martedì 27 settembre 2016

Recensione: Un po' di follia in primavera, di Alessia Gazzola

“Povero D'Armento. Che ne poteva sapere, lui, che chi ti conosce muore l'indomani.”

Titolo: Un po' di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 26 settembre 2016
Sinossi: Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante… Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta… Ma sarà quella giusta?

                                                        La recensione
Quando smettiamo di provare qualcosa, non per questo dimentichiamo cosa significa sentirla. Capita che, alla fine, la vita conduca altrove. Dove, non è dato saperlo.
Anno difficile, questo. Coi vuoti, gli scatoloni in corridoio, i cambiamenti che spaventano. Senza un romanzo di Alessia Gazzola sul comò, presenza fissa da qualche gennaio a questa parte, difficilo lo è sembrato, a tratti, anche di più. A cosa lavorava l'autrice, che in un primo momento parlava di questo quinto capitolo come del conclusivo? Dov'era finita, in quel mio inverno solitario e freddissimo? C'era bisogno di un viso familiare, delle parole di conforto dei romanzi belli e leggerissimi. Di qualcuno come Alice, la voce amica che ti dice le cose giuste nei momenti sbagliati. Le sono serviti anni di esperienza, un lungo apprendistato, cinque romanzi. Alla fine, ha imparato qualcosa su sé stessa e sugli altri – il necessario per prestarsi come sportello psicologico part-time, ma non per evitare scene mute al cospetto della famigerata Wally –, nonostante la silenziosa compagnia dei defunti. Lei, spontanea e chiacchierona, parla abbastanza per tutti. Lei, frizzante e positiva, anche se più flemmatica di romanzo in romanzo, trova nella morte imprevedibili spunti per ragionare sulla vita. All'inizio, smarriva i cadaveri in obitorio e gettava cicche sfrigolanti nei boschi. Si barcameneva, con un filo di vanità tutta femminile, tra Claudio Conforti e Arthur Malcomess: uno sardonico e allergico alle storie importanti, l'altro romantico ma affetto dalla sindrome di Ulisse. Alice, con i trenta che si avvicinano, giunta davanti all'ennesimo bivio, può forse continuare a posticipare le speranze a proposito della serietà del primo, l'impenitente CC, e aspettare con gli occhi fissi sull'orologio da polso i porci comodi del secondo, errabondo per natura e mestiere? Per saperlo, ho dovuto attendere che l'autunno mi portasse un libro con la primavera nel titolo. Il ritardo, giustificato dalla pubblicazione di Non è la fine del mondo: primo romanzo senza Alice nei dintorni, che era stato poco più che un piacevole riempitivo; mi aveva fatto sorridere, lasciandomi sostanzialmente insoddisfatto. Mancava il quid, in una commedia romantica come tante; mancavano, diciamolo pure, l'Allieva e i suoi annosi grattacapi. Quella Emma lì aveva il solo difetto di non essere lei. Sessione d'esame che vai, però, Alessia Gazzola che trovi. Un po' di follia in primavera, così, ha scelto la fine di settembre per sbocciare. A meno un esame dalla laurea, se Dio (e la relatrice) vuole, e con un mese scarso per prepararlo, il famoso ultimo esame; all'alba di un altro periodo intenso, a metà del solito anno difficile, che si riannoda su se stesso, imbroglia e non finisce più. Mali estremi richiedono estreme Alice Allevi. 
E, con il debutto su Rai Uno previsto per questa sera, la nostra eroina arriva in doppia versione: sul piccolo schermo sarà la bella Alessandra Mastronardi, alle prese coi casi e i colpi di cuore dei romanzi introduttivi; in libreria, invece, puoi immaginarla come più ti piace, scoprirla cresciuta a vista d'occhio. Nella mezza stagione che stando al luogo comune non esiste più, si assistono a tripudi naturali, sanguinosi omicidi e a sviluppi significativi nella sensibilità di una giovane donna il cui nome, da un po', è sinonimo di indecisione cronica e assicurato buonumore. Alice matura e cambia, elabora elogi alla tristezza e scrive capitoli sull'importanta dell'autosufficienza. Collabora con il solito Calligaris per la risoluzione di un caso di cronaca nera e si prepara a una scelta decisiva, professionale e sentimentale. Ruggero D'Armento, psichiatra di grido, viene ritrovato in una pozza di sangue nel proprio studio: si occupava di pazienti al limite, aveva scontentato parecchie persone in tribunale. 
Le sue continue assenze di lavoro, la sua distanza, giustificano la relazione extraconiugale della moglie – infatuata di un giovane violinista, insegnante di musica della loro unica figlia – e la freddezza dei conoscenti. Chi lo voleva morto, chi lo voleva vivo? Quanto era nera l'anima che nascondeva con cura, dietro il tono accondiscendente e l'espressione bonaria? L'indagine è un'autentica distrazione da incombenze più grandi, questa volta: tutto pur di non pensare. A un brillante al dito, tanto sognato, tanto invocato, che adesso sta stretto: l'anello di fidanzamento regalatole da non vi dico chi, infatti, è appariscente, pesante, blocca la circolazione e le buone intenzioni. Pur di non pensare, ancora, alla malinconia che la attanaglia al pensiero di dover dire addio alle pareti color guscio d'uovo dell'Istituto: una bolgia infermale che, con tenacia, aveva arredato su misura di un sogno, pensando fosse una condanna per sempre. Invece tutto finisce, anche la specializzazione, e realizzarlo intristisce. Che farà l'Allieva quando discuterà la tesi, infine, e smetterà di essere l'Allieva? Chi le indicherà la retta via, con una nonna che purtroppo invecchia, un Claudio abbattuto e un Arthur che fermo proprio non sa stare? Capitolo meno sospiroso nel sentimento, con il rosa annacquato, il giallo ingarbugliato, inattaccabili ragioni per non chiuderla qui e novità, titubanze, che facevano provvidenzialmente pendant con le mie, il nuovo romanzo mostra che è un anno difficile anche nella vita di carta di Alice – c'è qualche piega che somiglia a una ruga d'espressione anticipata, le orecchie ostinate a mo' di segnalibro –, ma si reagisce alle avversità, agli umori cupi, con la solita ironia e una freschezza fortunatamente preservata. L'allergia al polline fa starnutire, i gatti in amore miagolano sotto i portici, qualche bocciolo si apre – nato dal letame, come canta De André, o nel freddo di una sala autoptica - e qualcun altro viene calpestato da un passo pesante, strappato prima del tempo pattuito. 
In Un po' di follia in primavera, lieve ma con profondità, il mistero ha fatto fiore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Keira Knightley – Like a Fool (da "Begin Again")

lunedì 26 settembre 2016

Aspettando 'Fine Turno', di Stephen King: Brady

Amici lettori, buongiorno e buon lunedì. Come state?
Oggi post un po' atipico, per me che non sono un amante dei Blog Tour, ma potevo forse fare orecchie da mercante al richiamo di Stephen King? Giocando d'anticipo, io e qualche collega blogger vi parliamo, perciò, del ritorno di Bill Hodges in Fine turno, puntuale conclusione della trilogia iniziata tre autunni fa. La mia tappa è finalmente arrivata, e vi parlo di quello che forse è il personaggio più controverso e irresistibile della serie: Brady, l'insospettabile maniaco omicida della porta accanto. Il prossimo appuntamento è il 3 ottobre, su Everpop, alla scoperta di Pete Saubers. Un abbraccio. M. 

