lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Fato e furia, di Lauren Groff

Tragedia, commedia. Tutta questione di punti di vista.

Titolo: Fato e furia
Autrice: Lauren Groff
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 459
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Per alcuni la vita è sogno. Lotto e Mathilde, il ragazzo d’oro e la principessa di ghiaccio, si conoscono alla fine dell’università e si sposano subito: giovani, bellissimi e innamorati, si avviano verso un destino di felicità. Lotto depone senza troppo dolore le ambizioni da attore per diventare celebre come autore teatrale, e Mathilde si rivela la moglie ideale, la musa silenziosa: lui ama le luci della ribalta e lei sceglie il riparo delle quinte, lui è fiducioso e aperto verso le persone e il futuro, lei è più oscura e sfuggente. Ventiquattro anni di matrimonio per una coppia perfetta, quella che vedono - o credono di vedere - tutti da fuori: ma basta cambiare punto di vista e la maschera cade. Il fato cala senza pietà; e Mathilde è la furia che libera un carico di rivelazioni. Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale, una tragedia animata da due personaggi folgoranti: perché ogni storia ha due facce, e la chiave di un matrimonio non è la verità, ma il segreto.
                                            La recensione
A un certo punto, sul finire di dicembre, sapevo di dovere leggere Fato e furia ma non sapevo perché. A un certo punto l'ho preso in prestito, l'ho letto e, a tratti, sentito quasi di amarlo: neanche di questa inspiegabile attrazione per una storia pretenziosa, di questa cotta per personaggi antipatici come pochi, conosco tuttavia le ragioni. Il romanzo di Lauren Groff, che su Instagram veniva fotografato fra le mani di Barack Obama, Brie Larson e Florence Welch, è infatti tra quelli più facili da odiare che da apprezzare. Ha anni riassunti in un paragrafo e conversazioni sviscerate in un intero capitolo; si rivela inutilmente intricato nel finale, dopo un'impeccabile prima parte; ha scene di sesso brusche, che fanno a pugni con la comune idea di erotismo, e rarissimi livori per essere, almeno su carta, un dramma matrimoniale a un passo dalle nozze d'argento. Il sesso senza amore. La crisi senza litigi. Lui vanesio, misogino; lei impassibile e passivo-aggressiva. 
L'autrice parte da lontano. Dalla Florida in cui, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, cresce coccolatissimo il nostro Lotto: figlio di una sirena del circo in aspettativa e di un imprenditore locale, arricchitosi imbottigliando acqua; fratello maggiore della precoce Rachel; adolescente brufoloso ma affascinante che fa strage di cuori e, nel periodo speso in un collegio in New Hampshire, svolazza di fiore in fiore, dagli uomini alle donne. Naturalmente melodrammatico, snello e dotato di una voce stentorea, sgomita per diventare attore ma non riesce; con il sopraggiungere della mezza età capirà, ben consigliato, che il suo destino è scrivere. A ventidue anni, mentre si pavoneggia a una festa, scorge dall'altra parte della stanza una ragazza che non si è mai portato a letto. La scena di un film: la folla si apre, lui le chiede di sposarla, lei per scherzo dice sì. Poco dopo sono marito e moglie per davvero. Lo saranno nella buona e nella cattiva sorte. Finché dura. Acquistano una cagnetta e la ribattezzano Dio. Sono pieni di falsi amici, tagliano entrambi i ponti con le loro famiglie. La loro storia è colta e chirurgica. Sgradevole all'occorrenza, ma magnetica sempre. Tra le righe, tra parentesi quadre, il commento in pluralis maiestatis di una narratrice onnipotente. Fato e furia si perde e si ritrova: salta di festa in festa, di forma in forma – romanzo, ma anche pièce teatrale e abbozzo di opera lirica all'occorrenza. 
Ti distrae e ti schiocca all'improvviso le dita in faccia, se vuole gli occhi a sé. Mi aspettavo accuse, recriminatorie e rimpianti come in un moderno Revolutionary Road: invece la Groff racconta un connubio solidissimo; perfetto a una prima occhiata. Ci lavora su quando è notte, inosservata, Mathilde: una compagna mite, una custode impassibile. Ma anche vendicativa, incapace di dimenticare. Una sottile Lady Macbeth che nell'amore, nel loro, vuole crederci con tutta l'anima. Algida e distante, sembra una diva di Hitchcock: la donna che visse due volte – sotto falso nome, sottratta a un passato pieno di porte chiuse e proposte indecenti. Lauren Groff mette a disagio: ambigua, sfacciatamente talentuosa. Di che genere è il suo ultimo romanzo? Ricorda il King meno indagato di La storia di Lisey – si parla, infatti, delle grandi donne all'ombra di grandi uomini -, le doppie verità del telefilm The Affair, le bionde imprevedibili dell'Amore bugiardo. A chi lo consiglierei, se mi è piaciuto subito ma, banalizzandolo, non è che una soap opera scritta ad arte? Cosa c'è al di là della maschera? Cosa si nasconde in quei loro cuori glaciali? Soprattutto, qual è il segreto di un matrimonio felice? Lotto e Mathilde, la sua sposa fedele e silenziosa, sorridono: sembrano svelarsi, ma poi dissimulano tacendo i trucchi del mestiere. Si confermano maliziosi, sudoli e narcisisti. Sfuggenti, all'interno di un romanzo che sfuggente lo è altrettanto, ma irresistibili: per gli spazi bianchi, per il non detto soffocato in un cuscino, per il dubbio che persiste. Per legittima difesa. A proposito di una furia (quella di lei) che plasma come creta il fato (quello di lui).
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Stand By Me

