giovedì 29 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: AHS. Freak Show, Galavant, A to Z, Manhattan Love Story

American Horror Story
Stagione IV
AHS è sì una serie antologica, ma anche una matassa inestricabile. Impossibile parlarne in generale, come si fa quando i finali di stagione ci lasciano con un serial in meno da seguire, in settimana, e un commento da mettere a punto. Perché è lungo, disordinatissimo, strabordante: o lo ami, o lo odi. Senza mezze misure. Lo conosci da quattro inverni, lo critichi e lo santifichi, lo insulti quando spesso ti delude e lo incensi quando ti ricorda la sua eccezionale presunzione. Quest'anno, non mi sono chiesto se mi stesse piacendo oppure no, fino all'episodio tredici. Quando il sipario si è calato e, con il pacchetto completo in mano, mi sono accorto che con Freak Show è tutto un prendere o un lasciare. Mai come quest'anno Murphy si sarà meritato fischi, con una trama ingarbugliata ed eccentrica; con un pagliaccio assassino che durava poco e non faceva mica paura come It; con la scelta di trattare a pesci in faccia un'attrice premio Oscar, Kathy Bates. Al solito, parte con vigore e maestria. Un pilot surreale, colorato, assurdo, in cui ci viene presentata una famiglia di mostri erranti, dove si organizzano prazi, orge e massacri. Lì, nella prima ora, la scena cult. La colonna sonora post-moderna permette alla regina del circo di cantare David Bowie, la volta successiva Lana Del Rey. Ma ci si fa il callo e la stranezza finisce per diventare normalità: quei mostri non sono poi così folli, né così rivoltani; anzi, ti appassioni – come fosse una soap – alla storia della stella tramontata che sogna il cinema, del ragazzo con le mani d'aragosta che non può toccare la sua sensitiva imbrogliona, delle gemelle siamesi che desiderano l'indipendenza, del perfetto damerino che ha una casa di bambole e la sete di sangue. Troppe trame, troppi personaggi, troppo. Molti restano estranei, perciò; liquidati solo come Murphy è tanto pessimo e brutale nel fare. La sceneggiatura ha un occhio di riguardo per il fedele Evan Peters, anche intonato alle prese con i Nirvana; per Sarah Paulson, sdoppiata ma non per questo doppiamente più brava; per la new entry Finn Wittrock, ragazzo belloccio e versatile, con mamma svampita e occhi blu da fotomodello assassino. Infine, c'è Jessica Lange. Impeccabile, magnetica, credibile, è la dea indiscussa di uno show che, senza di lei, il prossimo anno, non sarà lo stesso. Sarà meglio? Sarà peggio? Si mette in gioco con il canto e i primi piani. Non si arrende al tempo e, sessantacinquenne dal fascino d'acciaio, ricopre un ruolo pensato per una donna più giovane, e lo fa a testa alta. La sua Elsa Mars – madre dello show, senso del tutto – la si identifica con lei, nonostante il curatissimo accento tedesco, qualche parolina in italiano, un passato di sevizie. Il difetto di questo nuovo orrore è che, nonostante la violenza palesata, non impressiona. La cosa più agghiacciante rimane la sigla. Ci accontentiamo, se ci va, di qualche personaggio memorabile e di qualcuno piacevole ma che abbiamo già scordato; di una sfarzosa messa in scena; di una storyline ricchissima che poteva fare disastri e invece, grossomodo, no; di una regia incisiva ma lontana dai manierismi del passato. L'episodio più bello: il decimo. La fragile Pepper commuove e il richiamo ad Asylum esalta. Il cameo più brutto: Wes Bentley. Quello più significativo: Neil Patrick Harris, raramente così talentuoso e, dopo Gone Girl, mostrandosi in un'irripetibile scena di sesso a tre, fan ufficiale del “famolo strano”. E che vi devo dì? A me Freak Show, pur con tutte le sue sottotrame superflue, i grandi attori trattati malissimo, gli eccessi e il kitsch, le insensatezze da telenovela argentina, è piaciuto lo stesso abbastanza. Distante dal per me splendido Asylum, ma anche dal pessimo Coven: un'onesta via di mezzo. Con troppe sbavature, molto Bowie e tanta Jessica Lange. (7)