Titolo: Fine Turno
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer – Pandora
Numero di pagine: 496
Prezzo: € 19,90
Data di pubblicazione: 11 ottobre 2016
Sinossi: In un gelido lunedì di gennaio, Bill Hodges si è alzato presto per andare dal medico. Il dolore lo assilla da un po' e ha deciso di sapere da dove viene. Ma evidentemente non è ancora arrivato il momento: mentre aspetta pazientemente il suo turno, infatti, Bill riceve la telefonata di un vecchio collega che chiede il suo aiuto, e quello della socia Holly Gibney. Ha pensato a loro perché l'apparente caso di omicidio-suicidio che si è trovato per le mani ha qualcosa di sconvolgente: le due vittime sono Martine Stover e sua madre. Martine era rimasta completamente paralizzata nel massacro della Mercedes del 2009. Il killer, Brady Hartsfield, sembra voler finire il lavoro iniziato sette anni prima dalla camera 217 dell'ospedale dove tutti pensavano che sopravvivesse in stato vegetativo. Mentre invece la diabolica mente dell'Assassino della Mercedes non solo è vigile, ma ha acquisito poteri inimmaginabili, tanto distruttivi da mettere in pericolo l'intera città. Ancora una volta, Bill Hodges e Holly Gibney devono trovare un modo per fermare il mostro dotato di forza sovrannaturale. E a Hodges non basteranno l'intelligenza e il cuore. In gioco, c'è la sua anima.  Dopo "Mr. Mercedes" e "Chi perde paga", King ha scritto il capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana. Dalla trilogia di Bill Hodges sarà tratta una miniserie TV diretta da Jack Bender. 
                            Conosciamo meglio... Brady
Sono lì, al freddo, di notte, che elemosinano un impiego al di là delle transenne.
Con l'arrivo dell'alba, pian piano, si solleva la nebbia.
Le vittime della recessione, gente onesta e volenterosa, aspettano pazienti che la Fiera del Lavoro apra i battenti e li accolga, dando loro una seconda chance. L'impiego non ha importanza, basta lo stipendio. Della folla di disperati ricordo una ragazza madre che aveva portato con sé il suo bambino – un neonato da proteggere dalle intemperie, per quanto possibile, e dal mondo. Ma il mondo è cattivo e sanguinario, ha fari abbaglianti e pesa quintali di lamiere; si riversava su loro tutti, sotto forma di una rombante e infallibile Mercedes. L'uomo al volante indossava la maschera di un clown. 
A testimonianza del suo passaggio, una montagna di corpi – neanche il bambino l'aveva avuta vinta, la lotta contro le ruote – e un adesivo giallo; uno smile beffardo. Quanto impiegheremo per conoscere il vero nome dell'omicida, per odiarlo viso a viso, per vederlo finalmente alle corde? Si aspetterà il finale, per scoprire chi ha premuto senza pietà l'acceleratore?
Nel primo romanzo di una trilogia gialla che, proprio in questi giorni, giunge a termine, Stephen King giocava a carte scoperte. E sin dall'inizio dava un'identità, un indirizzo, connotati precisi al suo spregevole killer – alla luce della recente strage di Nizza, sotto i fuochi d'artificio del 14 luglio, il suo modus operandi ripugnerà e addolorerà perfino di più. Mr. Mercedes si chiama Brady, è sulla ventina: nerd mosso da un inquietante spirito di onnipotenza e da un complesso di Edipo latente. Smilzo, pallidiccio, dinoccolato, non spicca nella folla: una faccia che si dimentica, poche relazioni col prossimo e, nell'anonimato del suo quieto vivere, pensieri cattivi. Somiglia un po' a Chuck Bartowski, con tanto di riccioli, e un po' all'inquietante portinaio dello spagnolo Bed Time. Nella serie tivù di prossima uscita, sarebbe stato quell'Anton Yelchin, attore indie per eccellenza, di cui piango ancora la scomparsa. Gli occhi azzurri, il viso spigoloso, la schiena curva.
L'unica presenza in casa, la madre: una donna fragile e viziosa, meschina nel profondo, sopravvissuta a un marito scomparso prematuramente e a un figlio cerebroleso, morto in circostanze poco chiare ma piuttosto prevedibili. Sbarcano il lunario con gli stralci dell'assicurazione sulla vita dei loro cari estinti. 
Le mamme e gli scantinati, si sa, traviano gli Psycho di ogni era. Ma se l'altrettanto mite Norman Bates, nel sottoscala del suo motel, si dava alla tassidermia, Brady smanetta davanti a infinite schermate e, chino sulla tastiera, cracca il codice del caos. I capitoli alternati, che fanno di Mr. Mercedes anche un riuscitissimo e divertente caleidoscopio di intenzioni belle e brutte, ci raccontano dell'antagonista tanto quanto fanno di Bill Hodges, detective in pensione e con sporadiche tendenze suicide, che si muove seguendo i pochi indizi. Eppure sapete che, in un modo tutto suo, il soggiorno nella mente matta di Brady suscita compassione, interesse e una strana specie di simpatia? Affascina, scrivevo qualche anno fa, alla stregua di una belva rara allo zoo: vorresti sfiorarla, ma temi ci rimetteresti la mano o il senno.
Nel primo capitolo, sembrava lo avessero messo fuori gioco.
Nel secondo, era una comparsa marginale.
Nel terzo ritorna, atteso con la curiosità alle stelle. Presente, ma indebolito.
Fine turno ha nuove sfumature, su carta; un male infido, che assume altre forme.
Sarà saggio, adesso, allungare la mano oltre le sbarre; svegliare il can che dorme?


sabato 24 settembre 2016

Recensione: L'uomo che inseguiva i desideri, di Phaedra Patrick

Non mi sono mai chiesto se fosse quella giusta, perché in realtà non c'era nessun'altra. Adoravo la semplicità della vita assieme a lei. Era come se stessi seguendo un sentiero invisibile che qualcuno aveva già tracciato per me.

