mercoledì 22 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Moonlight, Fences, Jackie

8 Nominations. Che parola stana, gay. Significa allegro, gioioso. C'è poco di leggero, di colorato, se crescendo ti scopri tale nella famiglia sbagliata di una città sbagliata. Chiron vive nella periferia di Miami, con una genitrice instabile e i prepotenti che lo inseguono all'uscita di scuola. Lo canzonano, vantandosi di avere capito quello che lui non si è ancora mai domandato. Quegli insulti dicono la verità su di lui? Chiron lo domanda al suo angelo custode, uno spacciatore dal cuore gentile, che gli spiega che potrà forse essere gay, ma “non una checca”. E Chiron continua a rimuginarci sopra, ad arrovellarsi, prima al liceo e poi per le strade di Atlanta. L'acclamato Moonlight – apprezzato in patria, meno in Italia – è un romanzo di formazione a tre voci. Come se si parlasse di persone diverse, quasi, non di tre fasi della stessa esistenza. A impersonare il protagonista, tre interpreti bravissimi, legati dal nodo di un'identica tristezza. L'esordiente Barry Jenkins punta in alto con una storia che non lascia indifferenti. Ci sono il bullismo, le sostanze stupefacenti, l'omosessualità più tormentata, e ho trovato tutto così misurato, così sentito, da non scivolare mai in una scrittura stereotipata o in passaggi di insostenibile pesantezza. Chiron cresce, si irrobustisce, ma non perde lo sguardo. Il bambino braccato, l'adolescente schernito, il re dei trafficanti che tergiversa in un caffè – sequenza di grande intimità, quella, come solo il cinema indie sa fare – hanno gli occhi di chi guarda gli altri uomini, le cose, come se non potessero mai averli. Girano attorno all'argomento con studiata vaghezza, cercano una pace interiore che nel ghetto sembra impossibile. Il guizzo a un dramma che ho trovato bello, tutt'altro che pretenzioso, ma misteriosamente non riuscito fino in fondo, lo danno la colonna sonora. La nobiltà degli archi, che zittisce il parlato sguaiato, il rap duro delle macchine in corsa, e se ne va così in cerca di un originalità a sorpresa. Moonlight, storia dal contesto troppo distante da noi ma dal respiro universale, è delicatissimo. Ma la limpidezza, i toni intimisti, sono un'arma a doppio taglio. E' una ricerca che dura una vita e, finalmente, si estingue in un abbraccio. Una riflessione sull'identità – non soltanto sessuale -, che brilla per la gentilezza di uno spacciatore (il pluripremiato Mahershala Ali, personaggio chiave che il minutaggio mi ha reso purtroppo anonimo). La ferocia di certe madri (una Harris stravolta, che mette in un angolo l'accento british e una bellezza venuta prima del talento). L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la pelle di blu. Nell'amore, che è casa. (7,5)

4 Nominations. Troy ha tutto quello che un afroamericano di cinquant'anni potrebbe desiderare. Costruisce, intorno al suo sogno, una recinzione: ad aiutarlo, un figlio adolescente da mettere alla prova. Accanto a Rose, moglie fedele, è diventato un uomo migliore. Ma il protagonista ha l'indole del traditore e i geni di un padre che si sciacquava i denti con un sorso di gin. Cosa rappresenta per lui e per Rose quel recinto che taglia fuori il mondo e li vincola in un tinello su cui si aprono crepe preoccupanti? Le barriere sono fisiche e metaforiche in Fences. Ispirato all'opera di August Wilson, il ritorno alla regia di Washington è una tragedia in medias res. Non ci si sposta da quelle quattro mura: microcosmo di pochi metri che contiene i giganti. E, fedele alla propria natura, il film conserva dialoghi forti e monologhi intensi. Dalla porta mai chiusa a chiave entrano i figuranti – un collega di buon cuore, un fratello matto – e ognuno ha i suoi exploit. Teatrale nella struttura, il cast di Fences duella a colpi di battute e segreti amari come se la macchina da presa non ci fosse. Poco da cogliere, se non l'esistenza in presa diretta: con le sue chiacchiere, i suoi rancori e quei dolori tutt'altro che sconosciuti a chiunque sia stato parte di un nido. Fences è una storia a stelle e strisce – parla di segregazione, generazioni contro, sport – ma, poco alla volta, è diventata anche la mia. Che in Letteratura teatrale mi ci sono laureato, e con una tesi che parla in filigrana della crisi della famiglia patriarcale. Che in passato ho amato così tanto le modalità di questi drammi borghesi, inconsapevole che di lì a poco ne sarei diventato parte. Scritto ad arte, il film risulterà vittima di dilungamenti di troppo. Purtroppo, mi è impossibile convincervi del contrario. Però il verbosissimo Denzel e la strepitosa Viola Davis (non ce n'è per nessuna) gridano intensità in ogni scena. Protagonisti di un matrimonio che è tutto un compromesso, un doloroso accontentarsi. Di un lungometraggio che, più che un film, ha il difetto di apparire teatro fotografato. E' un adattamento, e si vede. Dura due ore e diciotto, e si sentono. Fences è una grande pièce che non diventa grande cinema, secondo il principio della proprietà commutativa. Ma, nel bene e nel male, grande mi è parso. (7,5)

