sediolina rossa preferita: la stessa su cui siede nel momento delle favole della buonanotte. Giada non si scompone neanche allora, no. Non mostra gelosia per la nascita miracolosa di Giacomo, figlio naturale della coppia e, checché ne dica la genetica, suo fratello in tutto e per tutto. Però la sua fiaba preferita resta il Brutto Anatroccolo. Però ha il pallino dei puzzle, e alla sua infanzia disordinata manca una tessera chiave. Incompleta, sradicata, terrorizzata alla prospettiva di un ennesimo abbandono. Sottoposta alle scelte degli altri sin dalla nascita, Giada ne ha finalmente presa una sua, una sua e basta: lasciarsi morire.

Come si fa a dire che una madre nasce quando nasce il bambino? E se la madre abbandona il bambino, diventa lo stesso una madre? E se una madre non lo mette al mondo, quando nasce allora?

C'è un biglietto a consolare i sopravvissuti, ma cosa vuol saperne il dolore di chi resta. Forse Daria non l'ha capita. Forse non l'ha amata abbastanza, facendola sentire sempre un corpo estraneo. L'autopsia sì, l'autopsia no. La cerimonia funebre. Svuotare i cassetti, l'armadio. Lasciarsi ossessionare, poi, dalla ricerca delle radici che la ragazza aveva intrapreso in segreto. Perché affannarsi per ricostruire i primi capitoli di una storia? Perché cercare la madre biologica, se aveva già tutto, se aveva già Daria? L'amore che mi resta racconta con accuratezza implacabile l'elaborazione del lutto peggiore e la realtà delle adozioni in Italia: dal punto di vista dei genitori, dal punto di vista dei figli. L'egoismo sotterraneo che c'è, nell'uccidersi e nel mettere al mondo qualcuno che non te l'ha neppure mai chiesto. Una notizia shock, una ricerca che trasforma la protagonista in una statua di sale: il marito, l'altro figlio, piangono anche lei – con la testa altrove e il cilicio sotto i vestiti per mortificarsi – come morta.

Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. [...] E' questa la vita, Giada, questa mancanza – questo sconforto che poi diventa una slavina, rabbia e paura, dolore cieco. Questo vuoto che l'amore non colma, anche se l'amore è necessario, e senza amore si è morti, prima ancora di morire.

L'autrice ci mette la rabbia, lo sgomento, la malinconia che strugge. Lascia immaginare una sofferenza inimmaginabile, che i dizionari di ogni dove non contemplano. Come racchiudere in duecento pagine un amore sconfinato? Come parlare di una madre orfana della propria bambina, se i termini stessi ci si negano? 
L'amore che resta, sopravvissuto alla battaglia, perfino alla tomba, è quello che basta. Straziante, pieno di vita, delicato come una carezza. Ti riempie il cuore. Ti riempie le braccia.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Niccolò Fabi – Attesa e inaspettata

lunedì 11 dicembre 2017

Pillole di recensioni: Assassinio sull'Orient-Express | La figlia del dottor Baudoin

Titolo: Assassinio sull'Orient-Express
Autrice: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 210
Prezzo: € 13,50
Il mio voto: ★★★
Qual è il colmo per un blogger che vive di romanzi? 
Non aver mai letto prima d'ora Agatha Christie.
Qual è il colmo per un romanzo interamente ambientato a bordo di un treno? Leggerlo su un Frecciabianca guardando gli altri passeggeri con occhi un po' sospettosi e sperando che nessuno di loro scambi l'ironia per minaccia. Ho scelto proprio Assassinio sull'Orient-Express per apprezzare a colpo sicuro la madre del giallo inglese e per una compagnia a tema durante un viaggio lungo sette ore. In sala, intanto, l'incentivo dell'ultima trasposizione firmata Kenneth Branagh. L'intreccio lo si sa a campanello: c'è un convoglio di lusso che viaggia sotto la neve, d'inverno, da Instabul a Calais. Ospita passeggeri disparati, per sesso, provenienza ed estrazione sociale. Microcosmo itinerante di vite sconosciute che in realtà hanno tutte qualcosa da nascondere; mille e un segreto a unirle. All'improvviso, un urlo nella notte. La vittima, pugnalata più volte nella propria cabina, è Samuel Edward Ratchett: gangaster sotto falso nome, sfuggito alla giustizia dopo l'omicidio di una bambina rimasto impunito. Chi (non) lo voleva morto? Indaga l'immancabile Poirot: la testa tonda, i baffetti impomatati, la propensione tutta sua nel trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. I sospetti: dodici. Su un mezzo che sembra un teatro di posa, Poirot smuove le acque e scandaglia con ordine esemplare. Ispeziona le storie personali dei passeggeri, i loro bagagli pesanti, la solidità degli alibi. Per questione di gusto, però, ammetto di averla trovata pesante, a tratti, quella struttura troppo reiterata, troppo schematica: da manuale, verissimo, ma lontana da me. Che alla precisione delle risposte premetto la confusione delle domande. Che al metodo della giustizia preferisco invece il caos dei peccatori. Classico, teatrale, rigoroso, Assassinio sull'Orient-Express mi ha rivelato che il treno del talento di Agatha Christie non è passato, no. Sa divertire. Soprattutto sa sorprendere, se ignari come me dei risvolti di un finale tanto noto – un po' macchinoso, un po' improbabile, ma sorprendente, sì. Molti giallisti hanno percorso questa stessa tratta: sono passati da qui, da lei. Ma altrettanti, la bellezza di ottantadue anni dopo, per fortuna sono andati anche oltre.

Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Editore: CameloZampa
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 15,90
Il mio voto: ★★★+
Il dottor Baudoin ha uno studio medico in centro, un collega che è il suo esatto opposto, uno squadrone di figli che crescono. Tutte e tre le cose gli danno da pensare. Se l'ambulatorio è diventato “una sfilata di stitici e rompipalle”, se lavorare fianco a fianco a quel Vianney Chasseloup troppo ligio e propositivo gli ricorda quanto sia diventato scostante con l'arrivo dei cinquanta, a insospettirlo è piuttosto il comportamento di Violaine – la figlia maggiore, quella che scopre il sesso e le responsabilità, mentre i restanti fratelli pensano ora agli abiti firmati, ora ai videogiochi. La figlia del dottor Baudoin è andata a letto con un coetaneo, più per sfida che per amore. Violaine non è noiosa come le dicono i compagni di scuola: visto? Violaine, matura ma a volte troppo avventata, non è pronta a diventare madre. C'è la vita che cresce in lei e a poco serve fingere una comune influenza; a poco basta rimandare a domani una gravidanza indesiderata. Il secondo romanzo che leggo dell'instancabile e apprezzata Marie-Aude Murail parla di tutti loro – inserito nella collana Le Spore come young adult, ma intergenerazionale e senza peli sulla lingua come solo certe commedie francesi sanno. Baudoin: un umorismo caustico che si spreca e prescrizioni facili per togliersi presto di torno il disturbo dei pazienti. Chasseloup: gli occhi dolci nonostante un'infanzia difficile, un gatto randagio detto Cassonetto e una fiducia cieca non nei farmaci, bensì nell'ascolto dell'altro. La vulnerabile Violaine che, nel dubbio, proprio al giovane Chasseloup si rivolge per non sbugiardarsi davanti a papà. A unirli e dividerli, nell'arco dell'intero romanzo, un ascensore che sale e che scende. Una visione antitetica ma magicamente complementare dell'etica professionale, dei rapporti interpersonali, della vita. Una scrittura frizzante, autoironica, che parla dell'aborto senza sconfinare mai nel buonismo – anzi, sulle interruzioni volontarie di gravidanza apre con violenza gli occhi – ma che potrebbe prendere in contropiede chi, come me, non aveva messo nei patti questa struttura corale. Si parla di ripensamenti. Di segreti. Di confronti che fanno crescere a qualsiasi età. La decisione finale, insomma, spetta all'adolescente o agli altri? Nella Murail non ci sono né risposte giuste né risposte sbagliate. E, forse a malincuore, un personaggio a cui spetti davvero l'ultima parola, in un cicaleggio di punti di vista distanti, con al centro un tema caldo e un po' di confusione intorno. La figlia del dottor Baudoin mi è piaciuto ma, semplicemente, non è il romanzo che avrei sperato di leggere.

sabato 9 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Florida Project, They, Daphne, Favola

Un conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino, dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato, truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli – lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile, con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi, ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura, alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e non c'è pericolo alcuno. The Florida Project, con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste – Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria, in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento. L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi hanno ricordato la magia di quella di Boyhood e un po' la mia. I piccoli di The Florida Project, che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)

Si fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista di They rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori, altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore, chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre? Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte, la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo, la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J., più vicina alle origini della regista che alle necessità di una storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They è sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival. Come certe sessualità. (6,5)

Vive a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna, allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio – mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante, in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale, più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo. Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)

