mercoledì 26 luglio 2017

Recensione: Accabadora, di Michela Murgia

Accabadora, Michela Murgia. Einaudi, € 11, pp. 164 |


Leggere per la prima volta un'autrice e stimarla a prescindere: si può? Esempio inequivocabile di eleganza, umorismo e sagacia, Michela Murgia è una delle persone che mi piacerebbe diventare da grande. Scrittrice che non ha bisogno di presentazioni, su Quante Storie è solita dispensare stroncature secche e consigli spassionati. Si è meritata un posto d'eccezione sulla poltrona di Corrado Augias, nei pomeriggi di Rai Tre, e l'accento e la postura hanno ispirato in fretta un'imitazione divertentissima di Virginia Raffaele – Dante, Collodi e Manzoni, perciò, vengono sconsigliati in sketch lampo tanto quanto l'ultima fatica editoriale di Fabio Volo. Mi mancava un tassello non da poco. Mi mancava scoprire com'è, fuori onda: nel suo. Accabadora, vincitore del premio Campiello e oggetto di un libero adattamento cinematografico, è la storia della seconda vita della piccola Maria.

Ci volle qualche minuto per ricordarsi chi e cosa era, che riemergere da sé stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi.

Quarta figlia femmina di una vedova indigente, nella Sardegna del secondo dopoguerra, viene riscattata dalla pietà di Tzia Bonaria. Una sarta vestita sempre a lutto, forse mai stata giovane, che piange il promesso sposo perso in guerra, si prende cura delle bambine abbandonate in un angolo e, nottetempo, indossa il suo scialle nero e bussa a qualche porta. Cosa fa la sua seconda mamma, si domanda la bambina, mentre il paese dorme? Cos'ha visto in lei, tratta in salvo da un avvenire di scarti e occhiate di sufficienza? Una smania birichina, una scintilla: un potenziale da educare con le buone o con le cattive, anche a costo di spezzarle il cuore. A Soreni tutti ricoprono un ruolo. Quello di Bonaria è tabù, eppure appare necessario: l'accabadora è il contrario di una levatrice. C'è chi ti guida verso la vita e c'è chi, come lei, ti conduce a una morte dolce. Alla faccia di chi fa gli scongiuri. Alla faccia di chi nega a un'anima la dignità di andarsene via a modo suo. Come Vanessa Roggeri, amica di lunga data del blog, Michela Murgia rievoca una Sardegna brulla, antichissima, lontana dal tremolare del mare. In contrapposizione: una Torino fredda e schematica, in quel continente lontano un passo di troppo dalle maglie del destino.

Nell'ora della debolezza alcuni preferiscono diventare credenti piuttosto che forti.

Storia breve di arrivi e partenze, di eredità, affascina raccontando l'arte del cucito e dell'assassinio. Essendo passato qualche tempo dalla pubblicazione e avendone letto un po' qui e un po' lì, posso dirmi tante cose ma non sorpreso. Se la storia, di cui perfino la quarta di copertina svela troppo, non è una rivelazione, lo stesso non vale per uno stile bello in maniera clamorosa: semplice e scorrevole, eppure sorretto da una perfezione matematica che fa una conta esatta delle parole, delle sillabe, delle pagine. Lirica ma oculata, brusca neanche per un attimo, l'autrice sa quando mettere e quando togliere; sa quando dire e quando non dire. La suggestione e l'inquietudine di cui il realismo magico è capace, qui, ne escono al loro meglio. Crescere è realizzare che tra giusto e sbagliato c'è un confine invisibile, protetto da una fattura che né la razionalità né la fuga per mare possono sciogliere. Accabadora è la presa di coscienza di Maria, che si fa donna e saggia in duecento pagine da centellinare. Un'educazione morale e sentimentale dal taglio classico, con posti e liturgie d'altri tempi. Amore e morte hanno la stessa radice. Lasciarsi morire, lasciarsi uccidere, a volte è l'atto di fiducia più grande. Un debito da estinguere. O un dono, meglio, al pari di certe prose.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Hozier – Work Song

lunedì 24 luglio 2017

Recensione: Il giovane Holden, di J.D. Salinger


Il giovane Holden, J.D. Salinger. Einaudi, € 12, pp. 248 |

Parlare di un classico della letteratura mette in crisi. Se piace, sembra fatica persa cercare nuovi aggettivi. Se piace così così, scriverne può aiutare a vederci chiaro. Se non piace, be', dilemma: il commentatore anonimo che ti dice che non ci hai capito niente è già lì che si sfrega le mani. Il giovane Holden non mi è piaciuto, infatti, ma per quanto lo si possa dire di un intoccabile must generazionale con un protagonista, a tratti, esasperante e vicinissimo a me. Charlie, voce narrante di Noi siamo infinito nonché mio migliore amico immaginario, su Holden scriveva saggi su saggi – più di qualche lettore, tra l'altro, mi diceva che i due si somigliano un po'. Nella seconda stagione di BoJack Horseman, all'apice di un climax di genialità e insensatezza, J.D. Salinger in persona – vivo e vegeto, e desideroso di scrollarsi da dosso l'ombra del suo indimenticato eroe ribelle – si reinventava sceneggiando quiz a premi. Il giovane Holden lo citano le scuole di scrittura e i titoli delle ultime novità in libreria, lo prendono in giro e lo omaggiano in tivù: sembravano parlarmene tutti, ininterrottamente. Ma di cosa parlava, poi? E da cosa, dopo sessant'anni, ci si lasciava ispirare?

Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare.

Il protagonista eponimo è un liceale che a scuola non brilla. Sveglio, direbbe qualcuno, peccato non si applichi. Ha sedici anni, una famiglia altolocata e l'ennesima porta sbattuta in faccia. Espulso per la sua media disastrosa, ha fatto i bagagli e preso un treno fino a New York. Da qualche parte nell'Upper East Side c'è casa sua. Non vuole tornare. Fa il giro lungo, si attarda in strada. Mancano pochi giorni a Natale, e i suoi genitori non sanno ancora che, dopo le vacanze, non tornerà in collegio. Meglio rimandare a domani la sconfitta di deluderli di nuovo. Meglio vagare senza meta, alticcio, con un berretto rosso in testa. Vagamente, so cosa si prova: c'è questa scena di me, che temporeggio sul pianerottolo prima di inserire la chiave nella toppa. Lucidamente io l'ho capito sì, questo stangone bugiardo, amareggiato e suscettibile, che insieme cerca la solitudine più assoluta (la tentazione di fingersi sordumuto per evitare chiacchiere vuote; una cascina sul cucuzzolo della montagna per il futuro) e la compagnia più rumorosa (squillo e papponi, ragazze in pista da ballo, prof dalle mani lunghe, jazz all night long). Di autentico, l'affetto per la sorella minore e per un fratello morto di leucemia; l'attrazione per una coetanea che gli preferisce il popolare compagno di stanza; il ricordo di un amico che ha avuto il fegato di farla finita. C'è una regola che dice che ci si debba per forza prendere a cuore il personaggio principale? Tutti possono forse percepire tutti alla stessa maniera? Si è indecisi tra volergli bene e prenderlo a botte, Holden. Leggendo facevo: ti capisco, però parla meglio, conta fino a dieci e, soprattutto, sta' un po' zitto. Holden parla con la bocca piena, mentre aspira il fumo delle sue sigarette; Holden parla come un sedicenne incolto – ripetizioni, iperboli, imprecazioni snervanti (fate una conta dei “vita schifa”, “andare in sollucchero”, “ad ogni modo”, “vattelapesca”, “compagnia bella”) – e odia i libri di testo, il cinema, i buona fortuna, tutto quanto. Mi ha innervosito spesso. Mi ha irritato quel fingere di voler prendere aria, per poi tornare sempre e comunque a ripiegarsi su se stesso. 

Sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

Però, la sua, è la storia di uno di quei ragazzi contro che mi sanno trovare solidale. Chi lo aiuta a cercare il suo posto nel mondo? Averlo incrociato lascia un bella sensazione, con il senno di poi, ma il mal di testa durante. Rattrista saperlo triste, e sapere che vorrebbe urlare di gioia, al pensiero delle giostre coi cavalli o della meta segreta delle anatre di Central Park, contagia con un mezzo sorriso. 
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
Però la tentazione di gridare, che significa liberarsi e chiedere aiuto insieme, interrompe le noie del flusso di coscienza e rompe la lista di quelle cose non per forza sempre uguali; non più.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie - Space Oddity 