sabato 14 gennaio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Hell or High Water, Zootropolis, Sing, Oceania

Golden Globe 2017
Miglior film drammatico, Migliore attore non protagonista, Miglior sceneggiatura
Nell'America rurale di McCarthy e Landsdale, due fratelli si ritrovano per parlare di affari di famiglia all'indomani della scomparsa della madre. Disperati, si danno alla vita criminale. Rapina una banca, scappa, sbarazzati dell'auto e ricicla la refurtiva: poi ripeti. Funzionano meglio di una catena di montaggio, gli Howard, nonostante appaiano litigiosi e male in arnese. Sulle loro tracce, un ranger in là con gli anni che dilata e centellina l'inseguimento dei rapinatori, incapace di arrendersi all'immobilismo della pensione imminente. Hell or High Water è un western moderno, asciutto, solido, che usa la lentezza iniziale un po' per approfondire l'amore-odio tra lo scapestrato Tanner e il pensieroso Toby, il cui rapporto è fatto di abbracci lunghi e falsi spintoni, e un po' per indagare le rughe di un vecchio segugio con la battuta e la pistola sempre pronte. Se Jeff Bridges è prevedibilmente in parte, se Ben Foster è bravissimo ma stento ogni volta a riconoscerlo, sorprendono uno scarmigliato Chris Pine – di solito, più bello che ispirato – e la colonna sonora indie-folk, tutt'uno con le corse e le praterie sterminate. Hell or High Water ricorda i Coen, che di per sé non amo; è sceneggiato da Taylor Sheridan, che anche in Sicario mi aveva colpito ma non troppo. Nominatissimo ai Gotham Awards e outsider ai Golden Globe, dotato di medie da capogiro, mi è parso un film buono, ma senza superlativi assoluti: onesto, ma forse non all'altezza delle lodi sperticate. Qualche difetto imprecisato nella sceneggiatura. Qualcuno, invece, nella regia: dirige il sottovalutato David Mackenzie – suoi splendidi film indie come Perfect Sense -, ma il regista, scozzese nel profondo Texas, non si sente del tutto a casa. Gli manca il guizzo, lo stile. Compensano le interpretazioni sentite, le nobili intenzioni, stivali a punta e camicie di flanella, sulla strada tutta curve di un epilogo improrogabile. (7)