Titolo: L'uomo che inseguiva i desideri
Autrice: Phaedra Patrick
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Da un anno, ogni mattina, Arthur Pepper si sveglia alle sette e compie con esattezza gli stessi gesti. Si veste seguendo un ordine preciso, mangia una fetta di pane tostato, poi alle otto e mezzo si mette a sistemare il giardino. Questo è l'unico modo per superare il dolore per la perdita dell'amata moglie, Miriam, dopo tutta una vita passata insieme. Solo così gli sembra di poter fingere che lei sia ancora con lui. Ma il giorno del primo anniversario della sua scomparsa, Arthur prende coraggio e decide di riordinare gli oggetti di Miriam. Nascosta tra gli stivali, vede improvvisamente una scatolina. Dentro c'è un braccialetto con dei ciondoli: sono a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti. L'uomo sulle prime è perplesso; la moglie non indossava gioielli. Ma poi guarda con più attenzione e si accorge che su un ciondolo è inciso un numero di telefono, che Arthur non può fare a meno di chiamare subito. È l'inizio della ricerca e delle sorprese. Seguendo i ciondoli Arthur compie un viaggio che lo porta su un'assolata spiaggia di Goa che ha visto la donna giocare con un bambino indiano, a Londra da un famoso scrittore, in un'accademia d'arte dove è custodito un ritratto di Miriam da giovane, a Parigi in una raffinata boutique, in un castello della campagna inglese dove incontra una tigre, e in tanti altri luoghi che non aveva mai visitato. Un viaggio che gli fa scoprire una Miriam sconosciuta, ma che ha ancora tanto da insegnargli. E gli ricorda che l'amore è sorprendersi ogni giorno, per tutta la vita e anche oltre.
                                               La recensione
Arthur, metodico e fedele, ha il duro compito di riscrivere dal nuovo la sua routine nel momento in cui Miriam, la prima e l'ultima donna della sua vita, lo abbandona per l'aggravarsi di una brutta e improvvisa polmonite. Non saprebbe dire come, ma il tempo è passato: è già vedovo da un anno quando, dopo la colazione alla solita ora con il solito toast, decide di mettere via le cose della moglie scomparsa. 
Una busta per i rifiuti, un'altra per i capi da dare in beneficenza. Finché, sul fondo di un paio di stivali dismessi, non trova un oggetto di cui non conosceva l'esistenza. Un bracciale, di certo troppo appariscente per i gusti di una Miriam che spiccava per eleganza e discrezione, con otto ciondoli – alcuni vecchi, altri recenti. Sembra costoso. Sembra importante. Un pendente rimanda all'India, un altro a Parigi, un altro a Londra. E tutti, soprattutto, rimandano a una vita prima di Arthur, che pensava di essere stato, in cinquant'anni di matrimonio, il solo al mondo. Perché non sapeva niente della Miriam avventurosa, ribelle, spezzacuori? Perché alla fine ha scelto lui, un timido fabbro di provincia dalle abitudini rassicuranti, anziché il brivido dell'ignoto? I dubbi lo tormentano e non sa con chi condividerli: i figli sono altrove – Ben in Australia, Lucy alle prese con un matrimonio fallito -, e non vuole cancellino l'idea che hanno della madre; una vicina di casa, l'invadente e generosa Bernadette, lo rimpinza di manicaretti e attenzioni, ma forse non è la confidente migliore in quell'occasione. Così, come in una caccia al tesoro, il vedovo solitario mette insieme i tasselli e dà a ognuno di quei ninnoli un significato, una collocazione geografica. Si mette in viaggio sulla scia dell'intuizione, in coda alla malinconia. E la vita, dopo tanto dolore, nonostante le sorprese belle e brutte che Miriam ha in serbo per lui, lo stupirà ancora. L'uomo che inseguiva i desideri, esordio da inserire nel filone con vecchietti a bordo, buoni sentimenti e viaggi fuori porta, è un'esperienza di cui non mi sono pentito. Una lettura rilassante, ottimista e leggera, che all'inizio non mi ispirava granché e poi, complici le recensioni delle amiche blogger, ha trovato invece posto sul mio comodino e in mezzo ai rinnovati impegni universitari. 
Onestamente, mi aspettavo però qualcosa in più. La storia di Phaedra Patrick, per quanto fresca e scorrevole, con dalla sua anche la bella copertina italiana, mi è sembrata tutt'altro che insolita. Le tappe e i simboli di Lo strano viaggio di un oggetto smarritoil cui protagonista, mio omonimo, era giovanissimo, ma in cerca - , i vecchietti indomiti di Piccole sorprese sulla strada della felicità in cui la sinergia tra l'ultracentenaria Ona e il suo sfortunato amico boy scout, in unione alla tragedia di due genitori e alle risposte talora brusche di lei, facevano l'autentica differenza. I tre romanzi hanno in comune i colori pastello della copertina, lo stile trasognato, tutti i chilometri fatti per riappropriarsi di qualcosa che si è perso – una mamma, un ricordo, le verità insepolte di una compagna sepolta. Il difetto di Arthur è che l'ho messo in coda, l'ho letto poco dopo. E alle storie dei suoi amici in là con gli anni, ugualmente curiosi e romantici, non ha nulla di significativo da aggiungere, né nulla di particolare da invidiare. Le soste del suo girovagare, ben presto, si confonderanno con quelle di chi è arrivato prima e di chi, inevitabilmente, arriverà dopo. In un allegro affaccendarsi di rughe, capelli bianchi e sogni da rispolverare, da cui forse mi tirerò un po' fuori. In libreria o al cinema, mi piacciono le storie sui pensionati che non si arrendono agli affanni dell'età e alle case di riposo – e la cieca fedeltà di Arthur, la vita segreta di Miriam e il loro quieto ménage domestico, qui e lì, sfiorano le corde giuste. Meno, poi, l'ormai inevitabile senso di già letto. C'è una seconda gioventù. 
Quella del simpatico Arthur Pepper comincia a sessantanove anni.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: KT Tunstall – Suddenly I See

giovedì 22 settembre 2016

I ♥ Telefilm: Scandal V, Barracuda, American Gothic

Quattro stagioni fatte fuori in un'estate. E io, che eppure non amo né le maratone ser(i)ali né i recuperi in grande, con Scandal mi ero fissato. Con i gladiatori in doppiopetto della bellissima e spietata Olivia Pope, dopo aver fatto l'errore di ignorarli per anni e anni, avevo fatto pace, infatti, consacrandogli i mesi fatidici in cui il sole batte, la televisione è spenta, i cinema chiudono. Nonostante il gran parlarne, nonostante i “guardalo, guardalo”, che sorpresa: me lo aspettavo più serio o forse l'esatto opposto, trash e senza redenzione. Invece, tra comprimari iconici, dialoghi brillanti e loschi intrighi alla Casa Bianca, ero rimasto conquistato dalla Rhimes amata dai più. Una furiosa carrellata, giusto in tempo per la quinta stagione. Sono in pari: guardo un episodio, un altro... arrivo al decimo. E poi? C'è che, poi, di Scandal ho fatto indigestione. Gli ho detto arrivederci durante la pausa invernale e solo mesi dopo, a stagione conclusa e già doppiata, ho prosegito. Ma sempre perché la concorrenza scarseggiava, in sala così come sui palinsesti, e nelle sere a casa non sapevo come impiegare il tempo. Indigestione, a ripensarci, o delusione? La quinta, probabilmente, è la stagione meno riuscita. E gli episodi introduttivi, lenti, disinformativi e patinati come una puntata speciale di Verissimo, erano l'equivalente dei rotocalchi che leggi – e scordi – nelle sale d'attesa. Dopo lunghi tira e molla e infinite chiamate notturne, il Presidente e il suo braccio destro, quella Olivia suscettibile e sentimentale che non mi è mai stata troppo simpatica, hanno l'occasione di essere felici. Ma le cene di gala, le mani sventolate e i compiti di una first lady non si addicono alla Pope, che trascura il suo team e, momentaneamente, la sua anima battagliera. La squadra, così, rischia il disfacimento: manca il collante, che indossa abiti color avorio e procura succulenti ingaggi. Scandal si perde fino a metà. Poi, è tempo di presidenziali: il mandato di Fitz sta scadendo, lui e lei si accorgono che si amavano di più se lontani e ostacolati, il magnifico Commando muove le fila – e, a sorpresa, trova una moglie per Jake, l'altro lato del triangolo. Ritorna Mellie, in gran spolvero, reduce dalla tragica morte del figlio e dal chiacchierato divorzio: sa cosa vuole, e vuole essere la prima donna al potere. Olivia, da sua nemica giurata, sposerà la sua causa. Mi è mancato Cyrus (protagonista di una grottesca relazione con la sua guardia del corpo, mentre il marito, affascinante gigolò affrancato, rode per la gelosia) e qualche episodio in surplus – dieci, diciamolo pure – mi hanno traviato, in accordo con la mia incostanza. Però Scandal rimonta in sella, si rialza senza graffi sanguinanti, e torna lo stesso di sempre o quasi. A ricordarti che nel profondo del suo essere è una soap opera, sì, ma che un cast straordinario – guidato dall'affidabilissima Kerry Washington – e una scrittura che si va man mano rinvigorendo e raffinando fanno miracoli contro la catastrofe delle prime impressioni. (7)