venerdì 21 luglio 2017

Recensione: Una più del Diavolo, di Lorenzo Vargas

|Una più del Diavolo, Lorenzo Vargas. Las Vegas edizioni, € 15, pp. 280|


Vivendo in una città di provincia, con librerie scarsamente fornite che per forza di cose tagliano fuori i piccoli editori, ho scoperto Las Vegas edizioni soltanto lo scorso inverno. Quando un'amica già citata sul blog, la solita Elisabetta, mi parlava di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila – moglie e marito con un progetto editoriale comune e una figlia in arrivo – e mi consigliava di dare uno sguardo al sito della loro casa editrice. Dopo il post dedicato alla gradevolissima scoperta di Green Park Serenade, il suo autore – lo stesso Malabaila, appunto – ha suggerito a Carlotta di inserirmi nella newsletter. Ormai qualche tempo fa, mi sono arrivati due romanzi del catalogo. Ho sperimentato così la piacevolezza della loro brossura e gli autori sui quali hanno scommesso. Uno di questi, il giovane Lorenzo Vargas, lo conoscevo già di vista: della prima e unica edizione del talent Masterpiece, infatti, ricordavo l'antipatia viscerale per il giudice De Carlo e, grossomodo, lui. Una più del Diavolo è il suo secondo romanzo e lo scopro qui, con una commedia nera di divinità e mostri, ambientata tra i locali underground di Napoli e l'inferno dantesco. Dalle parti di Dogma e Preacher, la storia segue le disavventure di Giovanni Archei: musicista trentenne senza arte né parte, che fa i conti con il tradimento della fidanzata storica, una rock band che le etichette discografiche ignorano placidamente e, dulcis in fundo, una missione divina. Gli si parano davanti Raziel, l'arcangelo dei segreti, e un tribolato collaboratore dai boccoli biondi. Siamo in missione per conto di Dio, gli dicono, e gli amanti dei Blues Brothers fanno già la ola. Peccato che loro, con il vestiario di due agenti segreti e i genitali del marito di Barbie, siano davvero chi dicono di essere: pennuti portavoce. 


Si era preso finalmente qualche responsabilità. Certo, salvare il mondo poteva semprare un po' esagerato, ma comunque era un inizio.

Il Diavolo è fuggito, Dio sbarella (ha raso al suolo piazza San Pietro, in un momento no) e tocca agli uomini, gli unici a disporre del libero arbitrio, ripristinare l'equilibrio. Senza il Male (che ha le fattezze di un gatto persiano: insomma, sono dalla sua parte a prescindere), l'anarchia è un contagio. I demoni gozzovigliano in giro e al Grande Capo, che comunque non ha tutti i torti, stiamo antipatici a morte: propende per l'estinzione. Quello che in principio divertiva, purtroppo, stanca un po' nella seconda parte. Sempre divertente, ma pasticciata. Il romanzo umoristico, il fantasy, piace quando dura poco. E per me, che com'è noto sono di una specie assai annoiabile, duecento pagine e passa sono parse forse troppe. Ci sono lo stile, i comprimari irresistibili (un papa elettricista, letteralmente folgorato sulla via di Damasco; un romantico travestito come padrone di casa) ma manca la napoletanità nel linguaggio e, nella seconda parte, uno svolgimento all'altezza del bizzarro spunto di partenza. Esperimento arguto sì, ma non dissacrante come vorrebbe: perché il sorriso, materia deperibile, non dura. Archei si imbarca in un viaggio ultramondano, alla ricerca dei segreti della Creazione e della rima che manca alla sua ultima canzone. Deve trovare il villain per antonomasia e, a tu per tu, scongiurarlo di riprendersi il soglio vacante. Documenti da scartabellare e cavilli tecnici. L'immortalità sfida la furbizia tutta partenopea, e chi vincerà? Occhio alle clausole minute, all'inghippo. Apprezzabile per la grande inventiva e l'energia della scrittura, Una più del Diavolo resta una riflessione sull'importanza degli opposti e la scaltrezza dei nostri simili. Cosa possono l'immortalità e la creazione del cosmo da un pugno di polvere, se qui tocca far i conti tutti i giorni con i sentimenti, i sogni infranti, i meteoriti in rotta di collisione e il dopo sbronza?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bluvertigo – Iodio

mercoledì 19 luglio 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #1

Chi mangia troppo, chi mangia troppo poco. Chi ha appeso un sogno al chiodo. Chi aspetta un bambino. Nella clinica gestita dal dottor Keanu Reeves fa il suo ingresso una Lily Collins sempre più brava, sempre più bella, costretta a fronteggiare quei demoni conosciuti in prima persona. Magra come un chiodo, incazzata con il mondo, sta perseguendo questo folle progetto: lasciarsi morire. Si va di psicologia spicciola, si procede con le belle parole (tutto passa, vedrai). Fino all'osso, leggero ma brutale, è un ricovero coatto in una casa piena di altri casi umani, quando le ipotesi e le promesse di pronta guarigione non sortiscono effetto. Sarà che mal comune è davvero mezzo gaudio. Sarà che ci si salva da soli, sì, ma le attenzioni di un eccentrico inglese che pretende baci e fiducia aiutano a fare pace con il proprio riflesso. Il disagio della protagonista parte da lontano. Lo stomaco, così, ha assecondato la lista delle sue mancanze. I suoi compagni, tra bugie e colpi di testa, ispirano orrore e simpatia. Trovano continui mezzi per farsi male – correre in cerchio nella stanza, stancarsi a furia di addominali – ma, per tutto il tempo, cercano una buona ragione per sopravvivere. E qualcuno ce la fa, qualcuno no. Nello stile di It's a Kind of Funny Story e Altruisti si diventa, Fino all'osso diverte e colpisce forte con un zoom sull'anoressia che non trascura gli occhi lividi, le costole sporgenti, il peggio di un corpo allo stremo. Messo allo stecchetto ma affamato di emozioni, è di un già visto che è necessario rivedere – soprattutto con questi toni sardonici, con questo cast ricchissimo. Lascia un angolino a fine pasto per la speranza. Voglia di abbuffarsi con queste storie qui, di adorabili ragazzi interrotti, e di imparare a respirare daccapo. L'adolescenza tira in dentro la pancia, si vede brutta, schiva la bilancia. Pesa. (7)