Miglior film d'animazione
Judy esce indenne dalla scuola di polizia. Contro tutti i pronostici. Delicata e gracilina, non sembrava tagliata per acciuffare criminali, eppure ce l'ha fatta: distintivo appuntato sulla camicia ben stirata, si trasferisce nella grande città. I genitori lontani, una stanzetta cadente e vicini litigiosi. La sveglia suona presto, al mattino, ma lei è sorridente e volenterosa. A riempirla d'amarezza, però, la scoperta che in commissariato nessuno le mostri il rispetto dovuto. Perché è femmina. Perché è un coniglio alle prese con una professione da animali di grossa taglia. Siamo in un film Disney. Siamo, come in Sing, in una realtà alternativa in cui il regno animale vive nei nostri centri abitati, gestisce i nostri luoghi di potere; dell'uomo, lì, non c'è traccia alcuna. Dell'uomo e dell'intolleranza. Vietato mangiarsi a vicenda, rispettando i gradi della catena alimentare; vietata la prepotenza ai danni di cuccioli e pacifici erbivori. Ma tra il dire e il fare, si sa... Zootropolis è uno dei gialli più accattivanti dello scorso anno. La sottovalutata Judy, infatti, fa coppia con un disincantato truffatore – una volpe che, anziché combattere il cliché, l'ha abbracciato in pieno per legittima difesa – per un'indagine sulla sparizione di numerosi mammiferi, protagonisti di ingarbugliati misteri e inspiegabili raptus. Ci sono gli inseguimenti e i colpi di scena, i cenni a Breaking Bad, la scena topica in cui la poliziotta anticonformista viene sollevata dal caso, i testimoni chiave. Il tutto, in un cartone animato che non dimentica i colori e la magia, i lazzi comici – mamma mia quante risate, con la motorizzazione gestita da un branco di bradipi in vena di freddure – e una morale onnicomprensiva. Zootropolis, metafora quanto mai attuale del mobbing e del sessismo, avvince e fa pensare. Agli stereotipi che ci rendono prigionieri, e perciò risulta particolarmente triste la scelta di assegnare il classico accento napoletano a un ladruncolo da poco, nell'edizione nostrana; al fatto che, se come Judy sei graziosa e donna, ieri e oggi, potrebbero dirti che esistono porte che ti sono state precluse. (7,5)

Miglior film d'animazione, Miglior canzone originale
Un impresario non si arrende a dichiarare bancarotta. Tocca reinventarsi per non soccombere alla crisi. Come attirare aristi e avventori, se non con una gara a premi? Peccato che la cifra in palio, modestissima, venga ingigantita dalle bizze di una segretaria poco affidabile. Allora, attirati dal lauto compenso, fanno la fila alla sua porta cantanti e ballerini, pronti a stupirlo con i loro spettacolari cavalli di battaglia. Una mamma a tempo pieno, decisa a scollarsi dal nido; un jazzista che scimmiotta l'inarrivabile Sinatra; una scatenata chitarrista, con un fidanzato traditore e una certa avversione per la musica mainstream; un'adolescente frenata dall'ansia da palcoscenico;  un ragazzo che ha il difetto di essere gentile e intonatissimo, in una famiglia dedita al malaffare. Sembra un po' School of rock, un po' Pitch Perfect. E Sing, con l'allegria del primo e la dimensione corale del secondo, è esattamente così. Ma siamo in un mondo popolato esclusivamente da animali, che come noi fischiettano le hit del momento e puntano in alto. Siamo, soprattutto, nell'ultimo cartone dei produttori di Cattivissimo me. Il risultato è un musical irresistibile, moderno e colorato, con la colonna sonora più orecchiabile dell'anno scorso – senza dimenticarsi, però, di Sing Street e The Get Down –, doppiatori d'eccezione e bizzarri personaggi che si cimentano con brani che legano le generazioni. Le canzoni, tiriamo pure un sospiro di sollievo, non sono state adattate in italiano. E l'animazione aggiunge groove e guizzi, anziché togliere. Rendendo la solita ma irrinunciabile commedia musicale qualcosa di diverso, con autentici animali da palcoscenico - sorprendono, a tal proposito, le doti vocali del promettente Taron Egerton e della Johansson – e fragorosi acuti, che fan venire giù il teatro. (7)

Miglior film d'animazione, Miglior canzone originale
Moana – ribattezzata infelicemente Vaiana, per paura che i nostri infanti, googlandola, si imbattassero nelle grazie della più famosa Pozzi – è un'isolana ribelle con un rapporto d'eccezione con l'acqua. Purtroppo c'è un'antica maledizione a tarparle le ali e sgonfiarle le vele, impedendole la navigazione in alto mare: partita in compagnia di un semidio tatuato e vanesio, l'adolescente dovrà scongiurare la morte della natura e restituire all'oceano il suo cuore sottratto. O una cosa simile. Sarò impopolare, infatti, ma tant'è. Le avventure dell'ennesima eroina femminista dell'ennesimo cartone Disney, immancabile sotto Natale, annoiano più dell'ultimo Terrence Malick. Le canzoni, già di per sé poco orecchiabili, sono state oggetto di un raffazzonato adattamento italiano; l'animazione tenta di coinvolgere i nostalgi come il sottoscritto con strizzate d'occhio a Hercules, ma non riesce, perché bella e senz'anima; il lieto fine, scontatissimo, non arriva abbastanza presto. Ma, a parlarvi, c'è uno che i film d'animazione di solito li evita senza farne un mistero e, qualche anno fa, non si era fatto incantare né dalla poesia troppo infantile di Inside Out, né dalle scopiazzature dell'indigesto Arlo. Il mio personaggio preferito, pensate un po', il galletto strabico che consente qualche raro sorriso qui e lì. Il resto, nel mio caso, se lo portano via le onde e il vento non appena si distoglie lo sguardo. (5)

giovedì 12 gennaio 2017

Recensione: Il Nido, di Cynthia D'Aprix Sweeney

Non è compito tuo essere lo specchio di qualcun altro.