Danny Kelly, diciassette anni, viene ammesso in una prestigiosa scuola privata in cui appare subito fuori posto. Ha una famiglia d'immigrati, che gli dà tanto supporto e anche un po' di vergogna, e un solo talento. Il nuoto è e sarà il suo lasciapassare. "Pariah" tra i coetanei, in piscina si muove come un delfino. Anzi, come un pesce cane. Le bracciate precise, il corpo perfetto e i tempi folgoranti lo porteranno a essere ben visto nella squadra, a guadagnarsi un soprannome su misura. Forse, alle Olimpiadi. Tratto da un romanzo dell'autore di Lo schiaffo e liberamente ispirato alle imprese in vasca di Ian Thorpe, Barracuda è una miniserie che ho visto per caso. Ed è così che spuntano le belle sorprese. Partita come un teen drama, canonica ma coinvolgente già a prima vista, la serie australiana sul liceale con la stoffa del campione si evolve in fretta: la popolarità, infatti, fa sì che il timido Danny venga ammesso nei salotti, e nella casa delle vacanze, di una famiglia in vista. Corteggiato dalla primogenita, in segreto pensa però al fratello di lei, Martin: nuotatore che il protagonista ha scalzato, e che a volte sembra assecondare il suo sentimento, altre respingerlo. Barracuda, tra le righe, parla del tabù dell'omosessualità nel mondo dello sport, ma con assoluta discrezione. Parla di quei giovani dati per sconfitti che invece ce la fanno. Ancora, di quant'è difficile rialzarsi dopo una caduta: se si atterra in acqua, c'è il serio rischio di morirne. Nella seconda parte, emozioni intense e notevoli picchi di struggimento. La serie punta sul viso pulito dell'esordiente Elias Anton, fisicamente e emotivamente provato; sugli sguardi con Ben Kindon, viziato e impenetrabile; su una calorosissima dimensione familiare e sulla sinergia con l'ottimo Matt Nable, allenatore saggio e fragile quanto Stallone nell'ultimo CreedBarracuda punta al cuore. Un cuore grande e sciupato – per l'oro olimpico, per l'amore -, che ricorda un Veloce come il vento. Come lì, coinvolgimento assicurato anche per i non appassionati; solo, più amarezza. Il greco Christos Tsiolkas cura la biografia immaginaria di una meteora degli anni Novanta: un atleta che un giorno emerge, l'altro sprofonda nell'oblio. La notorietà, in un mondo di competizione e sacrificio, dura un niente: quattro episodi appena. E se si annega e poi si torna a respirare, come in quelle storie di rivincita che mi emozionano sempre, qui ci si concentra più sullo scivolone, sulla caduta, sul piede messo in fallo. Quanto è umiliante deludere le attese? Quanto fa male reinventarsi, anche se a soli vent'anni? (7,5)

La famiglia Hawthorne è sinonimo di denaro e potere. Costruttori da generazioni, lavano i panni sporchi lontani da occhi indiscreti e custodiscono gelosamente i loro misteri. In seguito a un crollo, viene trovata la prova schiacciante che il Killer delle Campanelle, assassino che strangolava le proprie vittime con una cintura di pelle e lasciava una campanella d'argento sulla scena del crimine, ha mietuto un'altra preda prima di scomparire nel nulla. Forse, è uno di loro: al di sopra di ogni sospetto, con tutto da perdere. Quel patriarca, magari, che è morto portandosi nella tomba il suo ultimo segreto? American Gothic, libero rifacimento di una serie degli anni Novanta a me sconosciuta, ha un titolo che rimanda al dipinto a olio di Grant Wood e a un celebre romanzo del Robert Bloch di Psycho. Giallo in tredici episodi, patinatissimo ma dal decoroso taglio stilistico, è in realtà una soap – da quel che leggevo, già in onda su Rai Due – ambientata tra passato e presente, dei cui misteri si viene a capo solo alla fine. Semiserio intrattenimento estivo, trash ma non così tanto, è una partita a Cluedo giocata dai membri della famiglia protagonista: chi perde muore. Eredità e delitti svelati portano gli Hawthorne a riunirsi, sotto i flash e le domande dei giornalisti d'assalto. Una buona Virginia Madsen, mamma chioccia senza scrupoli, accoglie in salotto la figlia maggiore, che si è data alla politica; la piccola di casa, che ha poco intuito e un marito poliziotto; il tenebroso Antony Starr di Banshee – incrocio tra Fassbender e Ian Somerhalder –, che torna suo malgrado all'ovile, dopo una gioventù ribelle; da Shameless, un Justin Chatwin fumettista e tossicodipendente, padre di un bambino inquietantissimo e compagno di un'artista che salta da una clinica all'altra. Cinque pedine, ognuna con le proprie sottotrame da portare avanti, la giusta quantità di curiosità e qualcosa che non torna, anche se sei stato un fedelissimo perfino delle discutibili vendette di Revenge. Lo seguivo a tempo perso, ma American Gothic mi piaceva oppure no? Un epilogo non all'altezza – il season finale è forse la parte peggiore -, infine, mi ha suggerito di no. Quello, non del tutto scontato, ma raffazzonato e strascinato, ha fatto più danni di un cast che recitava senza crederci davvero e di un intrattenimento discreto, tutto sommato, nonostante i buchi narrativi e le leggere noie in mezzo. La metà esatta degli episodi avrebbe fatto a metà del patimento. Richiesta esagerata, se parliamo a tu per tu con un irredento guilty pleasure? (5,5)

lunedì 19 settembre 2016

Recensione: I custodi di Slade House, di David Mitchell

Il tempo è. Il tempo era. Il tempo non è.