3 Nominations. Ho visto il video dell'omicidio Kennedy all'ora di inglese. Un colpo di fucile contro il presidente. Sua moglie, di rosa vestita, cerca di fermare il sangue. Di recuperare, in un gesto insensato, i pezzi di cervello dalla carrozzeria. Jackie, atipico biopic del cileno Larraìn, racconta le ore successive all'attentato. Ritratto psicologico originale, non lineare nella sua scrittura. Emozionale, non emotivo. A mio dire, non emozionante. Si sofferma su un lutto intriso di rigore. Su spazi vitali stipati di persone. La protagonista appare di rado sola. Si tiene addosso quel tailleur chiazzato di sangue più del dovuto. Deve predisporre una solenne parata, così come tempo prima aveva badato ai tappeti della Sala Ovale. Fuma, ma vieta che il dettaglio trapeli. Si mostra capricciosa, frivola e antipatica, risoluta. Natalie Portman, assente dalle scene dopo i fasti del Cigno Nero, è somigliante in maniera maniacale. Fin troppo? Ti fa pesare, infatti, la sua splendida prova. Ostenta la perfezione raggiunta, una fatica che c'è ma che non vuole si veda. Così tanto brava – dall'accento sospiroso al portamento impeccabile – da risultare petulante. Jackie, d'altronde, non doveva brillare per simpatia. Così presa dal suo ruolo, tanto calata nella parte di first lady, da confondere lato pubblico e lato privato. Razionalmente ho capito le ragioni dei bronci e la grande rabbia per l'idillio che si incrina. Dal punto di vista stilistico, poi, mi allineo a chi l'ha trovato impeccabile. Emotivamente, però, mi ha lasciato infastidito. E puoi essere il più curato dei film, ma se mi parli di una donna addolorata nel profondo e quel dolore io non lo vivo, non lo percepisco, allora puoi dirti riuscito solo a metà. Sono tutti bravissimi, tutto è bellissimo. Ma l'ho ammirato con freddezza, stando al di qua dell'uscio. La futura signora Onassis non si svela. L'icona è diventata inscindibile dalla donna. Doveva credere talmente tanto in Camelot – un sogno impossibile, condiviso insieme all'America – da diventare un personaggio fittizio. Incapace di abbandonare quella parte. Quelle stanze in cui beve vino costoso e sfila, anche quando nessuno la guarda più. (6,5)

lunedì 20 febbraio 2017

Recensione: Sono cose da grandi, di Simona Sparaco

E finché sarò in vita, amore mio, ti prometto che farò di tutto per redere la nostra casa, la nostra realtà, un luogo in cui valga la pena fare ritorno.

Titolo: Sono cose da grandi
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 98
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo «sono cose da grandi» non funziona piú. Cosí decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza. In questo tempo incerto e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che crea ogni giorno per lui.

                                  La recensione
In Nessuno si salva da solo c'è una scena che mi è rimasta impressa. Delia – nella versione cinematografica, una Jasmine Trinca bravissima e scostante – viene colta da una crisi di panico all'Ikea. Perde d'occhio Cosmo, il figlio piccolo, e l'ansia la blocca. Pensa a un rapimento. Poi, in ordine sparso, a malanni ormai debellati e a scene catastrofiche. Sembra assurda, lì per lì, ma ho intuito che è così che va. Ho ripensato agli schiaffi quando i miei genitori mi perdevano d'occhio e, in cuor loro, erano solo felici di avermi ritrovato. Ho capito che, quando metti al mondo qualcuno, è impossibile rassegnarsi alla serenità. Ecco le madri in piedi, in pigiama, se il sabato sera torni tardi. Ecco i rimproveri, sempre gli stessi, che sono sintomo d'affetto. Le ansie e i grattacapi dei genitori di oggi sono uguali a quelle dei genitori di ieri? Le raccomandazioni – i vari guarda a destra e a sinistra prima di attraversare, i non accettare caramelle dagli sconosciuti – sono cambiate? Simona Sparaco, scoperta lo scorso anno con Equazione di un amore e ritrovata a gennaio con il più datato Se chiudo gli occhi, è tornata in libreria con cento pagine che parlano di lei e di un adorabile quattrenne che ha il nome di mio fratello e un'incantata visione del mondo. In casa sono soltanto lei e Diego: si bastano. Hanno un macinino che porta un soprannome buffo, un cane e un uomo altrove, Valter, che chiama ogni sera per non far pesare la sua lontananza. Figlio di genitori separati, Diego cresce sano, sensibile e curioso. 
Vive sereno, con una mamma scrittrice che gli ha insegnato la particolarità delle famiglie contemporanee e l'effetto terapeutico delle storie. La scorsa estate, però, succede qualcosa. L'attentato a Nizza, il centro Italia che trema. La TV che trasmette d'un tratto immagini di morte, e non si fa abbastanza in fretta per raggiungere il telecomando e cambiare canale. Il bambino è in quella fase in cui ha una domanda per tutto. Come difenderlo senza fargli vivere una bugia? Come ammonirlo senza contagiarlo con la paura? Come preservarlo senza costruirgli intorno una campana di vetro? Si fa prima a cercare le risposte che le scuse, ha intuito Simona: una donna che mette sempre del suo nei personaggi, un'autrice che si mette a nudo. Tra le pagine, questa volta, gli aneddoti grandi e piccoli, le riflessioni sparse sull'allarmismo e il pregiudizio. La verità senza fronzoli, che mi rende impossibile misurare le pagine col righello o assegnare le classiche stelline di Anobii. Sono cose da grandi, sì: da genitori che, un giorno, giungeranno inevitabilmente a riflessioni simili. Ci vorrà il tempo per capirle e, magari, tornare a leggerle. Sposarsi, fare figli, sono un salto nel vuoto. Quanto coraggio ci vuole, quanto amore, per regalarsi un figlio in questi tempi malsicuri? La terra è come un'immensa tartaruga, noi siamo sul suo guscio: ci stringiamo per non cadere. Di alcuni camion, anche se il tuo eroe è il ragazzo che lavora per la nettezza urbana, c'è di che preoccuparsi. Sono cose da grandi si legge in un niente, ed è in un niente che ti tocca. Una lettera delicatissima, lieve ma tutt'altro che impalpabile, ispirata a punti di domanda che incalzano. A ferite che non smettono di prudere, se non arriva una farfalla in vola a distrarci.
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens – Wild World

sabato 18 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Manchester By The Sea, Hidden Figures, Loving