Titolo: Il Nido
Autrice: Cynthia D'Aprix Sweeney
Editore: Frassinelli
Numero di pagina: 372
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Aveva deciso di creare un fondo per i suoi figli. «Niente di importante», aveva più volte ripetuto, «un piccolo nido, un investimento prudente, di cui potrete godere col tempo, senza sfruttarlo.» Ex genio messo in ginocchio dalla crisi del 2008, Leo è il maggiore dei quattro fratelli Plumb, babyboomers abbondantemente adulti secondo l'anagrafe e altrettanto sprovveduti nella realtà di ogni giorno, con le loro vite irrisolte e sempre in attesa del «Nido», l'eredità che il padre ha accantonato per loro, e che i fratelli hanno in buona parte già dilapidato prima di entrarne in possesso. Ed è proprio quando i soldi sembrano finalmente a portata di mano che tutto precipita: al matrimonio del cugino, nel tentativo di sedurre una cameriera diciannovenne, Leo carica la ragazza in macchina e finisce per provocare un disastroso incidente. Qualche tempo dopo, in uno di quei mesi di ottobre che a New York sembrano già inverno, Melody, Beatrice e Jack sono pronti ad accogliere il fratello appena uscito dal centro di riabilitazione. Ma è lui che preferirebbe evitare di vederli. Perché dovrebbe spiegare come – per riparare i danni dell'incidente – si è giocato anche la loro parte di eredità. E così intorno al «Nido», e a causa sua, i fratelli Plumb intesseranno una ragnatela di equivoci e inganni, segreti e bugie e tradimenti, nella quale loro stessi finiranno intrappolati. Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, Il Nidoè un concentrato di personaggi unici, un brillante riassunto delle ultime puntate della nostra Storia, un ironico bilancio generazionale e, in conclusione, una nuova dimostrazione della massima di Tolstoj: «tutte le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo».
                                            La recensione
Quando la più giovane di loro spegnerà la quarantesima candelina, i fratelli Plumb, figli di un previdente self made man e di una mamma svampita e disinteressata, erediteranno un'autentica fortuna. Il “nido” è un fondo fiduciario che ha resistitito agli sbalzi d'umore di Wall Street e alle grane della recessione. Cresciuto nel tempo, sembra abbastanza accogliente, su carta, per contenerere l'ego dei quattro e assicurare loro una solida tranquillità economica. Nessuno può metterci mano prima del giorno pattuito, ma una clausola contempla gli imprevisti. In caso di emergenze, per questioni di vita o di morte, la cifra può essere intaccata. Cosa c'è di peggio, in fondo, dell'incidente di Leo Plumb? Il maggiore del quartetto, alla guida sotto stupefacenti e con le braghe calate, è stato coinvolto in un drammatico testacoda insieme all'amante di turno dopo avere abbandonato in tutta fretta un banchetto di nozze. Impossibile salvare il suo matrimonio, ma qualcosa si può fare per mettere a tacere i pettegolezzi: una bustarella qui, una lì, e le modalità dell'incidente non trapelano sui giornali. Il fondo fiduciario gli ha salvato la reputazione come un deus ex machina. Cosa sarà, adesso, dei progetti a lungo termine dei fratelli restanti, che dovranno spartirsi in parti uguali il poco che resta? 