Titolo: I custodi di Slade House
Autore: David Mitchell
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 233
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Voltato l’angolo di una via di Londra, proprio dove occhieggiano le vetrine di un popolare pub inglese, lungo il muro di mattoni che costeggia un vicolo strettissimo, se tutto gira per il verso giusto, troverete l’ingresso di Slade House. Un perfetto sconosciuto vi accoglierà chiamandovi per nome e vi inviterà a entrare. La vostra prima reazione sarà la fuga. Ma presto vi accorgerete che allontanarsi è impossibile. Ogni nove anni, l’ultimo sabato di ottobre, gli abitanti della casa - una sinistra coppia di gemelli – estendono il loro particolare invito a una persona speciale, sola o semplicemente diversa: un adolescente precoce, un poliziotto fresco di divorzio, un timido studente universitario. Ma che cosa succede, veramente, dentro I custodi di Slade House? Per chi lo scopre, è già troppo tardi…

                                                La recensione
Londra, enigmatica e piovosa, in alcune zone che sfuggono all'occhio del turista, si tiene cari i suoi vicoli stretti, i suoi frabbricati di mattoni rossi, i comignoli a vista e le insegne delle birrerie. Pennacchi di fumo scuro, il vociare degli avventori di un pub con vetrina che affaccia sull'acciottolato e, in un corridoio angusto di case e condomini decadenti, con il cielo che ti si riversa puntualmente addosso, ritrovarsi davanti a un cancelletto nero che, giureresti, il giorno prima non c'era. Non è l'Inghilterra vittoriana che sempre mi incanta, coi suoi ricami e i suoi misteri, ma un angolo di metropoli che non è mai sceso a patti con la modernità: fiera e tenace, l'impraticabile Westwood Road scoraggia i passanti e protegge a caro prezzo i suoi segreti. Svoltando in Slade Alley, c'è un passaggio che porta a Slade House: una casa signorile, distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che si rivela a certi sguardi, a certi tocchi, solo l'ultimo sabato di ottobre. Ogni nove anni. Tu, lettore, ti ci trovi per caso e in anticipo, un pomeriggio di metà settembre. Fuori pioviggina, il freddo va e il freddo viene, e le giornate si sono accorciate a vista d'occhio. I padroni di casa, ingannati, avranno pensato di avere perso il conto: è già arrivato Halloween? Ma, se hai l'eternità davanti, capita. Ti lasciano entrare. E, dall'altra parte del muro, c'è un giardino terrazzato, con un altro bollettino meteo, di un'altra latitudine, in un'altra realtà. Una casa imponente, dalle architetture gotiche, i cui padroni – gemelli inseparabili – irretiscono sfordunati e speciali viandanti. I custodi di Slade House è la cronaca del loro passato e quella delle esistenze troncate delle vittime prescelte. Partito come un esperimento tra lui e i suoi lettori più affezionati su Twitter, l'ultimo romanzo di David Mitchell è un esemplare unico nella prolifica produzione dell'autore britannico. Se come me lo si conosce soltato di fama, stupirà trovarsi tra le mani un volume sottilissimo, cupo, in cui non c'è traccia apparente delle sue epopee tra scienza e fede, dei protagonisti legati da un filo di pensieri, di pagine che, poiché numerose, tendono a scoraggiare. Pur avendo trovato emozionante e illuminata la visione dell'intricato Cloud Atlas, David Mitchell l'ho condannato a un eterno viavai nei miei carrelli online, fino a quando non si è dato ai racconti dell'orrore e, infine, ha fatto breccia. Suonerà superfluo per gli appassionati, perciò, descrivervi quanto talentuoso, accattivante e persuasivo sia, ma diciamolo, sì. Dell'autore prolisso e fantasioso che, sotto sotto, ho sempre temuto, nessuna traccia: il curiosissimo formato di I custodi di Slade House dà un taglio alle parole, ma non alla sua immaginazione frenetica. In duecento pagine appena, Mitchell sa essere – tenete il conto degli aggettivi – inquietante, tradizionale, divertente, crudele e innovativo. 
Cinque aggettivi, per un romanzo che si articola in cinque parti: la prima ambientata negli anni Settanta, l'ultima appena trecentosessantacinque giorni fa. Un racconto per ogni ospite che, in una data precisa, di solito con la pioggia, bussa alla porta dei gemelli Grayer. Cambiano le generazioni, i toni della narrazione e perfino i generi, le voci. I custodi di Slade House ha cinque punti di vista domati senza paura e un comune divisore. A cosa porteranno le visite, se gli ospiti sono destinati a non avere scampo? Cosa ci rivelerà Norah Grayer, sanguisuga e cacciatrice di anime, in un capitolo conclusivo che è la sua estrema confessione?
In apertura, conosciamo Nathan, tredicenne inquieto con mamma ambiziosa e padre in viaggio, che viene strattonato per mano dalla genitrice a una boriosa soirée: per fortuna, ha un coetaneo con cui fare amicizia – si chiama Jonah, ed è il secondo dei Grayer – e una scorta segreta di Valium. Sarà impossibile separare gli effetti del farmaco dall'incubo.
La seconda, invece, è la storia dell'ispettore Edmonds, uno con l'autostima a pezzi per colpa di un divorzio e il pallino dei noir francesi. Conosce la seducente e bisognosa Chloe, che lo prende per il cuore e per la gola: non saprà riconoscere una femme fatale, trovandosela nel letto. Gli anni Novanta sono quelli delle droghe, della musica a palla, delle feste scatenata: Sally, studentessa timida e grassottella, per amore del bel Todd – che non sembra considerarla, se non come amica – entra in un gruppo universitario che crede nel paranormale e nelle inspiegabili sparizioni di Slade House; gli acchiappafantasmi per hobby, a sorpresa, si imbatteranno in un party in maschera che sembra uscito da Rocky Horror Picture Show.
Nove anni dopo, l'affezionata Freya, con l'inventiva dei reporter d'assalto e tutto l'amore delle sorelle maggiori, intervisterà un Lazzaro imbianchino e i vampiri, come nei capolavori di Anne Rice. Quando sei dentro, Slade House ricorda Giro di vite, Dracula, le fiabe splatter dei fratelli Grimm, il recente La casa per bambini speciali di Miss Peregrine. Parafrasando liberamente uno dei personaggi, ha il parquet, la carta da parati, i battenti delle porte – la struttura nuda e cruda – scelti da uno Stephen King in preda alle febbri alte. Sali le scale, poi, e scricchioleranno e si tradiranno, come in un'intramontabile ghost story con le notti cupe e tempestose al di là delle inferriate alla finestre. Da un lato e dall'altro, i ritratti di tenutari che hanno imbrogliato la morte al suo stesso gioco e quelli degli antichi visitatori, immortalati così com'erano al tempo del loro decesso: i farfallini eleganti, le vestaglie da camera, le maschere beffarde, a forma di maiale. Gli occhi grattati via. i desideri – un'infanzia normale, una passione proibita, le attenzioni di un ragazzo impossibile – che li hanno esposti al male. Più in cima, una soffitta e una candela tremolante. Prima che si spenga, che il tuo passaggio lì lasci un'altra foto ricordo al muro e due padroni di casa con le pance piene, lascia pure la tua firma sul registro degli ospiti; di' quanto c'è di bello, spaventoso e stimolante, in un Triangolo delle Bermude con l'edera rossa sulla facciata, le infinite citazioni che ne fanno un gioiello per gli intrepidi e il ritorno, in definitiva, assai incerto.
La casa ha fame. Lascia detto dove vai, cosa leggi, o ti ci perdi. 
A Londra, enigmatica e piovosa, semina in giro briciole di pane. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Animals – The House of the Rising Sun

venerdì 16 settembre 2016

Mr. Ciak: The Neon Demon, Demolition, La foresta dei sogni, Man in the Dark, Il condominio dei cuori infranti