6 Nominations. Lee, factotum, si divide tra inquilini incontentabili e ricordi di una vita fa. Burbero ai limiti della maleducazione, sferra pugni volanti e ignora le norme del vivere civile. Una chiamata lo sorprende mentre sparge sale grosso sul vialetto. Suo fratello è morto. Bisogna preoccuparsi della cerimonia, avvertire l'orfano, scoprire le sorprese che il testamento riserva. Manchester by the sea, anti La La Land per antonomasia, è un melodramma che parla di ritorni e cuori ulcerati. Classico nella costruzione, ha Lonergan – regista e sceneggiatore di raro buon gusto – a renderlo semplice e struggente, a colpi di scarse furberie e disarmante verosimiglianza. Con tutto il riserbo e l'ironia di cui il cinema indie è capace, non diventa il dramma di rinascite che ci si aspetterebbe. Manca la scena topica in cui le lacrime creano ingorghi e la pena si diluisce. C'è la (auto)distruzione, ma sul porto non approdano mai i caroselli luccicanti di Demolition. Non succede granché, e sono le esistenze che immortala in presa diretta – nelle frasi di circostanza, nei silenzi imbarazzanti, nelle rese dei conti – a emozionare. I flashback incalzano, man mano che la strada verso casa si accorcia. Gli adagi di Albinoni acuiscono lo strazio. I pensieri pesano, ed ecco aggiungersene di nuovi. E i fantasmi di Lee, braccato dalla sfortuna, trovano una mesta compagnia dove tutto ha avuto inizio. Uno straordinario Casey Affleck se ne va in cerca di Oscar e di altri errori da commettere. Ha gli occhi bassi, la schiena curva, il tono stanco: il senso di colpa l'ha ingobbito, gli ha rubato le parole di bocca. L'afflizione: cucita addosso insieme alla giacca a vento. Come può un povero derelitto, uno che misantropo lo è diventato per difesa, farsi carico del futuro di un adolescente con due fidanzatine e nessun genitore? Se in città incontri la tua ex moglie – una Michelle Williams in un ruolo piccolo, eppure protagonista della scena più intensa –, dove ricacci le immagini di una notte di fuoco e recriminatorie? Manchester by the sea, identico al suo protagonista nell'indole, è una equilibrata via crucis sullo sfondo di città di mare che a dicembre soffrono l'abbandono. La tragedia senza sconti di chi ha perso ogni cosa e, per pudore, tace e incassa. Insieme a Lee ci si trascina lenti, con la testa incassata nelle spalle e le mani in tasca, inseguendo il miraggio del sole. Il ghiaccio impedisce di scavare una fossa. I fratelli maggiori, i padri modello, dormono nei congelatori del becchino. Gli fanno compagnia le emozioni difettose, il cui spoglio è rimandato a data da destinarsi. Si dovrà aspettare il disgelo per la sepoltura. A Manchester, Massachussets, soggiorniamo solo per un inverno. La lasciamo con la bella stagione appena cominciata e le giornate che vanno allungandosi. Mentre il lutto si scioglie e la speranza, forse, fa primavera. (8)

3 Nominations. Cosa ci faceva una coniglietta con il distintivo in un mondo popolato da minacciosi predatori? A raccontarci una storia di integrazione e tolleranza ci aveva pensato Zootropolis. Si parlava di donne che occupano ruoli di potere. Di differenze razziali. Son fan dell'umorismo sconveniente: allergico al politicamente corretto, ho sentito e raccontato barzellette su bionde al volante, ebrei e altri luoghi comuni. Ma, giuro, ci sono cose che sanno lasciarmi meravigliato. Ho visto Hidden Figures e, nella sua leggerezza, mi ha colpito con uno dei suoi sketch più buffi e significativi. La protagonista corre fuori dall'ufficio: centra con i tacchi alti ogni pozzanghera, raggiunge il bagno. Per fare pipì doveva percorrere un chilometro. I neri non potevano usare la stessa toilette dei bianchi. Lavoravano in uffici separati e, in mensa, non potevano bere lo stesso caffè. Anche alla Nasa. Anche in un decennio in cui si puntava alla luna e si consideravano alieni gli altri. Nella deliziosa commedia di Theodore Melfi si parla di formule segrete e figure nell'ombra. I russi hanno lanciato lo Sputnik in orbita. Come rispondere? Hidden Figures schiera i toni che hanno fatto la fortuna di The Help e un'ottima Taraji P. Henson, a cui si affiancano una Octavia Spencer troppo in sordina per meritarsi la candidatura e l'inaspettata Janelle Monàe (sua l'irresistibile hit Tightrope). Tutte, pur facendo i salti mortali, trovano il tempo per l'amore e per non perdere la femminilità. Il film, campione d'incassi, è ispirato a una storia vera degna di nota. Mi ha fatto divertire e riflette, ma ha debiti forti verso la commedia di Taylor, e forte è la sensazione che si sia fatto strada nella stagione dei premi più per l'urgenza del messaggio – contro una politica che ha lasciato spazio agli intolleranti, contro gli Oscar troppo pallidi della scorsa stagione – che per il suo peso specifico. Ma, l'otto marzo, regalatevelo pure. Sarà un promemoria su quanta tristezza faccia il genere umano e sulla forza delle donne. Figlie, mogli e madri, che raccontano favole, cucinano bontà tra amiche e dicono a uomini che provano invano a stare al passo. Nascondendo l'affanno, ti cambiano il cielo. (6,5)