Gli anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo, lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady: una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me. Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti, che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7)

domenica 3 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Darkest Hour, Mary Shelley, Professor Marston and The Wonder Women

Mali estremi richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto. Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro, essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi. Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water. Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen, moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori. All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile, bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli – per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)

Figlia di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri. Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto – la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati, vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e, senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary Shelley, romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista. Frankenstein nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori capolavori. (7)

Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane, i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie – il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po' succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza. Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla – quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)

giovedì 30 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Tito e gli alieni, Smetto quando voglio: Ad Honorem, Riccardo va all'inferno

Tito e Anita, rimasti soli al mondo, fanno in fretta i bagagli per il Nevada. Adesso non hanno che uno zio, vedovo malinconico e cronicamente introverso, che possa prendersi cura di loro. Sanno che lì, lontano lontano, dall'altra parte dell'Oceano, fa lo scienziato: lavora in un osservatorio – anzi, un ascoltatorio, verrebbe da dire col senno di poi – in cui interpreta il cielo, le stelle, e ciò che hanno da svelarci. Il bambino sogna gli ufo e non ha mai smesso di chiedere di mamma e papà. La bambina, quasi donna, civetta con i militari e cura ogni animale randagio con la Citrosodina tritata. Dall'Italia, i piccoli immaginavano le luci di Las Vegas, le ville con piscina e Lady Gaga come vicina di casa. Trovano invece un parente sconosciuto, burbero ma di buon cuore, che ha dato a una macchina il nome di Linda, la moglie defunta, e non crede di poter ricambiare le tenerezze di una adorabile Clemence Posey. Trovano invece un modo tutto loro per intaccare quella solitudine siderale. Per ritrovare loro stessi su questa stessa terra, non scomodando né gli extraterrestri né sfidando l'impossibile velocità della luce. Un po' come me, che un pomeriggio sono finito a vedere Tito e gli alieni a sorpresa, a scatola chiusa. E, nel primo film italiano presentato al festival, ho scoperto un piccolo gioiello un po' napoletano e un po' americano, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her. La commozione a un passo dai titoli di coda, i volteggi surreali della macchina da presa e la magia di un ritratto di famiglia all'improvviso, all'ombra dell'Area 51. Perseguitati dal dolore e dal destino come nell'ultimo Lonergan, i teneri “scugnizzi” di Paola Randi interrogano il loro tutore sul senso della vita, della morte, dello stare insieme. Un magnifico Valerio Mastandrea – che alieni, all'inizio, considera soltanto i suoi nipoti da accudire – si imbatte nelle risposte giuste ricercandole per amor loro, e il bello è che a sua volta se ne convince. Quali sono i confini della volta celeste, degli Stati Uniti, della memoria del cuore? Qual è la voce dell'universo, e cosa ti dirà mai? Tito e gli alieni gli parla, sì, e invita a credere fermamente anche uno scettico come me. Che pensava che il dolore, l'abbandono, fossero vita natural durante. L'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle più belle ancora perché rigorosamente a chilometro zero, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Anche lontano dagli occhi, fra le dune roventi e queste stelle che muoiono. (7,5)

Avevo apprezzato ma non troppo Smetto quando voglio. Il primo liquidato in poche righe come carino e poco più, non sapendo ancora ci fossero seguiti in arrivo. Il secondo, invece, per me sbrodolato e tutt'altro che indispensabile, è un commento su Word – altrettanto stringato, ma più netto – che non ho mai avuto voglia di postare sul blog. Vedere in anteprima il terzo e ultimo capitolo, con parte del cast in sala, il regista e i produttori Matteo Rovere e Domenico Procacci, e farsi un selfie al volo con un gentilissimo Neri Marcorè (troppo brutto, però, per condividerlo sui social). Ad Honorem, onestamente, non era tra le mie priorità. Avevo l'abbonamento, e ho detto perché no. Questa mia freddezza, nonostante un pubblico fervente, le risate in sala e una tifoseria ormai nutrita della nota squadra dei ricercatori. O forse proprio per quello: il troppo parlarne, il troppo sopravvalutarlo? Con attese nettamente ridimensionate, dopo quel Masterclass di cui conservavo un po' di noia e ricordi flash, sono tornato dagli spiantati trafficanti di Sydney Sibilia. Dietro le sbarre, separati, ma eccezionalmente riuniti a Rebibbia in attesa di processo. Tocca pianificare una spassosa evasione, se Luigi Lo Cascio – cattivo in cerca di vendetta, spiace dirlo non a suo agio con la commedia brillante – vuole avvelenare La Sapienza con del gas nervino, approfittando delle migliori (o peggiori) personalità italiane lì in riunione. Trattati come criminali, si improvvisano eroi. In Ad Honorem, i soci di Edoardo Leo ripongono l'ascia da guerra contro il Paese che li ha falciati e, in fuga, cercano di salvare l'università che è stata la loro casa. Il mondo intero. Al solito, spiccano le ipocondrie di De Rienzo, la fisicità e le inaspettate doti canore di Fresi e, questa volta, la doppiezza di un Marcorè affascinante anche imbruttito (e abbruttito), come notavano le mie vicine di posto. Gli omaggi non si contano, ed è palese quello a una scena di Lost con i Coldplay in sottofondo. La fotografia resta acidissima, le battute vincenti e i ritmi concitati, la sceneggiatura assolutamente ben orchestrata. Breaking Bad: punto di riferimento sempiterno. Da spacciatori a salvatori fai da te, i ricercatori ricercati di Sibilia sanno come uscire di scena, in una conclusione divertente e degna anche per chi, fino all'ultimo, si è mostrato come me poco entusiasta del progetto. Troppo tu vuò fa' l'americano, forse, per farmelo insierire tra le bellezze di un cinema italiano che, da un paio d'anni appena, ha finalmente bevuto un sorso alla fonte della nuova giovinezza. (6,5)