Certi ritorni in sala sono eventi. Nicolas Wending Refn - autore danese di cui non ho visto ancora tutto, ma il necessario – evento lo è per principio: artista a tutto tondo, mosso da questo incontenibile spirito d'onnipotenza che lo porta a curare nel dettaglio ogni aspetto più piccolo delle sue pellicole. Tutti suoi i pregi, se li si scorge; tutte sue le colpe, e quelle le si trova, sì. Perché, mai come questa volta, l'estetica prevale sul senso pratico. La prima cosa che salta all'occhio guardando The Neon Demon, horror astratto, è l'armonia delle linee, le musiche assillanti, gli accostamenti maniacali, il luccichio abbagliante della confezione regalo. La prima, e l'ultima. La parabola di Jessie, sedicenne di periferia che si imbatte in gelosie profonde e stilisti che fanno a gara, ha un'evoluzione minima e agghiacciante. Cos'ha lei, eterea e gentile, una di quelle ragazze che arrossiscono con un niente e sono splendide senza trucchi, che le altre modelle non hanno? La protagonista, persa in una Los Angeles patinata e infernale, è carne fresca, non contaminata; nelle sue vene, visibili sottopelle, magari scorrerà un sangue blu, che fa gola. Elle Fanning, sbocciata d'un tratto, attira nelle sue stanze un fotografo infatuato (da Love, Karl Glusman), un sinistro portinaio (Reeves), una truccatrice ossessiva (l'irresistibile Malone, protagonista di un'incriminata sequenza di necrofilia) e una coppia di sorellastre maligne. I puma in amore, perfino, che fiutano il suo odore dolcissimo nei motel e scelgono di sconfinare nella città. Colpa di Jessie, mantide religiosa, o di un mondo a rovescio? Sotto il vestito, che è d'alta sartoria, se non niente, di certo c'è poco: corpi spigolosi, tutt'ossa, e carne turgida. Niente a cui aggrapparsi. Le indossatrici sono quarti di bue in scadenza: esposte, senza passato, altrove. Così le interpreti, costrette a una recitazione statica, a essere fotogeniche e nulla più. Coerente fino in fondo, immerso anima e corpo nei suoi abissi, The Neon Demon descrive un regno passeggero, sfarzoso e vacuo, e si uniforma ad esso, per legittima difesa. “La bellezza è l'unica cosa”, dice uno dei comprimari, e parla forte e chiaro per voce del regista. In una frase, così, riassunto il senso di due ore di grazia e crudeltà fini a loro stesse. E la bellezza, se assoluta, inafferrabile, non è per tutti. Puoi mandarla giù a forza. Ma alla fine, letteralmente, ne fai indigestione; macchi la moquette. Lo stesso può dirsi di quest'ultimo Refn. Stopposo, però incanta. (7,5)

Davis, bancario, ha costruito tanto in poco. Un automobilista che non rispetta il dare precedenza, rumore di lamiere, la moglie che gli muore accanto. Lui non riporta nemmeno un graffio. Non si concede né un pianto, né una parola gentile al funerale di lei. Preso dalla sua routine, arrabbiato con un distribuitore automatico che non gli ha dato la barretta al cioccolato per cui aveva pagato. Scrive una lettera di protesta alla ditta che gli ha rovinato l'appetito; nero su bianco, dà libero sfogo a ciò che sente o non sente. Confessa a una sconosciuta del servizio clienti che lui, quella moglie scomparsa, non la amava. La sconosciuta, madre single, risponde. Dopo la lotta all'HIV e quella contro una natura selvaggia, Vallée ritorna con un'altra grande interpretazione e un'altra storia di rinascite. Demolition è il modo alternativo – suo, e del cinema indie tutto – di approcciarsi alla perdita. Lo sottolineano la regia, asciutta ed energica, e una sceneggiatura di rara sincerità, che non contempla scene madri, strepiti, personaggi dal cuore buono e ulcerato. Jake Gyllenhaal, questa volta in borghese, è un disadattato emotivo. Un uomo che non conosce vie di mezzo, tra l'euforia e l'angoscia, e che incontra alla cornetta una fragile Naomi Watts con cui instaurare una di quelle relazioni alternativamente romantiche per cui stravedo nelle commedie del Sundance: si addormentano insieme, ma in letti separati. Quale esempio possono essere, lui con i suoi dotti lacrimali atrofizzati e lei con il suo lavoro precario, per la rivelazione Judah Lewis – quattordicenne in crisi di identità, quasi preso in prestito da Shameless? Se il dolore ci coglie impreparati, poco predisposti, scoprire cosa si è rotto, e quando. Rivoltarsi l'anima, le tasche, la casa. Mettere prima a soqquadro e poi in ordine, lungo lo strano percorso dell'elaborazione. Uno scatenatissimo Gyllenhaal armato di martello distrugge cose e case, cerca i difetti di frabbrica e forse gli indizi segreti. Davvero non si muove nulla, in quel suo cuore di ghiaccio? Davvero quando salta, balla e demolisce non le torna in mente lei: loro? Le macerie si accumulano, in Demolition, e allora si ride per (e con) un giovane vedovo in cerca di stimoli passeggeri: la fatica, perfino un chiodo calpestato o un colpo di pistola a bruciapelo, son da preferirsi all'oblio. Quando si passa, poi, alla necessaria costruzione, l'inconsueta ed esagerata tragicommedia di Vallée imbocca la consueta e ridimensionata via. E, nonostante il tempo ben speso in compagnia, lo spirito da tenera canaglia e il cast di mattatori, l'emozione affiora in Davis, ma non contagia. Penso a un gelido Fassbender, non più padrone di sé stesso, e alla sua presa di coscienza finale, scoppiata in Shame insieme al temporale. Fulmini e saette, e le lacrime di chi, sotto la pioggia, si alleggerisce di un peso. Sullo sfondo di Demolition, invece, più forti gli sghignazzi dissacranti e il rumore dei crolli. (7)