Migliore attrice protagonista. Richard e Mildred decidono di mettere su famiglia. La polizia fa irruzione nella loro camera da letto, una notte, e li bandisce dal posto in cui sono nati. Le coppie miste, negli anni Cinquanta, sono proibite in quello Stato. Scacciati, lontani da casa, i due ci si intrufolano talora come clandestini. Scomoderanno i Kennedy. Modificheranno la Costituzione. Il buon Jeff Nichols, abbandonati ma non del tutto i sentieri polverosi di Take Shelter e Mug, non è un tipo da lacrime facili. Non sappiamo come i Loving si siano conosciuti né da quanto si frequentino. Mettono al mondo tre figli, si danno raramente baci: la mano stretta in macchina, un divano per due, un braccio posato sulle spalle. E sono bellissimi, insieme, perché protagonisti di un amore che è familiare anche a noi. A primo impatto, sembrerebbe che la storia sia più importante del film in sé: così, lo scorso anno, era stato anche per Freeheld. Loving è lineare, poco romanzato, senza rodimenti interiori. Una grande storia d'amore che ha la rara onestà di non diventare un film romantico. La rivelazione Ruth Negga, con il suo sguardo da animale ferito, ha un viso stupendo e una tempra di ferro. Joel Edgerton, burbero e taciturno, ha i capelli ossigenati e una faccia di pietra. Il solito, si direbbe. Ma alla sincerità dei timidi, che parlano poco e solo per dire la verità, ci si crede. Loving è un present continuous, ci hanno insegnato a scuola: indica persistenza. Melodramma di affetti duraturi e concreti, di pezzi di terra da bonificare, è la cronaca di lunghi anni di attesa e un collage di momenti piccolissimi. Una biografia che emoziona piano. Con la ritrosia della gente del sud, burbera ma di cuore, che non si sbottona e non si concede. Nella sua concretezza, ti si imprime. Promemoria di egualità per americani recidivi, lo si guarda amareggiati. L'intolleranza verso le relazioni interrazziali sembra fantascienza, oggi, e ci si augura che tra qualche anno  apparirà altrettanto remota l'acredine verso le unioni civili, che pare evochino pregiudizi e sismi. Perché l'amore, spiegano i Loving, non è fratello del senso di colpa. Soprattutto se, come loro, lo porti nel nome. (7)

giovedì 16 febbraio 2017

Recensione: Il prodigio, di Emma Donoghue

Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva. 
Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio.

Titolo: Il prodigio
Autrice: Emma Donoghue
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 301
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Irlanda, seconda metà dell’Ottocento. L’infermiera Lib Wright, una veterana della guerra in Crimea formatasi all’illustre scuola di Florence Nightingale, è appena giunta nelle Irish Midlands dall’Inghilterra. A convocarla è stato un comitato capeggiato dal dottor McBrearty, il medico della Contea. Il caso sottopostole è quanto mai insolito: Anna O’Donnell, una bambina in perfetta salute, afferma di non toccare cibo dal giorno del suo undicesimo compleanno, quattro mesi prima. Un vero e proprio «prodigio vivente», che non manca di attirare stuoli di fedeli da tutto il mondo, impazienti di vedere con i propri occhi la bambina che sostiene di nutrirsi soltanto di manna dal cielo.

                          La recensione
Nell'inverno di due anni fa, nel prologo del peggio che sarebbe venuto, leggevo Stanza, letto, armadio, specchio. Cosa rara, ho pianto dall'inizio alla fine. E, se fai il pendolare e pilucchi pagine e capitoli sui mezzi pubblici, saprete che non è il massimo. Che gli occhiali scuri non bastano. La storia di Jack e della sua mamma, prigionieri di un incubo e salvati dalla forza della tenerezza, mi aveva commosso anche sul grande schermo. Quanto ho potuto volerle bene? Emma Donoghue – autrice del miglior romanzo del mio 2015 e sceneggiatrice del mio miglior film dell'anno successivo – ho preferito non rileggerla nell'immediato. Quando conosci uno scrittore, quando ti piace tanto, fa strano immaginarselo alle prese con qualcos'altro. In questo caso, con un narratore che non avesse cinque anni e la meraviglia negli occhi. Torno a parlare di un romanzo della Donoghue, così, qualche tempo dopo. Complice l'uscita del Prodigio, l'infallibile Neri Pozza e una fascetta promozionale in cui il sommo Stephen King mi dava la sua parola – mi aveva già messo sulla retta via, però, un'amica scrittrice che si è presa cura dell'edizione italiana. 
Ambientata nell'Irlanda del tardo '800, la storia segue l'arrivo di un'infermiera inglese in un villaggio intriso di superstizione. Lib ha appena trent'anni ma una profonda conoscenza della sofferenza: ha prestato servizio in Crimea, porta il lutto sugli abiti. Da persona pragmatica e riservata, non dovrà mai prendersi a cuore il suo caso: Anna O'Donnell, l'undicenne che da quattro mesi pare non tocchi cibo. Miracolo o truffa? I suoi compaesani, gretti e creduloni, credono che la bambina sia in odore di santità. Lì si leggono le Scritture prima di andare a dormire, si parla con i santi e le madonne. Si pensa che i boschi siano popolati di fate e folletti. Ci si guadagna il paradiso a suon di rinunce. Terra superstiziosa e umida, flagellata dalla pioggia battente e dalle carestie, l'Irlanda ha foto dei morti in soggiorno, messi in posa come fossero ancora di famiglia. Tutti si conoscono. E, pensa la protagonista, per questo si proteggono a vicenda. L'agnostica Lib, facendo a turno con una suora di opposte vedute, si dà a un'osservazione scrupolosa e reiterata dei sintomi, delle ricadute e dei rari progressi della digiunante. Anna: un nome palindromo e una religiosità medievale. Un Dio che è paura, non amore. Un corpo che è considerato impedimento troppo pesante per salire in cielo. Inquietante e affascinantissimo, Il prodigio è un romanzo che fa pensare. Il mistero di Anna, tuttavia, dura brevemente. 
La sua ambiguità è svelata in fretta, anche se per i suoi moventi (si dovrà fare i conti, a tal proposito, con lo shock del finale) vengono rivelati soltanto a poche pagine dalla conclusione, in un vaneggiamento che si fa confessione. Questa Emma Donoghue sembra un'altra scrittrice. Chi sa dare voce a un bimbo innocente senza dare la triste impressione di scimmiottarlo, di fargli il verso, è infatti in grado di celare le difficolta di un'esemplare ricostruzione storica dietro una prosa fiume. L'autrice sceglie di giocare a carte scoperte e, al pari della sua eroina introversa, tende a fornirti qualche dettaglio (nozioni mediche, descrizioni paesaggistiche) negandotene altri. La lettura, colpa mia e di un esame da preparare in due settimane, si è trascinata più lenta del previsto. Ne ho sciupato l'intensità - questione di momenti sbagliati -, e qui e lì ne ho risentito. Troppi giorni per giungere all'epilogo. Troppo tempo per pensare che era bello, ma non quanto il precedente. Il paragone non dovrebbe nascere: sono storie diversissime. Ma, capirete, sorge da sé. La terza persona suggerisce una narrazione più ad ampio respiro, ma la prima ti parla nella testa e con la tua stessa voce. Tornano le infanzie abusate, la tragedia di un'altra piccola anima incarcerata, però la via crucis di Anna – dolente come la protagonista del tedesco Le stazioni della fede e trattenuta come la sua rigida educazione prevede – non mi ha scavato dentro. Il prodigio e i suoi protagonisti, a tratti, mi sono parsi sconosciuti. Mi sono piaciuti in ritardo. Dopo un'ampia prima parte che non si distacca molto dalla quarta di copertina. Quando Anna si abbandona a se stessa e la fame, la rabbia verso la miopia dei grandi, prendono il sopravvento. Allora affiora l'emotività. Insieme all'istinto materno di chi ha l'occhio dell'entomologa, ma è prima d'ogni altra cosa  una donna. Dunque, naturalmente tagliata per la vita.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Not About Angels