Sarah è una donna sull'orlo di una crisi di pianto: depressa, deve sobbarcarsi interamente il mestiere di madre. Mandy ha uno spirito anticonformista e i capelli che cambiano colore seguendo gli stati d'animo. Parlandovi di loro, dovrei aggiungere che a un certo punto si incontrano: mentirei. Le protagoniste di Lovesong si conoscono da tutta la vita. Lontane ma presenti, complice l'alcol e un bacio strappato, non sono soltanto migliori amiche. Rivedersi tre anni dopo per il matrimonio di Mandy. E, tra dubbi e ripensamenti, fare chiarezza. Ci si può amare senza ammetterlo? Dare in affitto il cuore ma lasciare il posto vacante per un'ospite, significa tradire? Lovesong è una canzone improvvisata, che non ha picchi e non ha ritornelli. Indefinibile, misteriosa, e per questo mai banale. Sulla persistenza dei sentimenti umani, e la loro assoluta vaghezza. Dramma liminare e sommesso, non vuole raccontare un altro amore omosessuale senza inizio e senza fine. Bensì qualcosa di meno e qualcosa di più. Travalica con discrezione il confine dell'amicizia, ma non oltrepassa i limiti. Timidamente, Jena Malone e Riley Keough se ne stanno sulla soglia per tutto il tempo – la prima nella sua comfort zone, l'altra di una maturità interpretativa straordinaria. Si incontrano in una parentesi, di tanto in tanto. E richiede più tempo studiarsi, vincere la ritrosia, che darsi. Ci sono, di mezzo, la lentezza di un certo cinema, silenzi parlanti, l'attrazione incontrovertibile travestita da simpatia. Gli sguardi lunghissimi, significativi, belli, che ti fanno venir voglia di urlare, in cima alle montagne russe. (7)

L'hotel che ospita il ballo di fine anno. Due coppie, una notte. La prima è in crisi matrimoniale. La seconda, di diciottenni alle prese con l'estate delle grandi scelte, si è composta per caso al termine di un prom al di sotto delle aspettative. Da un lato un sentimento che finisce, dall'altro uno che nasce da una serata di pugni sul naso e pessimi cocktail. 1 Night piace a prescindere per il poster e il quartetto di protagonisti – Anna Camp e Justin Chatwin, Isabelle Fuhrmann e, direttamente dal fiacco The Path, Kyle Allen. Belli, diversissimi per aspetto ed età, ma uniti dalle magiche simmetrie di certe sceneggiature e di dialoghi così, che san proprio di vero. 1 Night, in un'ora e un po', confronta generazioni e relazioni. Quanto è facile darsi per scontati? Possibile usare una coppia ai primi passi a mo' di promemoria? L'amore, in fondo, è una macchina del tempo. Sulla scia dei ricordi felici e della surreale “cometa” di Sam Esmail, viene fuori un film allo specchio: meno bizzarro e meno memorabile di quanto ci si aspetterebbe, ma per fortuna non meno godibile. Ci sono i bagni in piscina e i soffitti da contemplare nelle stanze d'albergo, la nostalgia e le farfalle. Cinquanta percento teen comedy, cinquanta percento dramma matrimoniale. Il tutto, rigorosamente indie. E, in certe sere, basta. (6,5)

Il primo ragazzino nato su Marte torna sulla Terra. Nessuno sa di lui, se non una coetanea con cui ha stretto una fitta corrispondenza online. Come comportarsi senza sembrare un alieno appena sbarcato dall'astronave, letteralmente? The Space Between Us è il racconto di un'adolescenza in orbita. Se fosse un romanzo, sarebbe uno di quei young adult che incastro volentieri tra una cosa e l'altra. Da Marte, infatti, non arriva soltanto la subdola creatura del mediocre Life, ma anche un visitatore che somiglia a Asa Butterfield – è cresciuto, Hugo Cabret, ma la faccia da eterno bambino e il poco carisma non aiutano. Sua dolce metà, quella Britt Robertson che fa sempre piacere rincontrare. In fuga da Gary Oldman, i due ragazzi si danno a un viaggio in macchina in cerca del padre di lui e dell'amore. Seguendo la pioggia e l'oceano. Ma l'atmosfera, purtroppo, rischia di schiacciare chi (in preda all'euforia) ha scordato la propria natura. Il film cita Il cielo sopra Berlino, ma ricorda più Bubble Boy o Sbucato dal passato. Quelle commedie degli anni Novanta con una resa più che discreta e una scrittura televisiva; un'idea originale, ma un po' buttata via. Tenero, prevedibile e di buon cuore, però, regala due ore senza peso che non pretenderei indietro. (6)