New York è costosissima, come costosissimi sono gli investimenti in cui qualcuno di loro si è imbarcato, pensando di scartare presto il regalo di papà. C'è chi ha ipotecato la casa al mare, chi ha legato la prestigiosa educazione delle figlie alla propria porzione di eredità, chi si è indebitato fino al collo. Scomparsa la rete di sicurezza e con il conto in rosso, toccherà reinventarsi in meno di quattrocento pagine. Il nido, best-seller in patria, è una commedia sofisticata sull'arte di arrangiarsi e i piani B. Sapeste quanto era bello, mesi fa, quando me ne è arrivata in anteprima una bozza. Il romanzo, leggermente diverso da quello che troverete in libreria, era chiuso in una scatola turchese, con in calce il celebre incipit di Tolstoj. Sembrava un pacco regalo e, dietro, c'erano le attenzioni di chi l'ha preso a cuore e ne ha curato nel dettaglio la pubblicazione. So che l'équipe Frassinelli ha amato molto l'esordio di Cynthia D'Aprix Sweeney e, purtroppo, vorrei potere dire altrettanto. La lettura del Nido, invece, non mi ha entusiasmato. I lunghi periodi della D'Aprix Sweeney e la descrizione di quei quartieri elitari, consacrati al prestigio e al cinismo, mi hanno lasciato indifferente. 
Romanzo corale diviso in tre parti – di cui l'ultima è stata quella che ho preferito -, racconta le gioie e i dolori dei Plumb: facoltosi, ma solo di facciata. Jack, antiquario omosessuale, si è sposato in segretezza con il compagno, un avvocato retto e corretto che durante l'avvento dell'Aids l'ha tratto in salvo da una vita promiscua; Bea, frustrata autrice di racconti, non riesce a scrivere il romanzo che tutti aspettano e che lei, senza ispirazione, non ha mai ultimato; Melody, la più giovane, è mamma a tempo pieno di due gemelle adolescenti e prima la scelta del college, poi l'outing di una delle figlie, le regaleranno nuovi grattacapi; e poi c'è il fuggitivo e affascinante Leo, motore della trama e bugiardo patologico, che spezza cuori e semina i suoi fiori della discordia a destra e a manca. Un quartetto di personaggi oziosi e alto-borghesi a cui mi sono affezionato tardi. L'antipatia, tra investimenti azzardati e disastrosi bilanci, all'inizio ha avuto la meglio. Lontanissimi da me, mi hanno reso difficile identificarmi e far mie le loro vicende. Funzionano nelle rare scene d'insieme, riuniti alla stessa tavola: quando il “nido”, da nome in codice di un ambito fondo d'emergenza, diventa sinonimo d'affetto. E, meglio di loro, funzionano i personaggi estranei al loro antico albero genealogico: Stephanie, editor che ha offerto all'inaffidabile Leo il divano e l'amore; Matilda, esotica cameriera con il sogno della musica, che si risveglia dall'incidente in apertura con un moncherino al posto del piede; Tommy, vedovo ed ex pompiere, che ha recuperato sotto le macerie delle Torri Gemelle una scultura di Rodin di inestimabile valore. Perdere un cospicuo patrimonio per una letterale sbandata? Anche i ricchi piangono, dice il proverbio. Ma delle ordinarie disgrazie dei danarosi e sarcastici Plumb, qui colti nell'atto di rimboccarsi le maniche, volendo si può sorridere spesso e di cuore. Il nido, tra le righe, resta un cadeau alle famiglie felici, a quelle infelici, alle nostre. Ma Anna Karenina e i suoi ridenti centoquarant'anni hanno ragione: quanto è vero che ogni famiglia infelice è infelice modo suo. 
I Plumb, a modo loro, lo sono forse fin troppo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sam Smith – Money On My Mind 