martedì 14 febbraio 2017

I ♥ Telefilm: Santa Clarita Diet | Sense8 - A Christmas Special

Sheila e Joel sono agenti immobiliari di mezza età e di bell'aspetto. Un quartiere residenziale in una California da cartolina. La solita villetta con giardino, uguale a quella accanto. La solita coppia felice, che si conosce dal liceo e lotta contro i capricci di una figlia adolescente. Finché, nel bel mezzo di una compravendita, Sheila non imbratta di vomito la moquette nuova. E, nel disgustoso intruglio verdastro, non scorge un organo: presubilmente, ha rimesso anche quello. Il suo cuore smette di battere. Non avverte il dolore fisico. Ha voglie irrefrenabili – dal sesso orale all'ultimo modello di un fuoristrada al di fuori della loro portata – e, soprattutto, una fame inesauribile. Manzo, pollo, tacchino: carne cruda, al sangue. Dopo avere assaggiato quella umana, però, impossibile tornare indietro. Tocca fare i conti con la realtà: la madre di tua figlia, la tua compagna da venticinque anni, è una non-morta. Non si decompone, almeno non subito. Diventa ancora più seducente, solare e schietta. Qual è il suo segreto di bellezza, si domandano le amiche invidiose? Cosa nasconde la coppia, si chiedono invece i vicini di casa poliziotti? La dieta di Santa Clarita prevede un impianto da sitcom, toni grotteschi, generosi sprazzi di nonsense e un duo affiatatissimo. Cosa non farebbe un sorprendente Timothy Olyphant, mai tanto divertito, per l'adorabile Drew Barrymore? Santa Clarita Diet, visto nell'arco di due pomeriggi, segue le vicende degli adulti – che, in cerca di una cura miracolosa, rischiano spesso di allontanarsi – e di un'adolescente irrequieta che, con il fidato amico nerd alle costole, tenta di abituarsi alla nuova conformazione di questa assurda famiglia. La patologia di Sheila, infatti, porta i familiari restanti a interrogarsi sull'istinto, la libertà, il senso del pudore. L'andamento è dei più leggeri, i trenta minuti a puntata si incastrano a meraviglia in qualsiasi momento della giornata e, tra frattaglie e scaramucce, ho riso tanto. La serie di Victor Fresco, già autore di My Name is Earl, è un Modern Family con zombie. Una commedia nera, nello stile di La morte ti fa bella, in cui qualcosa va a male e qualcosa dura. La vita coniugale richiede compromessi, piccoli pegni. Se l'amore lo pretende, poi, anche qualche sacrificio umano. (7)

Ho aspettato il ritorno di Sense8 più del giorno della mia laurea. Anche se ritorno non è, bensì un semplice speciale natalizio. Anche se toccherà pazientare fino a maggio per scoprire cos'è stato, durante la loro assenza, dei magnifici otto che due anni fa conquistavano il primo posto fra i miei telefilm preferiti. Netflix vizia, intrattiene, elude l'attesa con un contentino lungo due ore. Si fa un approfondito punto della situazione. Si fa un'ampia panoramica per chiamare all'appello i personaggi, che nel mentre hanno raggiunto un bivio e aspettano noi per decidere cosa verrà. Gli snodi narrativi non procedono oltre, in vista della prossima primavera; i protagonisti vengono individuati dai poderosi zoom delle sorelle Wachowski. La notizia dell'omosessualità di Lito, latin lover sudamericano, ha raggiunto la stampa: è outing al cenone di mamma. Sun, dirigente coreana e campionessa di arti marziali, è in isolamento: suo fratello, sangue del suo sangue, l'ha incastrata e nessuna cella è abbastanza grande per nascondersi dalle cospirazioni. Wolfgang, in una Germania sotto zero, abbraccia la vita criminale della sua stirpe; Kala, sposa indiana in vacanza a Positano, tentenna all'idea della prima notte di nozze; Capheus, al centro di un recasting che non tange, trova un rimpiazzo per il suo pulmino con Van Damme sulla fiancata. Nomi è in fuga, così come Will e Riley: rifugiati in una catapecchia islandese, i due scacciano con l'eroina le interferenze di chi li vorrebbe cavie. Siamo con loro, nati in agosto, quando spengono le candeline per i loro compleanni coincidenti e si imbrattano di glassa. alla Vigilia, fra cori gospel e rivelazioni a cui non si risponde che con l'accettazione. Al countdown per Capodanno, che prevede colpi di pistola e fuochi d'artificio in una Berlino imbiancata. Si entra in scena con Feeling Good, ammaliando, e ci si prepara ai saluti con un'emozionantissima Hallelujah. A metà, visioni dell'eredità di Daryl Hannah e il sesso di gruppo che infrange i tabù, celebrando i corpi nudi, gli intrecci di anime, i colori della diversità. Sono benvenuti nel mucchio selvaggio anche la frizzante Amanita, compagna di Nomi, e l'adorabile Hernando di Alfonso Herrera, che fa strano vedere accanto a Silvestre e senza l'abito talare di The Exorcist. Si toccano pelle contro pelle gli uomini e le donne, i bianchi e i neri, a ricordarci sotto le feste il calore, l'armonia e l'apertura (di gambe, cuori o teste che sia). Lo speciale natalizio di Sense8 seduce a colpo sicuro ribadendo i suoi punti di forza – le emozionanti scene d'insieme, le intense affinità erotiche e intellettuali, il montaggio da videoclip – e ti lascia presto, dando respiro a te che ami lamentarti dei film a tema sul Cinque e dici di andare fiero della tua misantropia, e invece no. 