Sandra Oh e Anne Hache, brave come non mai, sono ex compagne di college che si danno da sempre sui nervi. La prima, moglie trofeo; l'altra, artista che sbarca il lunario come cameriera. Sullo sfondo, New York: una città abbastanza grande per evitarsi. Mettile insieme una sera, durante la stessa cena. Rissa inevitabile nell'androne. Capelli strappati, calci e pugni. In mezzo c'è il non detto, un'antipatia viscerale che fa ridere e preoccupa. Qualcosa va male. In momenti diversi, nell'arco del bizzarro Catfight, entrambe saranno destinate a un colpo in testa e a un coma lunghissimo. Cosa si sono perse nel mentre? La commedia nera di Onur Tuker fa sì che le loro sorti si alternino: la ricca diventa domestica; la povera, pittrice affermata e in dolce attesa. In TV passano le notizie di un conflitto fittizio in Medio Oriente (colpa di Trump?), con tanto di ritorno alla leva obbligatoria. Pur di non pensarci su, le due si aggrappano all'unica certezza che resta: odiarsi. Film di botte da orbi e dialoghi implacabili, sarcastico e non troppo demenziale, Catfight riflette sui corsi e i ricorsi storici; la fugacità dell'amore; la persistenza dell'antipatia; la paura del futuro. Mette al tappeto, ma la riflessione scatta a scoppio ritardato. Con un po' di sforzo. Quando ricerci il senso di quello che hai visto, a fine visione, e lo trovi, ma con l'intoppo. Lascia un sorriso amaro, un po' di disturbo, qualche escoriazione. (5,5)

Una camera d'albergo. Una donna riversa in una pozza di sangue. La porta chiusa dall'interno. Com'è entrato l'assassino? Soprattutto, com'è uscito? L'odissea di Adriàn e Laura è iniziata così: un contrattempo, e un giovane uomo d'affari imbocca una strada secondaria. La proverbiale strada nuova preferita a quella vecchia lo porta a scontrarsi con un automobilista: il ragazzo muore. Denunciare il delitto ed esporsi mediaticamente? I due amanti diabolici fanno sparire il corpo. Cosa collega i due crimini, le due morti, a parte la presenza del sospetto Adriàn? Gli spagnoli e la suspance fanno faville. Oriol Paulo, già autore degli ottimi El Cuerpo e Con gli occhi dell'assassino, confeziona con Contratiempo un giallo hitchcockiano che non lascia scampo. All'immagine di apertura, brillante, risponde una trama di sottili cambi prospettici, ipotesi, slittamenti che sconvolgono le carte in tavola. Contratiempo è serrato e intricatissimo. Il trucco c'è ma non si vede. Nella sua voglia di sorprendere a ogni costo, qui e lì, la verosimiglianza si perde. I piani machiavellici di Paulo, i suoi collaudati colpi di scena, sembrano improbabili. Però Contratiempo è un film di genere che, costi quel che costi, tiene alta la guarda e dà quello che promette: cosa non da poco, ti sorprende. E l'essere preso in contropiede, quell'esclamazione di meraviglia che ti strappa di bocca, conta più di qualche passaggio frettoloso o di risvolti troppo eclatanti per essere veri. I tasselli si incastrano, basta aspettare. Basta non toccarli. Perché l'equilibrio, forse, non è che un'altra illusione. (7+)

lunedì 17 luglio 2017

Recensione: Non ti faccio niente, di Paola Barbato

|Non ti faccio niente, Paola Barbato. Piemme, € 17,50, pp. 420|


Non accettare caramelle, passaggi o carezze dagli sconosciuti. Non disobbedire a mamma e papà. Non resta che perdersi e ribellarsi, però, quando la tua infanzia non è. L'ultimo romanzo di Paola Barbato, firma storica di Dylan Dog, parla di uno strano male a fin di bene. A volte, meglio abbandonare casa e seguire l'orco: ti prende, ti porta via, non ti torce un capello. Rincontrarlo, anzi, è il sogno di tutta una vita. Rivederlo spinge alla commozione, agli abbracci inaspettati. A modo suo, il forestiero che negli anni Ottanta rapì trentadue bambini – bello come il Gesù disegnato sui libri del catechismo – li ha salvati. Ha regalato loro tre giorni felici e genitori finalmente vigili, finalmente responsabili. Esiste una paura buona, infatti. Quella di perdere per sempre un bambino ha reso gli adulti presenti e grandi i traguardi. Decenni dopo, la storia si ripete ma cambia il finale: i bambini tornano a casa ammazzati. Sono i figli dei sopravvissuti, dei piccoli disgraziati rapiti una generazione prima, ma la polizia ancora non lo sa. Mancano i collegamenti, le prove. L'assassino guida da un capo all'altro dello Stivale, sembra procedere alla cieca.