lunedì 9 gennaio 2017

Recensione: I nostri cuori chimici, di Krystal Sutherland

«Tu sei decisamente stramba, Grace Town.» «Lo so.»
«A me non importa.» «Lo so.»

Titolo: I nostri cuori chimici
Autrice: Krystal Sutherland
Editore: Rizzoli
Prezzo: € 17,00
Numero di pagine: 335
Sinossi: Henry Page ha 17 anni e non si è mai innamorato. Paradossalmente, la colpa è del suo inguaribile romanticismo: Henry è da sempre così aggrappato al sogno del Grande Amore da non aver lasciato spazio alle cotte che da anni elettrizzano le vite dei suoi amici. Non è una scena da film nemmeno il primo incontro con Grace Town: Grace cammina con il bastone, porta vestiti da ragazzo troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Complice il giornale della scuola, Henry se la ritrova vicina di scrivania, e presto precipita nella rete gravitazionale di Grace, che più conosce, e più diventa un mistero. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato e questo non fa che attirare Henry, convinto di poterle ridonare quel sorriso che fino a pochi mesi prima la accompagnava ovunque. Ma forse il Grande Amore è più amaro di quanto i romantici credano. 
                                            La recensione
Dopo la conoscenza preliminare con lo stile di Elizabeth Strout e Philip Roth, cercavo distrazione con una storia semplice e carina – aggettivi da prima elementare, forse, ma non chiedevo altro. La prima lettura dell'anno, e di un romanzo in pubblicazione di cui potrò parlarvi solo all'indomani della data di uscita, mi aveva tutt'altro che entusiasmato. Dovevo riprendermi da una delusione che sapeva di noia, allora, a colpi di copertine coloratissime, sentimenti giovani e trame confortanti ma scontate. Alla ricerca della delicatezza, a sorpresa, mi sono imbattuto in un romanzo young adult che mi ha dato invece da penare. E che, nel profondo dei suoi moti adolescenziali, è molto meglio del previsto. Uno di quelli che non incrociavo da molto tempo, con frasi da incorniciare, gag moderne e verità universali. Mi vergogno quasi, sapete, a emozionarmi così tanto appresso a romanzi leggeri e sbarazzini. Hai l'età ancora per poco, tu, e ci caschi con tutte le scarpe? I nostri cuori chimici, però, ha fatto il bello e il cattivo tempo a suo piacimento. Quando succede, vinto lo scetticismo, sono dichiaratamente e allegramente fuori di me. L'esordio della Sutherland – andate su Instagram e vedete quant'è carina: sono cotto – racconta una specie di storia d'amore: purtroppo, a senso unico. Henry Page, diciassette anni, preserva la verginità in attesa dell'amore con la lettera maiuscola: dinoccolato e brillante, crede nel prossimo e nell'anima gemella. Ha due imbarazzanti genitori innamorati come il primo giorno; una sorella maggiore, a metà tra una scienziata e un'incensurata criminale; uno scantinato arredato di tutto punto, in cui passa i pomeriggi con gli amici Murray (australiano trapiantato nella provincia americana, che fa folli conquiste conciato come Crocodile Dundee) e Lola (storica ex che, dopo un tragico bacio con il protagonista, si è dichiarata lesbica). Henry, miope e dolce per natura, ha la sindrome del crocerossino. Apprezza le cose rotte, pensando di poterle rimettere in sesto, e l'arte kintsukoroi. Possiamo riempire le ferite di chi ci circonda con una colata di oro liquido, come fanno in Giappone coi vasi scheggiati? 
Ci prova con Grace Town, «un rebus avvolto in un mistero all'interno di un enigma». Scherzano sulla comicità di Liam Neeson; visitano una stazione abbadonata e, da una pozza, pescano un pesciolino di nome Ricky Martin; escono insieme dopo una solenne presentazione con Power Point; riempiono la chat di discussioni che spaziano dalla mancata conoscenza della saga di Harry Potter («Che razza di infanzia hai avuto? I tuoi erano forse nazisti?») alle insolite canzoni dei Pixies e degli Strokes. I nostri cuori chimici è uno di quei romanzi che parlano di me, alla mia maniera. Si può essere gelosi di un mucchio d'ossa? Si può competere con un ricordo? Tocca proteggerci dalle persone come Grace. Nel finale, ci annienteranno. Anche se non sono di quelle protagoniste femminili enigmatiche e fatali, che con un'occhiata tutto possono. Anche se qualche bacetto lo ricambiano, ma poi hanno lo sguardo basso e altrove. 
Qui e lì – nei nomi e cognomi ripetuti, nelle liste per punti, nei figuranti troppo adorabili e ipercaratterizzati per essere veri – è forte il debito verso John Green e Rainbow Rowell. L'autrice, che ha comunque spaziosi margini di miglioramento, stupisce con un umorismo nerissimo, passatempi nerd e sconfinata tenerezza. Strazia quando meno te lo aspetti. L'ultima arrivata a scuola si concia come la serial killer Aileen Wuornos, zoppica aggrappata a un bastone, porta colonia da uomo e passeggia per cimiteri desolati. Impossibile odiarla, anche se farà male al mio alter-ego. Difficile definirla irrisolta, anche se terrà a lungo i suoi misteri e i suoi dolori per sé. Henry si annulla, quasi, per parlarci di lei: alticcia, con una scarsa igiene personale, attratta dall'oblio. Non sta per morire e non è una creatura d'altri mondi: semplicemente, non potrà mai amare quel ragazzo romantico e fiducioso quanto lui farà con lei. Fa parte di quella sparuta categorie di ragazze che vedremo nude, se la fortuna ci assiste, ma non senza armature. Grace Town tratta Henry come un piacevole compagno di viaggio in attesa di farsi polvere. Il narratore è l'altro di un triangolo impossibile: non quello che vorrebbe. Colui che va amato, come in Neruda, «tra l'ombra e l'anima». Questo romanzo dice che non è vero che nessuno si salva da solo. Grace è promessa al passato, a un terzo incomodo, e fa spallucce se la chimica dei loro cuori le rivela che inviare ordini restrittivi alla felicità non cambia lo status quo. Starà meglio, un giorno. Perché la scienza dice che l'amore, così come il dolore, passa. Abbastanza, qualcosa come settant'anni dopo, per scegliere di dividere la tomba con un Henry che fa pensieri macabri e teme l'abbandono? A travolgermi, il fatto che questi Nostri cuori chimici, per il resto, battano assai normalmente. Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Una parte della ragazza è infatti promessa al mal di vivere, un'altra a chi non c'è. E se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Smiths – Please, Please, Please, Let Me Get What I Want