sabato 11 febbraio 2017

Recensione: L'uomo di casa, di Romano De Marco

Puro o contaminato, non importa
è il sangue che chiama il nostro sangue.”

Titolo: L'uomo di casa
Autore: Romano De Marco
Editore: Piemme
Numero di pagine: 322
Prezzo: € 17,50
Sinossi: La vita perfetta di Sandra Morrison è andata in pezzi il giorno in cui Alan, suo marito, è stato ritrovato morto in uno squallido parcheggio. Era seduto nella sua auto, con la gola tagliata e i pantaloni calati. La polizia non ha dubbi: un banale caso di omicidio a scopo di rapina, probabilmente un incontro finito male con una prostituta. Per Sandra, è come essere precipitata in un incubo: ora è rimasta sola nella bella casa di Bobbyber Drive, a occuparsi della figlia adolescente ferita e arrabbiata e a rimettere insieme i pezzi di un puzzle senza senso. Chi era l'uomo con cui ha condiviso vent'anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? E la situazione peggiora quando Sandra scopre che, all'insaputa di tutti, Alan stava indagando da tempo su un caso di cronaca nera rimasto irrisolto trent'anni prima: il rapimento e l'uccisione di sei bambini a Richmond, Virginia, per mano di una donna che nessuno è mai riuscito a identificare. Ma perché Alan era tanto ossessionato dall'enigma della Lilith di Richmond? Cosa lo legava a quella vecchia storia di orrore e morte? E perché aveva tenuto segreto quel morboso interesse? Nella sua angosciosa ricerca della verità, Sandra scoprirà che non solo suo marito, ma tutte le persone che la circondano hanno qualcosa da nascondere. E, soprattutto, che il filo di sangue che unisce l'omicidio del presente a quelli del passato non si è ancora spezzato. E la prossima vittima potrebbe essere proprio lei.
                                             La recensione
Il thriller è il genere con le trame più accattivanti e le fascette promozionali più ingannevoli. Quello in cui, tra delitti e doppie identità, si annidano le delusioni cocenti e le recensioni che, a malincuore, mi rendono pignolo. Leggendo di indagini e misteri, infatti, so di essere più critico del solito. Sta nei patti. Sono racconti stratificati, architettati come castelli di carte: se qualcosa non va, tutto crolla. Ho conosciuto Romano De Marco di persona, ai tempi del piccolo ma efficace A casa del diavolo. Presentava il romanzo in una libreria della mia città. Avvenimento rarissimo, giustificato dalla provenienza dell'autore: abruzzese, quindi quasi un vicino di casa. Sono passati quattro anni. Nel mentre, purtroppo, non ho letto la serie noir pubblicata con Feltrinelli, ma prometto che la voglia di recuperare – e di scoprire che, in fondo, ho ragione – c'è. L'ho ritrovato a gennaio con un altro editore e un thriller che abbandona l'Italia per gli Stati Uniti. Quando, di quell'unico romanzo letto, a me era piaciuta tantissimo proprio l'originale ambientazione in un inquietante paesino dell'entroterra. L'uomo di casa, nonostante il titolo, è di donne che parla. A Vienna, in Virginia, Sandra – logopedista quarantenne, da poco vedova – indaga sull'omicidio del padre di sua figlia. Ritrovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati, non doveva essere poi un marito così esemplare. 
Sandra vive il suo assassinio come un tradimento, finché non scopre l'ossessione dell'uomo che le è stato accanto senza mai svelarsi. In segreto, indagava su una serie di delitti irrisolti. Qualcuno l'ha messo a tacere. Tra prima e terza persona, tra passato e presente, ci si addentra a capitoli alterni in una casa degli orrori. Siamo negli anni '70. La polizia ha trovato i cadaveri di sei neonati e un bambino denutrito, ammanettato a un termosifone. L'assassina è una ragazza, ribattezzata dai media la Lilith di Richmond, di cui per trent'anni si perdono le tracce. L'uomo di casa ha l'aria di un thriller avvincente, e mentirei se dicessi tutto il contrario. L'ho letto in due pomeriggi, è già ai primi posti delle classifiche di vendita online e, in rete, non mi sono imbattuto in pareri negativi. Il buon Romano, che professionalmente stimo molto, non si offenderà se io – isolata voce fuori dal coro, bastian contrario che tende a chiarire i perché delle proprie affermazioni - dimosterò scarso entusiasmo. A me, sin dall'inizio, L'uomo di casa non convinceva. Thriller dallo stile scorrevole e dalla struttura intrigante, infatti, non è di quelli mal pensati. Si regge in piedi fino alla fine e, in conclusione, presenta un colpo di scena che comunque avevo intuito. Non ha imperdonabili incongruenze. 
All'apparenza, mantiene sano e salvo, integro, il suo famoso castello di carte. Le mie critiche non vanno all'orchestrazione: si sente che, dietro, c'è chi si è fatto le ossa altrove. Ma, purtroppo, all'Uomo di casa non ho mai creduto. Ho trovato che gli mancasse non un intreccio solido, ma la necessaria dose di credibilità. Qualcosa stona. Nei dialoghi stilizzati, stereotipati. Nello stile giornalistico, che indugia in panoramiche che fanno un po' Google Earth. De Marco ha una sorella che vive negli Stati Uniti, si sarà di certo documentato con scrupolosità. Ma, a orecchio, ho sentito forzature e stranezze. Come quando un italiano all'estero fa sfoggio di un inglese da manuale ma l'accento, non so, lo sbugiarda. Ci sono generi, vero, che da noi non trovano terreno fertile. Capisco i fantasy, lontani dalla terra dei cachi. Capisco gli esordienti. De Marco, eppure, ha già scritto e venduto thriller italianissimi. Con L'uomo di casa fa un salto spaziale, un esperimento poco necessario. Gioca, e si diverte più di me. Dalle parentesi rosa – ad aiutare la protagonista, infatti, il classico bel tenebroso che non è chi dice di essere – a un quartiere che nasconde aiutanti inverimili, si inciampa nei cliché e nelle svolte da film. Ho pensato ai thriller matrimoniali di Sophie Hannah o al dimenticabile Cattive Compagnie, ritorno di una Ruth Newman fuori forma. Ho spulciato. Volevo capire. Mi sono imbattuto in molti plausi e, infine, in un'intervista dell'autore stesso. Scriveva di aver pensato il suo ultimo romanzo domandandosi: quali sono gli ingredienti di un bestseller? Dalle varie Ragazze del treno (ho detestato anche la prima, figuriamoci) ha tratto così punti di vista bipartiti, protagoniste femminili e sentimenti che si tingono di giallo. Personalmente, ho risentito per tutto il tempo della scrittura a tavolino e del vago effetto minestrone. Le sue parole mi hanno confermato involontariamente che non sbagliavo troppo. Mi auguro per lui, da "buon vicino”, che L'uomo di casa sia un successo. Le regole seguite alla lettera, quelle del bestseller internazionale, son giuste. Peccato che i romanzi belli davvero – quelli scritti per esigenza, per bisogno viscerale, e quando capita si sente – ne seguano tutt'altre, sottintese. 
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Snow Hill - Eternal Flame