Basta avere paura una volta sola per averla tutta la vita, io lo so.

C'è, però, chi sa leggere il suo schema. A questo punto si incrociano strade parallele, le indagini collimano, i flashback e le digressioni incalzano. Intervengono personaggi innumerevoli, ma non si fa mai confusione coi nomi e coi ruoli. Contro hanno la polizia, il tempo, un mandante che rimane nell'ombra. Si considerano fratelli. Sono i soli senza figli dei trentadue bambini rapiti – per questo, o così credono, gli unici a non essere nel mirino del killer. Poche pagine, e ti si rivela la prima di tante verità: passato e presente non hanno lo stesso colpevole. Perché Vincenzo, giustiziere obeso e misantropo, chiuso in una cascina in Umbria tra il cantare dei grilli e i gatti randagi, è colui che i protagonisti hanno inseguito per tutta la vita, grati, ma non un assassino seriale. Lo tiene d'occhio la Nives, migliore amica adorabile e amante tastarda, che sa maneggiare ad arte una doppietta e si fida delle parole di quel gigante gentile che di male, ora come allora, non voleva farne. Gli omicidi sono una provocazione, un trucco sporco per spingerlo a uscire allo scoperto. E giovani e vecchi si incrociano, così, in un'indagine tenera e inconsueta. L'innesco: la rabbia di un “se”, una vendetta irragionevole. Ma quali ragioni vuole sapere, poi, la sofferenza.

Sai, se anche tu fossi cattivo a me non importerebbe. Se adesso mi ammazzi o fai una di quelle cose che non si possono dire o pensare, a me andrebbe bene.”

Qualche post fa si parlava di thriller che volano sotto l'ombrellone, di pagine che sono tante ma non sembra: quelle della Barbato, con i suoi periodi densi e spruzzati di virgole, hanno un peso importante e forse qualche spiegazione di troppo nell'ultima parte. Comunque, un'umanità straordinaria. Si vede che l'autrice è una mamma (una curiosità: è la compagna di Matteo Bussola, disegnatore che sempre di genitori e figli scrive). Si vede quanta gavetta ha alle spalle. Pochi capitoli, e già consigliavo in giro questo suo thriller on the road – impreziosito da una scrittura che resta, da personaggi che si imprimono a fuoco. Un'avventura implacabile e delicata, dalle sfumature kinghiane, su una squadra di sconosciuti male in arnese, ai ferri corti con la malinconia, che si aggregano per giocare ai detective. A loro rischio e pericolo. Cos'hanno da perdere? Da guadagnare, quattrocento pagine in cui ci si conosce e ci si scopre, magari, più forti stando insieme. Contate le papere gialle con me. Scoprite chi le ha lasciate a bordo strada. A dispetto della bugia del titolo, farà male.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Quando mi vieni a prendere – Luciano Ligabue

venerdì 14 luglio 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman | Gypsy | Glow

L'idea di BoJack Horseman non mi ha mai tentato. L'animazione non fa più breccia da un po' e ho sempre considerato I Simpson, I Griffin e Futurama una compagnia come un'altra quando mangio da solo. Di sedermi in poltrona e seguirli per bene, insomma, non ci pensavo. Se fosse stata trasmessa in chiaro, la creazione di Raphael Bob-Waksberg avrebbe subito un trattamento simile. Invece è solo su Netflix (e dura ormai da tre stagioni) e, a fare da ago della bilancia, il consiglio dell'amico giusto al momento giusto (sì, ciao a te). Era amarissimo, mi assicurava, e a vederlo in certi giorni ci si sentiva meno soli. In quelli che al momento sono trentasei episodi, assistiamo alla disfatta di una star degli anni '90. Celebre per una sitcom generazionale, il protagonista è rimasto intrappolato in un passato che gli permette di vivere di rendita. A vent'anni dal successo, cinquantenne, è un parvenu nella sua villetta con piscina – va a letto con chi capita, beve fino al vomito, rosola a fuoco lento nei sensi di colpa e a centro pista. Ospita sul divano un giovane senza arte né parte e, nella prima stagione, viene braccato da una biografa che vuole scavare nella sua vita. Pensa di amarla, ma lei gli preferisce la fedeltà del suo storico rivale. Pensa di essere amato dalla sua agente, ma lei preferisce ignorare l'orologio biologico e trovargli il miglior copione su piazza. L'attore fallito è in cerca di se stesso, ma nel mentre trova una parte che gli srotola il Red Carpet: le luci dei riflettori, il ritorno in carreggiata e megari l'Oscar, aiutano a star meglio? BoJack Horseman, come il recente Feud, è una riflessione su uno star system che non perdona – porte chiuse per attori di mezza età, l'oblio per lo sceneggiatore gay di un programma per famiglie, autodistruzione ed esibizionismo per le Hannah Montana cresciute e, neanche a farlo apposta, un presagio di quel La La Land premiato per errore. Soprattutto, è l'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, a tratti, nel percepirsi un collezionista di sbagli; mai abbastanza. Ah, sì. Per tutto il tempo ho parlato di un cavallo un po' patetico, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele. Sorprende ritrovarsi nelle massime filosofiche di un quadrupede parlante, infatti. Sorprende scoprire che si ride tanto (i cameo di attori noti, le canzoncine assillanti e gli oggetti d'arredo hanno del geniale), ma che si ride di lui, non con lui. Chi dice che BoJack Horseman è divertente, in fondo, non ha capito niente. Chi dice che la vita è un appuntamento con gli applausi preregistrati di Horsin' Around dovrebbe sapere che somigliamo più a questo disastro qui. Con la stonatura dei colori pastello. Con i cavalli tragicomici che come te e me, in fondo, sempre niente c'hanno capito. (8)