Galavant
Stagione I
Brillante. Aggettivo che calza a pennello. Non posso definire in altro modo una delle novità più gustose e divertenti che, per iniziare al meglio il nuovo anno, l'ingessata ABC ci ha proposto, apparentemente sulla riga di quell'Once Upon a Time che avrà sì tanto successo, ma che per me, dalla seconda stagione in poi, è cosa inguardabile. Insomma: coloro che me lo paragonavano a quel telefilm di inciuci e fiabe non attiravano propriamente la mia attenzione, anzi. Mi facevano paura. La storia, inoltre, un incrocio curioso tra Reign e Glee, mi sembrava troppo stupida per essere vera. Ma l'ho trovato sorprendentemente piacevole, sapete? Perciò dico che è brillante. Il mandare in onda due episodi per volta di venti minuti ciascuno, in modo da soddisfare più di una normale sit-com e di occupare meno spazio di una produzione lunga un'ora. Il sapersi fermare dopo otto episodi appena, il fare durare la serie meno di un mese, il capire dov'è il troppo – troppo cantato, troppo infantile, troppo assurdo – e fermarsi prima del limite. Forse voi non ve lo ricordate un film che si chiamava Ella Enchanted, con una giovanissima e sconosciuta Anne Hathaway che si muoveva in una fiaba piena di ironia, tra fate, giganti e canzoni dei Queen. Oppure Il destino di un cavaliere, più serio e sicuramente più degno di nota, che aveva un biondo Heath Ledger nel fiore degli anni e sempre i Queen, da cantare e suonare mentre i villici seduti sugli spalti, con applausi e pugni, seguivano duelli tra cavalieri e scandivano il ritmo irresistibile della We will rock you che ti fa sempre battere i piedi a tempo. Sicuramente vi ricordate Shrek, il romantico e sporco orco delle paludi. O Rapunzel, la fiaba in musica che, prima dell'avvento di Frozen, aveva divertito anche i nemici giurati del film d'animazione. Bene: prendete lì l'ironia, qui l'orecchiabilità, lì gli eroi improbabili e qui i regni da salvare, e otterrete un simpatico equilibrio che va sotto il nome di Galavant. Una serie musical di cappa e spada che, lampo di genio, penso piacerà un po' a tutti. A chi i siparietti musicali li adora, a chi i siparietti musicali li detesta. Si canta al posto di parlare, ogni tanto, e perfino le battute sono in rima: pronunciate in falsetto e con un'intonazione perfetta. L'umorismo è quello di un Mel Brooks, alla lontana; le vicende, con i servi svegli, le principesse traditrici, i re fanfaroni, sembrano puntare l'occhio verso l'antica tradizione della commedia latina che era un po' l'antecedente del musical moderno, no? O forse questa è una mia impressione, perché sto studiando troppo e ormai vedo Plauto e Terenzio anche in tivù. L'eroe eponimo è interpretato dal londinese doc Joshua Sasse: un "baldo giovine", carismatico e sicuro di piacere a tutte le dame che vorranno dargli un'occhiata o due, ma non troppo spavaldo da non riuscire a ridere sinceramente di se stesso. Lo accompagnano quell'arpia di Mallory Jansen, fanciulla un tempo casta e pura che ha voltato le spalle al nostro eroe per via del potere dei soldi; l'esotica Katen David, dalla bellezza tipicamente indiana e dai segreti sporchi; un mitico Timothy Omundson, nelle vesti di un villain frufrù, cattivo ma non troppo, che ha il cuore di burro e la lacrima facile; un imponente Vinnie Jones che, per la prima volta, presta i suoi muscoli e la sua stazza da sportivo al demenziale. Le coreografie sono semplici; le canzoni – con coretti di sottofondo – assicurano risate. Non dico che acquisterò un cd o qualcosa di simile, ma qualche esibizione potrei rivederla su Youtube. Ecco! Si ride con poco, come da bambini, parlando di flatulenze e gente che russa, di codardia e capitomboli, e non si vuole essere originali, ma neppure volgari. Galavant è un intrattenimento da bollino verde, che ha gli assi nella manica per rendere decisamente allegri anche i bimbi più cresciuti. Mio padre, cinquant'anni ad agosto, ma non ricordateglielo, è già un fan. (7)