giovedì 9 febbraio 2017

Mr. Ciak: Split, A spasso con Bob, Allied, Other People, L'estate addosso

Sono passati quasi vent'anni dai trionfi del Sesto Senso. Cos'è stato di Shyamalan, per alcuni prodigio e per altri meteora? Dalla mia, lo scorso anno, avevo già apprezzato il più che dignitoso The Visit. Troppo sottovalutato quello, mi trovo ad ammettere, e troppo sopravvalutato questo. Split si dilunga, ti sconcentrata con il cambio degli scenari e, fino alla fine, annoiato, aspetti di trovare il bandolo della matassa. Parti con le ipotesi più difficili e astruse, allora, perché il regista ha un debole per i finali spiazzanti e in rete accennavano a un gran colpo di scena, ma la piattezza dell'intreccio ti delude. Il twist, infatti, non riguarda gli esiti di Split né giustifica gli inefficaci salti qui e lì: è un cameo, non vi anticipo di chi, che ho trovato trashissimo. Per me, quindi, neanche questa volta è fumata bianca. Grigiastra, tutt'al più, come lo sono questi lungometraggi né brutti né belli, né intelligenti né ovvi. Sul successo futuro di Anya Taylor-Joy, vista nel ben più rimarchevole The Witch, metterei la mano sul fuoco: è una giovane Mia Wasikowska, per intensità, ma sta meglio della collega con le canottiere attillate. James McAvoy gigioneggia a ruota libera, non raggiungendo mai i livelli della camaleontica Tatiana Maslany: la colpa, di un doppiaggio che appiattisce e di una recitazione che tende involontariamente alla clownerie. Il suo villain, unico e memorabile su carta, risulta più buffo che inquietante. E delle innumerevoli personalità annunciate sul poster ne conosciamo appena un paio. Poteva essere grande come dicono, Split. Non sorprende mai, invece: è un thriller classico, con prigionieri e aguzzini. Quello che ti aspetti e, in fondo, non volevi rivedere. (5,5)

La storia del musicista di strada e del gatto che gli ha salvato la vita. L'hanno mostrata i video su YouTube, ci hanno scritto sopra una serie di libri. L'amicizia tra i due ha ispirato una fiaba inglese che può sembrare buonista, dall'esterno, ma che a fine visione mi è parsa necessaria. Perché anch'io ho un trovatello che ci ha fatto il piacere di restare. Perché, di mio, ho la tendenza a lasciarmi ispirare e commuovere da queste storie che parlano della bellezza delle seconde possibilità. La vicenda di James è quella di tanti ragazzi ai margini delle nostre città: giovani che le cattive compagnie logorano. Con una famiglia che gli ha voltato le spalle e la strada come casa, è un tossicodipendente che suona nelle piazze per sbarcare il lunario. L'angelo custode ha le fattezze di un gatto rosso che si impossessa del suo appartamento provvisorio e gli cambia l'esistenza da così a così. Se c'è un musetto simpatico nei paraggi, infatti, siamo tutti disposti a concedere un'occhiata a chi sa prendersene cura. James ha il frigo vuoto, ma cede le sue scatolette di tonno all'ospite e, con lui accanto, lotta contro le crisi di astinenza. Volendo bene a un'altra anima, impara a rispettare anche se stesso. Parla uno che gattaro lo è da premesse, ma che dai film con gli amici animali non si fa incantare: sull'ultimo, l'indifendibile Una vita da gatto, ho glissato. A spasso con Bob ha un piglio indie, un'ottima colonna sonora, un'innamorata dai capelli rosa e tanta voglia di cambiarti, se non la vita, almeno una domenica triste. Luke Treadaway è perfetto nella sua fragilità, con l'aggiunta di un notevolissimo talento musicale; il gatto Bob, protagonista della sua stessa autobiografia, è un'adorabile star del cinema che non ha mai bisogno dell'aiuto della computer grafica. Esordiente a quattro zampe, ma anche regista segreto di un film che ha il suo nome e il potere di farti avere fiducia nel mondo. Diciamolo, conoscendo la volubilità dei nostri animali: chi crede alla storia che fossero gli addetti ai lavori a dirigere lui, anziché il contrario? (7)