sabato 7 gennaio 2017

[Bloggeanno] Cinque anni e cinque cose che forse non sapevi

Sarà questo periodo, non lo so. O forse sì.
Cinque anni fa, quando ho scritto il primo post, non dovevo sentirmi tanto diversamente. Erano i primi giorni di gennaio: tempo di bei propositi, di bilanci. E così, anno dopo anno, mi ritrovo da tradizione in preda a una specie di ingiustificata malinconia. Saranno le cose che finiscono. Sarà che ho l'albero di Natale da disfare e proprio non mi va. Sarà che le feste, in cui la spensieratezza è d'obbligo, da qualche tempo a questa parte non mi piacciono più. Ogni sette gennaio, fatto sta, mi ritrovo a scrivere questi lunghi e personalissimi post-confessione. Il resoconto di cosa succede da un anno all'altro, anche se tra le righe parlano le recensioni, le stagioni in cui posto spesso o raramente. L'ultimo post per il compleanno del blog, 365 giorni fa, è così doloroso che non ho il coraggio di aprirlo. Ma tutto passa: ci si fa il callo. Anche ai post nerissimi, che ti raccontano i giorni difficili. Quest'anno pensavo di saltarlo, il rituale del compleanno. Avevo in mente uno stato Facebook e via. O di mettere in palio qualche romanzo. Ma sarebbero accorsi soltanto sconosciuti in cerca di un colpo di fortuna. Invece a me piacciono le persone che leggono questi post inutili, senza niente in ballo, e che questa volta non disturberò con storie tristi: croce sul cuore. Cosa faccio, allora? Un quiz? Un post di curiosità? Un sondaggio? Mi è venuto in mente, poi, il suggerimento che una volta mi ha dato una persona cara. Alla fine della giornata, elencare un tot di cose positive. Nel nostro caso, facciamo alla fine di un anno: legati ai riti che contemplano i punti della situazione e le fotoricordo. E se è stato un anno lungo e difficile come quello appena passato, se festeggiamo un lustro, elenchiamone cinque, di cose belle, per fare pendant. Passerò a rileggermi, così, quando mi scordo che nonostante tutta ce la faccio. 