Arthur prenota un biglietto per Tokio. Destinazione: la foresta dei suicidi. Il luogo perfetto dove farla finita, con un peso nel petto e le tasche piene di barbiturici. Finché un viandante, che all'ultimo momento ha cambiato idea, non gli chiede aiuto. Nel cercare l'uscita, accorgersi che la retta via è smarrita. E, nel mentre, con una natura che mette a dura prova e il sentiero che, ogni volta, si nega, pensarci e ripensarci. La foresta dei sogni, ultimo film dell'acclamato Van Sant, ha subito un'accoglienza tutt'altro che felice. Portato a spasso per festival internazionali, ha deluso gli spettatori e ispirato al peggio le penne dei critici; in rete, i commenti positivi sono di chi l'ha visto senza chiedere nulla in cambio, ricercando una sera qualsiasi la compagnia di un film qualsiasi. Possibilmente, appassionante. Alle voci fuori dal coro, da oggi, aggiungete anche me. Che mi aspettavo la pesantezza, l'amaro in gola, e invece ho trovato un dramma delicato, pacifico, luminoso. All'ombra del monte Fuji, un viaggio dentro e fuori il sempre intenso McConaughey, che qui si confida a cuore aperto con un saggio Ken Watanabe e rimpiange Naomi Watts, moglie sconosciuta. Stutturato in modo classico – coi flashback che ci introducono gli strilli e i dispiaceri di una coppia contemporanea, provata da una malattia improvvisa –, il film è a metà tra il survival e il melò ma, per intero, è un'avventura dantesca, allegorica, in cui gli spiriti orientali conoscono i nostri santi in paradiso. La chiave di lettura è immediata, i simboli si decifrano a colpo d'occhio, ma lontano dal pessimo The Forest e più affine a un Al di là dei sogni, è una visione che ho trovato affascinante e fortemente conciliante. Un Van Sant minore e senza grandi mire, ma con cast all'altezza. Più adatto a una visione in solitaria che a Cannes - coi suoi tempi, con i suoi silenzi - , non vuole sgomitare con pellicole impegnate, né sorprenderti coi colpi di scena delle ultime battute: comunque, non sarebbe in grado. Ma se ti coglie una sera a casa, sul tuo divano, allora sa trovarti teso e lasciarti, ai titoli di coda, un po' cambiato. (7-)

Un gruppo di ladruncoli di periferia s'introducono a casa di un veterano di guerra. L'uomo, non vedente, custodirebbe gelosamente un tesoro. Il piano è giusto, ma la casa si rivelerà quella sbagliata. Il reduce non è quello che immaginavano. E, oltre al considerevole malloppo, in cantina nasconde un segreto. Cosa potranno tre giovani, avidi e sani come pesci, contro quell'insospettabile nemico dagli occhi lattiginosi? Man in the dark, sorprendente campione d'incassi negli Stati Uniti, può vantare medie da capogiro e la regia del promettentissimo Fede Alvarez: il regista del remake di Evil Dead, già rilettura di grande efficacia, gestisce i tempi, i travelling vertiginosi, le leggi della tensione. Qui, con un thriller claustrofobico e dallo spunto interessante, che placa i denigratori di ogni dove e accontenta i più. Loro, meno che me. Nonostante la sapienza nella direzione e la presenza fissa di Jane Levy, Man in the dark esaurisce in fretta le idee. E senza scomodare le stanze antipanico di Fincher, ma pescando dal baule degli horror ingloriosi uno Shut In (visto quest'estate: storia di malviventi che pensano, a torto, di tenere in scacco una ragazza affetta da agorafobia) e The Collector, ci si accorge che il gioco del gatto col topo orchestrato dal buon Alvarez non ha significative eccezioni alla regola. Anzi, quando tira dal cilindro colpi di scena così gonfiati nelle recensioni d'oltreoceano, si dà a tutti gli scivoloni e le esagerazioni di sorta: il ragazzo posato e romantico avrà le sette vite di un gatto; il villain di Stephen Lang, valente e inquietante caratterista, sarà un incrocio tra Michael Myers e Andrea Bocelli. Ma qui e lì, le riprese a infrarossi e il fiato trattenuto aiuteranno a scovare i pregi, che sembrano nascondersi più dei difetti. Man in the dark, lunga sfida a mosca cieca, diverte, ma il calore dell'accoglienza stranisce. Godibile horror estivo giunto fuori tempo: null'altro. (6)

In una Francia periferica e industriale, sorge una palazzina che conta un paio di piani e una manciata di inquilini dai musi lunghi. Il titolo originale, Asphalte, fa cenno al grigio tutt'intorno; alle strade ruvide e piene di pozzanghere. Quello italiano, Il condominio dei cuori infranti, ti fa fiutare i loro dolori, ma c'è quel cuore fucsia al posto della “o”, un font sbarazzino, per dirti che in una crepa dell'asfalto possono nascere i fiori e le amicizie che nessuno si aspettava. Presentato a Cannes, il film di Benchetrit è un dramma corale sotto un cielo cupissimo e malinconico da cui, un giorno, cascano gli astronauti. E se l'americano Michael Pitt, in missione per la Nasa, atterra sul tetto come se nulla fosse, allora tutto può succedere: Isabelle Huppert, attrice da troppo lontana dalle scene, rivaluta un copione importante grazie ai consigli del dirimpettaio adolescente; una Bruni Tedeschi infermiera notturna, con le occhiaie e le sigarette accese una appresso all'altra, accetta di farsi fotografare da un taccagno solitario. Pitt, intanto, viene servito e riverito da una donna abbandonata, che gli prepara il cous cous e lo fa dormire nel letto del figlio carcerato. Grottesco e surreale, ma emozionantissimo nell'epilogo, Il condominio dei cuori infranti è un soggiorno poco confortevole, in uno spazio ristretto ma affollato. E quando sembra che le pareti ti vangano addosso, brutte e sfigurate dai murales, quando l'aria sta per venire meno per il malessere diffuso, ti accorgi finalmente di essere stato in buona compagnia. Stretto dalle pretese del cinema radical chic - vanitoso, ma mai vano -, in una nicchia d'autore che, in fondo, sei stranamente triste all'idea di lasciare. (6,5)

martedì 13 settembre 2016

Recensione: The Fireman - L'uomo del fuoco, di Joe Hill

E' brutto quando si muore a metà di una bella storia e non hai modo di vedere come si conclude. Certo, immagino che in un certo senso si muoia sempre a metà di una bella storia. La propria. O quella dei propri figli. O dei nipoti. La morte è una fregatura per gli appassionati di narrativa.