Riccardo torna a casa. Storpio, assetato di vendetta, brutto ma dalla voce bella. Con quella di un camaleontico Massimo Ranieri, precisamente, ci canta in apertura l'inverno del nostro scontento. Riccardo torna a casa, in un regno fittizio che altro non è che una borgata romana di poveracci arricchiti, e ha una lunga lista di persone a cui farla pagare. L'hanno accusato del crimine più infame. L'hanno chiuso in una clinica psichiatrica per tutta la vita, alimentando con cattiveria aggiunta una natura già instabile e malevola. Riccardo, che nel suo covo segreto ha grotteschi ma irresistibile scagnozzi che somigliano alla versione horror dei Minions, è il principe folle di William Shakespeare. Un uomo senza scrupoli e senza speranza che nel ritorno alla regia dell'innovatrice Roberta Torre – suo il kitsch Tano da morire, a cui tutto deve un Ammore e Malavita – si trasferisce dall'Inghilterra ottocentesca all'Italia post-moderna, dal blank verse al musical più psichedelico. Canta, circondato da figuranti bizzarri, ballerini in latex e scenografie barocche, e mira a rovesciare la regina di una magnetica Sonia Bergamasco – tirata e bionda come Amanda Lear, diverte e ruba a mani basse la scena al protagonista assieme alla sorella di Silvia Gallerano, sensuale Barbie Xanax a un passo dal baratro. Chi è davvero sano? Chi, in definitiva, ha le mani pulite? Si impilano morti ammazzati, ritornelli e stranezze. Pistole dai calci glitterati, teschi con diamanti per occhi, scene pulp. Così lontane dall'intrattenimento di cuore ma realizzato molto alla buona dei Manetti Bros. Da un cinema commerciale che, forse, non avrebbe avuto la stessa spavalderia della Torre nel risultare ambiziosa, presuntuosa, prendendo Shakespeare per vestirlo da un videoclip di Gaga, dal Refn che più divise Cannes. Il difetto: una sceneggiatura che dalla tragedia shakespeariana perde il dolore, la potenza, scegliendo di investire talenti ed energie sui dettagli più piccoli della messa in scena. A quella, ipnotica e psichedelica, gli occhi. Le orecchie, invece, aguzzate per ascoltare i versi (e le canzoni) di un Bardo rock, dark, in una trasposizione – l'ennesima, verrebbe da dire, e invece no – che non lo prende alla lettera, ma ce ne ricorda l'attualità sconcertante. E la sconsideratezza di qualche film italiano che sa stupire e stranire, visivamente e non solo, assicurando che in questi inferni metropolitani e metaletterari ci si diverte molto più che fra gli angeli del paradiso. (7)

mercoledì 29 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Disaster Artist, Wind River, Final Portrait

Greg, la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room rimarrà nella memoria collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male, diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo strano caso di James Franco: paradossalmente ha adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e, fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore. Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a piacimento: in questo The Disaster Artist ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento. Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante, disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron, Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro. (7,5)

Le orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda, abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata: annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo, alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere. Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo, della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)

In posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi, amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso. Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata, con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final Portrait è il biopic atipico che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia. (6)