Max e Marianne si incontrano nella Casablanca dei primi anni '40. La loro missione: assassinare l'ambasciatore tedesco. Alleati, si scoprono vicinissimi anche a sipario calato. A separarli, il dubbio: Marianne è dalla parte del nemico? Metterla alla prova, fingere e, in caso di alto tradimento, giustiziarla con le proprie mani. Scrive Knight, dirige Zemeckis e l'imbolsito Brad Pitt, con una Cotillard più bella che mai, recita e fa parlare gli amanti del gossip. Dietro il melodramma bellico che avrebbe fatto cessare il chiacchierato idillio tra lui e Angelina, però, l'ombra del nemico e quella di una critica poco convinta. Su Allied hanno sparato a zero. Pitt, già cacciatore di nazisti per Tarantino, è pigro e tirato; la trama è didascalica; l'epilogo, nonostante un'indubbia tensione emotiva, ti lascia senza ricordi duraturi. Allied fa il verso a film immortali – Casablanca, L'ombra del dubbio – e, pur nel suo citazionismo, nel suo rimanere fedele e classico, non è all'eternità che punta. Volontariamente, ho intuito. Un Zemeckis coreografico e languido si diverte molto, e il suo ultimo film, da vedere con i giusti occhi, è così preso dai rimandi da affascinare senza aggiungere niente al tema. E mi diverto, io, se in presenza di cose belle. Che i bei film non vivano solo di quelle, poi, siam d'accordo. Coinvolgente, antirealistico, sospirato, Allied è una spy-story matrimoniale con le stesse fattezze della Cotillard: elegante e charmant, anche se più impegnata su altri fronti. Un omaggio a un'epoca d'oro che rivive nelle scenografie impeccabili, nelle scene roboanti e sospirate – l'amore nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, il travaglio sotto i bombardamenti, la tragedia conclusiva – e nei doppi giochi di femme fatale parigine, che fanno la gioia e i dolori di spettatori e sarti. (6,5)

Le altre persone. Quelle che David, parte di una coppia aperta, potrebbe frequentare se solo volesse. Quelle lontane, sconosciute, a cui di solito capitano le disgrazie. Purtroppo è arrivato il turno del protagonista per l'infelicità: gli tocca convivere con una disastrosa situazione sentimentale e con la madre morente, nella provinciale Sacramento. Commediografo in cerca di fama e fortuna, David ha ventinove anni e tanta pena nel cuore; due sorelle minori; un padre premuroso, che tuttavia si ostina a negare la sua sessualità; una genitrice moderna e generosa, dalla risata sempre pronta, che suo malgrado sta soccombendo al male peggiore. Other People, che nel 2016 ha aperto il Sundance, racconta il ritorno del protagonista all'ovile: un soggiorno lungo un anno, tra spettacoli di cabaret tristanzuoli e bocconi amari. Jesse Plemons, frustrato e nevrotico, visto più in tivù che al cinema, è bravissimo; un'orgogliosa e stravolta Molly Shannon, storica comica del Saturday Night Live, strazia quasi nel suo primo ruolo drammatico. Con la malattia lasciata ai margini e l'umorismo aspro del cinema indie, nella commedia d'esordio di Chris Kelly si sorride spesso e amaramente. Conto alla rovescia inesorabile e più doloroso del previsto, Other People è un Please Like Me vestito a lutto, che scorre leggerissimo ma non senza pensieri ingombranti. Soprattutto, che certifica i classici pregiudizi dell'Academy: cieca davanti alla grande intensità dei protagonisti di piccoli film come questo. (7)

Marco vola negli Stati Uniti con i tremila euro dell'assicurazione. Sua compagna di viaggio, la saccente Maria. Dovranno dividere lo stesso letto e convivere con un'affiatata coppia omosessuale. Ma Matt e Paul vincono lo scetticismo della provinciale figlia di papà. Le farà cambiare idea anche Marco, innamorato non corrisposto? Posso spezzare una lancia in favore dell'Estate addosso, sì? Negativamente prevenuto, gli rimproveravo la regia di un Muccino che ormai non ha più l'età; personaggi privilegiati, che vivono un dispendioso viaggio della maturità; tutto il male che a Venezia gli avevano detto. Chiariamolo subito: ha uno spunto impercettibile, una banale voce narrante, una parentesi gay che sembra uscita da una sceneggiata e una Matilda Lutz che ha un visino troppo grazioso, un inglese troppo perfetto, per augurare il peggio al suo irritante personaggio. Però mi ha ricordato un Come te nessuno mai on the road, Brando Pacitto lo si invidia un po' per i giri in ottima compagnia e un po' per lo splendido panorama, l'epilogo amarissimo è triste come un'estate che finisce. Dopo una lunga serie di melodrammi incolore, Muccino mi ha sorpreso con una commedia corale leggera, giovane, in armonia. Dove ci sono pronunce fluide, albe, amori impossibili, un Jovanotti che si sente meno di quanto pensassi e, il giorno dopo, un risveglio disincantato. Quello che resta in America resta in America. Un Bertolucci avrà raccontato poligoni simili, giungendo spesso alle stesse riflessioni. Ma in Io ballo da sola o in The Dreamers c'erano più autorialità, più spessore, più carne tenera pizzicata. Soprattutto, un nome che pesa nei titoli di coda. Se non ci fosse stato quello di Muccino, in una versione di L'estate addosso eppure tale e quale a questa, non avremmo respirato più volentieri e senza pregiudizio questa stessa libertà? (6,5)