1. Ho traslocato. In casa si accumulavano scatoloni già da un po'. Siamo in tre; in due qualche volta. La casa nuova è più grande, più calda, e ha queste larghe vetrate in cucina e in soggiorno che la rendono perfetta d'inverno e una sauna d'estate, quando tocca rifugiarsi dall'altro lato dell'appartamento per sfuggire al sole. Abbiamo caricato due armadi, due specchi e una scrivania in una normalissima e rigatissima 156. Abbiamo risparmiato comprandoli all'Ikea e poi abbiamo compensato con le bestemmie, tra bulloni contati e pezzi che stentavano a combaciare. Abbiamo imparato a fare la piega alle tende. Adesso so usare l'asciugatrice e il trapano elettrico. Saremmo stati più contenti in quattro, ma non tutto può andare liscio e la nostalgia va e viene. Con le feste. Quando provo a descriverla.
2. Ho scoperto che la comune paura degli zitelli e delle zitelle di ogni dove – morire soli con sette gatti – non ha senso. Io ne ho uno e, senza, non saprei come fare. Quali fotografie ci metto su Instagram, senza il muso simpatico di Ciro? Chi mi sveglia alle tre del mattino trascinando la ciotola vuota in corridoio e facendosi perdonare, dopo, rubandomi la trapunta? Ciro, in realtà, c'è da due novembri. Questo luglio, però, in esplorazione sui cornicioni della casa nuova – che gli piace, molto più della precedente – è caduto dal secondo piano. Ha riportato una microfrattura al bacino e un taglio bruttissimo sotto la coda: il sangue non si fermava più. La sfortuna non ci voleva dare scampo. Mio padre si disperava, mio fratello gridava – chi aveva lasciato la finestra aperta? - e io, che a diciott'anni dicevo di non volere neanche la patente, guidavo in direzione della veterinaria più vicina. Ora è come nuovo, zampetta per casa senza zoppicare, mi mangia i calzini e le ghirlande dell'abete sintetico. Mi si siede in braccio solo se lo costringo. Ma certe volte mi guarda dritto negli occhi e poi scappa via con quel ruggito (prrrù) tutto suo.
3. Quando è successo quel che è successo, il mio pensiero è stato: e ora come faccio, con l'università e il resto? C'è chi molla, preso dallo sconforto, e chi affoga nello studio. Faccio parte della seconda categoria. In un anno da pendolare ho fatto sei esami – tra questi, i mostri Letteratura italiana e Storia dell'arte contemporanea – e in un mese, complice una relatrice che mi ha dato carta bianca, ho scritto una tesi di ottanta pagine. Ho scelto una copertina blu, una cravatta bordeaux, un completo preso con gli sconti a Piazza Italia e il dodici dicembre mi sono laureato. A Capodanno eravamo sparpagliati, ma la discussione ha riunito un'altra volta la mia famiglia. Sembravamo stare, se non bene, meglio.
4. A un certo punto ho finito di scrivere una cosa a cui stavo lavorando da tempo, ma senza crederci davvero. C'era una scaletta da seguire, ma le parole sfuggivano. Sono ritornate in primavera e, prima del mio ventiduesimo compleanno, ho messo un punto fermo a quello che è nato come un pegno verso il me adolescente. Da allora la storia è stata tagliata, ampliata, riscritta in parte. Ho lavorato di stucco e lima, complice l'aiuto di una meravigliosa amica virtuale conosciuta proprio da queste parti. Qualche volta mi dico bravo, qualche altra condannerei il malloppo al macero. Ma io ho paura di tutto. Quindi aspetto, ci penso e, tra una cosa e un'altra, scrivo pagine più urgenti, più mie, in cui ci sono i cinque punti di quest'oggi e il buco nero di ieri. Non so quando, non so se. So che, in caso, vi toccherà darmi corda perché sì.
5. Diamo i numeri. Il blog ha raggiunto mille lettori qui, duemila sulla pagina Facebook, quattrocento su un neonato profilo Instagram. Le visualizzazioni sono tante, non so neanche leggerle, e non c'è neanche un post orfano di commenti. Sono stato candidato per il secondo anno di fila ai Macchianera Italian Awards: dopo l'ultimo posto dell'anno scorso, siamo avanzati dignitosamente fino al settimo. Questo, benché la mia grafica faccia pena e resti sempre quella – quando finisce la sessione invernale la cambio, se Photoshop collabora – e le esigenze universitarie mi abbiano fatto recensire un'ottantina di romanzi, sì, ma con una fretta che avete finto di ignorare. E io - per tutto, tutti - vi ringrazio.

venerdì 6 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Shameless VII, Westworld, Scream Queens II

Anno bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo -, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline, ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano: direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl, circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore: tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le nostre gioie. (8)

Il selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura, curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio da un incensurato inventore. Westworld parte benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -. Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu. Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena – alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa. Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione. Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da meritarsi l'applauso. (7,5)

L'idea che Scream Queens potesse non avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni '90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra Arancia Meccanica e un videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello American Crime e l'altalenante American Horror Story – e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa: dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano, appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa, sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens, piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero, sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in quantità, manca il guizzo. Scream Queens non vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che, presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)

mercoledì 4 gennaio 2017

Mr. Ciak: Animali Notturni, Blue Jay, Passengers, La ragazza del treno

Susan, sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza, a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce, anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali Notturni, coinvolgente thriller allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari: costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan – fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E, ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti – la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che, rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta, cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? (7,5)

Quanto è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere lo sguardo altrove; lui è uscito di casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente – attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa: viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia d'amore da Prima dell'alba in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo, personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto – Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay, eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni d'anticipo. Il resto dell'equipaggio, immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa, eppure, Passengers sembrava fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game, faceva il verso a Gravity con la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista, brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers ha un sesso immaginario – a qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la nave (ogni riferimento a Titanic non è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le stelle. (5)

Rachel affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno era raffazzonato, intricato invano. Una trasposizione poteva fare solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale – giova. Se personaggi maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo; sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily Blunt. La ragazza del treno continua a non avere i segreti diabolici di Gone Girl, ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non escono fuori dai binari. (6,5)