Jean, psicoterapeuta newyorkese, si divide tra casa e lavoro. Ha un marito avvocato, che flirta con la giovane segretaria, e una figlia ribelle. Il suo matrimonio non è così solido, la sua casa scricchiola. E lei, lucida e saggia, in realtà nasconde sotto gli abiti eleganti un animo gitano. Gypsy, anticipato da una serie di foto promozionali che ammiccavano ai baci saffici di Mullholland Drive, parla di una coppia in crisi che la gelosia potrebbe o separare o rinsaldare. Protagonista sensuale ma misurata, una Naomi Watts in ruolo coraggioso per un'attrice matura – al contrario dell'amica Nicole Kidman, colei che a malincuore è l'unico pregio dell'ultima serie Netflix (bene anche Crudup, un altro a cui invecchiare porta bene) non ha ceduto alle tentazioni della chirurgia plastica. Il suo personaggio, mosso da un segreto desiderio di onnipotenza, si intromette nella vita dei pazienti: una giovane tossicodipendente, una mamma messa da parte, un uomo tormentato da una vecchia relazione (come in Love, anche qui Karl Glusman è innamorato pazzo). Le prime due pazienti portano Jean a riallacciare i rapporti con la figura materna; l'ex ragazza dell'ultimo, invece, diventa la sua ossessione amorosa. La situazione le sfuggirà di mano. Psicothriller al femminile, di Gypsy sfuggono il senso e gli alibi. Cos'è: un Closer dalla scrittura non all'altezza? Un In Treatment che viola il codice deontologico? Blando, sbrodolato, senza appeal, appare intimidito dal sesso – tocca aspettare otto episodi per un bacio appassionato, e il resto sono amplessi brutti e interrotti da tagli da boia: il pilot diretto da Sam Taylor-Johnson prometteva l'erotismo, eppure, per quanto patinato – e irrisolto. Finisce in sospeso, con un passato confusionario e un futuro in forse. La presenza della Watts costa, di potenziale inespresso non se ne vede. Lo scorso anno, lo stesso avvenne con The Path: grandi nomi, un'idea interessante su carta, e poi? Gypsy è un viaggio ai confini della sessualità e dei suoi misteri. Se non sei Ozon, rischi di smarrirti. (5)

Il wrestling è sempre stato un momento di coesione tra fratelli. Don't try this at home, dicevano, ma nessuno badava alle avvertenze. I videogiochi a tema, i giocattoli con tanto di ring e la raccolta di figurine, i Funko Pop dei lottatori. Sui canali italiani lo si incrocia meno, ma mio fratello fa le ore piccole seguendo Royal Rumble e compagnia bella, così come io seguo, a febbraio, la notte degli Oscar. L'ennesima produzione Netflix, Glow, è la storia vera di una manciata di donne alle corde. Siamo negli anni Ottanta di Red Oaks, fluorescenti e inflazionati fino alla noia. La protagonista, una bravissima Alison Brie, è un'attrice che non riesce a sfondare: tutt'altro che amabile, è pronta a tradire e tradirsi. Perde la sua migliore amica, dopo essere finita (due volte) a letto col marito, ma trova un ruolo che non aspettava: apprendista lottatrice in uno show di wrestling al femminile. Glow si vede in pochissimo, e nel mentre si ride di gusto. Non ha grandi pro né grandi contro. Netflix si è data alle cancellazioni bastarde e, onestamente, ho cercado di seguirla senza affezionarmici troppo. La serie delle produttrici di Orange is the new black mostra l'allenamento semiserio, la graduale formazione di una squadra affiatata, la ricerca dei costumi sfavillanti e dei personaggi vincenti. Il pubblico deve schierarsi. Il pubblico deve lottare con loro, pur sapendo che ci si picchia, ma per finta – le lottatrici raccontano coi loro corpi le tensioni della guerra fredda, l'amor di patria, la lotta al terrorismo. Non lo sai che è tutto finto? Non lo sai che in camerino hanno una sceneggiatura da sfogliare? Saperlo, da bambino, è stato come scoprire che Babbo Natale non esisteva. Ho iniziato a farci caso un giorno: ai pugni che non centravano il bersaglio, ai rumori dei cazzotti simulati battendo forte i piedi, ai ruoli scritti troppo e male. Con Glow, che eppure svela trucchi e retroscena, qui e lì ho ricreduto a Babbo Natale. (6,5)