Titolo: The Fireman – L'uomo del fuoco
Autore: Joe Hill
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 312
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Nessuno sa dove e quando sia iniziata. Tutti hanno imparato a loro spese che la nuova epidemia si diffonde più velocemente di qualsiasi altra malattia, e che ha già decimato la popolazione di grandi città come Boston, Detroit, Seattle. Per i medici il suo nome è Trichophyton draco incendiarius, per la gente si chiama Scaglia di Drago, perché il suo primo sintomo è un marchio d'oro e nero sulla pelle e l'ultimo è la morte. Per autocombustione. Milioni di persone sono infette; gli incendi scoppiano dappertutto. Non esiste antidoto. Nessuno è al sicuro. Harper Grayson, bravissima infermiera che non si lascia abbattere da niente e nessuno, ha curato migliaia di malati prima che il suo ospedale fosse ridotto in cenere. Lei e il marito Jakob si erano promessi di farla finita, in caso d'infezione, ma ora che anche lei porta i segni terribili del Drago, Harper vuole vivere. Almeno fino al termine della sua gravidanza. Incinta, abbandonata dal marito terrorizzato, perseguitata dalle feroci Squadre di Cremazione a caccia di infetti, Harper sembra destinata a soccombere. Se non fosse per il misterioso straniero vestito da pompiere che arriva in suo soccorso. L'unico uomo che sappia controllare il fuoco. Anche quello malato che cova dentro il suo corpo. Mantenete il sangue freddo. Arriva l'uomo del fuoco. Nessuno sa dove e quando sia iniziata. Tutti hanno imparato a loro spese che la nuova epidemia si diffonde più velocemente di qualsiasi altra malattia, e che ha già decimato la popolazione di grandi città come Boston, Detroit, Seattle. Per i medici il suo nome è Trichophyton draco incendiarius, per la gente si chiama Scaglia di Drago, perché il suo primo sintomo è un marchio d'oro e nero sulla pelle e l'ultimo è la morte. Per autocombustione. Milioni di persone sono infette; gli incendi scoppiano dappertutto. Non esiste antidoto. Nessuno è al sicuro. Harper Grayson, bravissima infermiera che non si lascia abbattere da niente e nessuno, ha curato migliaia di malati prima che il suo ospedale fosse ridotto in cenere. Lei e il marito Jakob si erano promessi di farla finita, in caso d'infezione, ma ora che anche lei porta i segni terribili del Drago, Harper vuole vivere. Almeno fino al termine della sua gravidanza. Incinta, abbandonata dal marito terrorizzato, perseguitata dalle feroci Squadre di Cremazione a caccia di infetti, Harper sembra destinata a soccombere. Se non fosse per il misterioso straniero vestito da pompiere che arriva in suo soccorso. L'unico uomo che sappia controllare il fuoco. Anche quello malato che cova dentro il suo corpo. 
                                             La recensione
Quanto è difficile farsi prendere sul serio, se sei un figlio di?
Quanto, ancora, imporsi, se hai un genitore che getta tutt'intorno un'ombra ingombrante e ha fan fedelissimi, che ti leggono per curiosità ma con il pregiudizio nel taschino?
Hill ha scelto un altro cognome, ha debuttato in silenzio, ma ben presto l'hanno smascherato l'inequivocabile somiglianza con il padre – nel fisico, così come nello stile – e i successi. Perché ci saranno pur voluti un paio di romanzi per capirlo, ma il buon Joe è chi dice (o, meglio, non dice) di essere: degno figlio di papà Stephen King. Scoperto con La scatola a forma di cuore, ghost story acerba ma in cui affiorava timidamente il potenziale, l'ho incontrato più di qualche anno dopo con La vendetta del diavolo e Ritorno a Christmastland. Il primo, romanticissimo e blasfemo, rischiava di lasciarsi prendere un po' sottogamba, con una trama che raccontava di un disgraziato che, una mattina, si risveglia dal doposbronza con un paio di corna in testa; l'altro, per chi anche se fuori è Natale si sente sempre intrappolato in un interminabile Halloween, era un horror con tutti i sacri crismi, corposo e raccapricciante. Serve specificarlo, allora, che ormai lo si attende in libreria come si fa con il prolifico padre? Hill, a colpi di storie, si è meritato la fiducia: a testimonianza che il proverbio non sbaglia, e che la mela non cade lontana dall'albero. The Fireman, con la critica statunitense che lo acclamava a viva voce e azzardati confronti di cui sembrava essere sorprendentemente all'altezza, è un ritorno che conta ottocento pagine, infiniti plausi e nuovi traguardi. Un survival epico, sulla scia di L'ombra dello scorpione, che non ci ha messo troppo a imporsi all'attenzione dei lettori italiani. Arriva, puntuale e attesissimo, ma diviso in due volumi, per una scelta editoriale che non stento a capire – nome di punta, doppio guadagno: anche se il prezzo, dandosi agli acquisti online, non è tra i più smodati – ma che, a fine lettura, mi accorgo di biasimare. Vi spiego i miei pro e i miei contro, vi dico un po' di che parla, vi confesso perché alla fine del post non troverete le classiche stelline di valutazione: andiamo con ordine. Con i romanzi voluminosi vado nel pallone: mi è difficile, infatti, incastrarli tra una cosa e l'altra – in piena sessione d'esami, poi, non ne parliamo – e il blog va in coma profondo, se le letture si protraggono a lungo. The Fireman, per intero, non l'avrei letto in quest'anno solare. 
Romanzo post-apocalittico, in cui il mondo finisce in fumo all'indomani di una misteriosa spora. Sul corpo, affiora la Scaglia di Drago: da lì in poi, morire per autocombustione è questione di pochi mesi. Harper, infermiera di buon cuore, pensava di curare il prossimo a suon di parole dolci e cenni a Mary Poppins; non pensava, in attesa del primo figlio, di ammalarsi. Suo marito, scribacchino represso, rivela in quell'occasione drammatica la sua faccia più spietata; per la demonizzata Harper, non c'è altra scelta che fidarsi dell'Uomo del fuoco e seguirlo nel fitto del bosco. Nascosta da tutto e da tutti, c'è una comunità – percorsa, però, da segrete tensioni e da sottili giochi di potere – che ha imparato a convivere con la piaga: il fuoco, insieme a loro, non spaventa. Può essere padroneggiato, vivendo in armonia. Joe Hill si conferma un narratore arguto e accattivante: ringrazia, nella prefazione, i genitori, Bradbury e Julie Andrews e dà vita a un'eroina curiosa e ingenua, saltata quasi fuori da un vecchio film per famiglie, che vaga all'ombra di un'infezione letale e di una comune hippy, in cui si canta e ci si affida alla bontà del prossimo. 
Come nei romanzi lunghi, però, ci sono pagine di assestamento per conoscere i protagonisti e le situazioni, per inquadrare una sconosciuta catastrofe. In The Fireman, le pagine in questione sono proprio le prime trecento che compongono il primo tomo della Sperling & Kupfer: un denso paragrafo introduttivo, noioso neanche un po', in cui, in definitiva, c'è ben poco da giudicare. L'uomo del fuoco – la cui parte complementare, L'isola della salvezza, sarà disponibile il prossimo novembre – non si discosta troppo dalla solita storia di sopravvissuti all'armageddon. E, sapendolo così apprezzato, così applaudito, direi che il potenziale non sta qui. Ecco, allora, i difetti di un romanzo pensato e nato come a sé stante, che viene bipartito per comodità e ragioni di mercato. E non davanti a un colpo di scena, e non davanti a un capitolo di cui non vedi l'ora di leggere il proseguimento. Finisce e basta, con una comunità consolidata che comincia a tremare per la fobia di rivoluzioni interne e il salvatore della nostra Harper, Ben, di cui al momento conosciamo giusto l'affascinante accento inglese, un lutto la cui elaborazione è in corso d'opera, i giochi di prestigio – fenici, diavoli – che riesce a fare con quelle fiamme che ammaestra. Se Joe Hill lo avessi conosciuto qui, a metà, lo avrei considerato degno erede del Re? Se non sapessi per fiducia cieca che il bello di The Fireman deve ancora venire, sarei allettato all'idea di acquistare la seconda parte, con il pericolo di trovarmi davanti una vicenda altrettanto sapiente ma irrisolta? Le risposte sono negative, la speranza è tanta, il giudizio è sospeso, confidando che i mesi di stacco non lo compromettano. Speriamo che novembre ci porti consiglio e rimpiangiamo la solidità dei miei temuti mattoncini. Intanto, manteniamo accesa la fiamma. 

Il mio consiglio musicale: The Prodigy – Firestarter