mercoledì 12 luglio 2017

Recensione: Dente per dente, di Francesco Muzzopappa

| Dente per dente, Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 218 |


La vendetta è un piatto da servire freddo. Le donne, che hanno la memoria lunga e dita abbastanza affusolate per legarci ben bene tutti i torti subiti, sono segretamente più abili con il revanscismo e i piani criminosi. L'ira funesta di Rosamund Pike, moglie trofeo con troppo tempo libero, adduceva infiniti lutti al povero Ben Affleck. Uma Thurman, invece, imbrattava di sangue e frattaglie l'abito d'organza e la tutina gialla, a caccia del suo famigerato Bill. Occorrono anni di dissimulazione, una meticolosa lista per punti, inventiva e rancore quanto bastano: farla pagare a qualcuno è una cosa seria. A Leonardo, ventottenne varesino, mancano due falangi e un piano. Il cinema e la letteratura sono pieni di vendette esemplari, infatti, ma non è questo il caso.

Non sono cattivo. Non lo sono mai stato. Ma questo vuol dire che ho molti arretrati. E ora intendo giocarmeli. Tutti.

Guardiano in un museo che esponendo il peggio dell'arte contemporanea si è meritato a pieno diritto l'acronimo MU.CO, il protagonista ha un debole per le donne e i motori. Se su un blog recensisce automobili che non ha mai guidato, in quanto a donne – benché magrolino, introverso, bello neanche agli occhi di una nonna – non si può lamentare. Sta da due anni con la capricciosa Andrea: brillante matematica, figlia di un politico religioso e intollerante, con il corpo da indossatrice e la condotta di una carmelitana scalza. Ci si sbaciucchia sì, ci si va vicino, ma il sesso è off-limits: solo da sposati. In nome dell'amore e delle palle blu, così, Leonardo compra un anello da poco, una torta al cioccolato e le fa una sorpresa: Andrea, a cavalcioni sulle zone erogene del vicino di casa fotomodello, gliene farà una ben più grande. In Dente per dente si reagisce al cuore infranto con maturità e aplomb. Dopo una settimana di ferie per piangere e strozzarsi col proprio vomito, tocca rimboccarsi le maniche. Reagire come farebbe un adulto. Consulente barra spalla su cui piangere, Ivan: collega comunista e dai dubbi gusti sessuali, che da grande vorrebbe diventare Vasco Brodi o Karl Marx. Se le cinque tappe dell'elaborazione sono una via crucis insostenibile, meglio ripiegare sui dieci comandamenti. E infrangerli – tra bestemmie scarabocchiate sui muri e piselli a matita sulla foto con alti prelati, sesso per ripicca, hamburger di Venerdì Santo e incendi dolosi – uno per uno. Andrea, traditrice impenitente che non sei altro: dov'è il tuo Dio adesso? Ci aspetterebbe la redenzione, le spade rinfoderate. Una morale che cala dall'alto dei cieli e fa: porgi l'altra guancia, figliolo; la legge del taglione è rétro. L'autore, in ringraziamenti che sono più che altro quattro pagine fitte di scuse, scongiura la clemenza degli animalisti, della Guardia Forestale, di Ronald McDonald e papa Bergoglio, delle lettrici suscettibili.

La sfiga, come un diamante, è per sempre.

Muzzopappa, che fa ridere sin dal cognome, non commette atti impuri: è soltanto un gran bravo ragazzo, qui al suo terzo romanzo. Dopo le promesse del Centro Sperimentale votate al mondo del porno e le aristocratiche decadute, temi di titoli precedenti che non vedo l'ora di recuperare, quest'estate propone le diseducative scorribande di un terrorista sentimentale. La trama è idiozia pura e semplice (sempre senza offesa: di Muzzopappa, a cui voglio bene a prescindere, si è già beffato l'anagrafe). Ma sarà che la solidarietà maschile esiste, sarà che divertire su carta è una faticaccia, sarà che ho una collezione segreta di meme blasfemi su WhatsApp, Dente per dente mi ha fatto ridere per la bellezza di 218 pagine. Alla faccia dei vicini d'ombrellone disturbati dal mio ragliare, di una narrativa che si crede convincente solo se indigesta, della lobby della tristezza. Vendicarsi è sconsigliabile, ma vuoi mettere la soddisfazione? Ridere, il supremo schiaffo morale.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The All-American Rejects – Gives You Hell