A to Z
Stagione I 
Sembrava promettente. E non dico sulla carta, ma limitandoci giusto al pilot. Una voce narrante che mi aveva fatto venire in mente Pushing Daisies. Una coppia coi giorni contati, come in 500 giorni insieme, di cui la sigla già annunciava la rottura. Il rapporto tra Andrew e Zelda sarebbe stato spiegato nel dettaglio. Cosa sarebbe stato di loro alla fine dell'alfabeto? Si è arrivati alla lettera “m”, a tredici episodi e stop. Cancellato. Ma vi dirò, sembrava promettente giusto in principio. Nemmeno uno come me, che alle cose dopo poco si affeziona di già, piangerà la sua cancellazione. Tanto, tranquilli, finisce bene: non arriva dove pattutito, ma ha un epilogo che soddisferà coloro che l'hanno seguito. Tanto, era inutile. I protagonisti, amalgamati ma male assortiti, si innamorano senza che tu ti innamori di loro. Né a prima vista, né dopo episodi ed episodi. Cristin Milioti, vista in The Wolf of Wall Street e in Alla fine arriva mamma, ha un personaggio irritante e quel sorriso alquanto creepy che rovina lineamenti di un volto discreto; meglio Ben Feldman, che ha una lunga relazione aperta col piccolo schermo, da Drop Dead Diva a Mad Men, un non so che fa simpatia, ma un ruolo da mammoletta e non da romanticone. Il che è diverso! Come in ogni sit-com che si rispetti, anche gli amici di lui e gli amici di lei, gli ex e le ex, i parenti imbarazzanti: furbastro il tentativo di fare del cicciottello Henry Zebrowksi un nuovo Zach Galifianakis – anche se hanno in comune un cognome arduo da scrivere. Ogni tanto piacevole, ogni tanto noiosetto, ma sempre superfluo; sempre senza vita propria. L'ho seguito perché non mi rubava tempo e perché, dopo la pausa natalizia, una parziale ripresa c'è stata. Abbastanza da non farmi pentire di averlo salvato dal cestino del mio computer, ma non abbastanza da risultare così indispensabile da recuperarlo. Altra stupida commedia americana, con sorrisi rarissimi e un ritmo buono, divisa in scomode rate mensili. (5)

Manhattan Love Story
Stagione I 
Detto tra me e voi, pensavo di averci messo una croce sopra. Con il quarto episodio, annunciato come ultimo, pensavo di avere già detto addio a Manhattan Love Story e me ne ero fatto una ragione, nostante – per quel poco che avevo visto – era davvero uno spunto brillante per una rom com solita e insolita allo stesso tempo. Squilli di trombe, rullo di tamburi. Da un giorno all'altro, mi ritrovo davanti il quinto episodio, poi il sesto, poi il settimo... fino all'undicesimo. Rinnegato dalla ABC, era andato in onda online, in modo che avesse un finale tutto suo. E non come quel Selfie che mi divertiva, ma mi ha fatto pure incazzare, perché, su, quale commedia romantica non sai già come finisce?! Ecco, Selfie. Troncato bruscamente, finito in sospeso. Per chi lo segue o vorrà seguirlo, quindi, una rassicurazione: Manhattan Love Story dura poco, comunque meno del previsto, ma finisce nel migliore dei modi. Come mi diceva la mia amica Sonia in chat, c'è ancora qualche sceneggiatore televisivo che, messo alle strette, senza farsi troppo l'originale, mette a dovere un bel punto fermo alla fine di una bella storia. Vi dico che i protagonisti, belli e biondissimi come fossero la progenie segreta di Hitler, sono simpatici e in gamba. Lui, forse unica cosa degna accanto a un Cooper spento nell'ultimo film di Eastwood, è una sorpresa. Lei, piena di potenziale, non vedo l'ora di vederla accanto a Miles Teller in una commedia romantica che in America è giù uscita, ma che da noi beccheremo giusto coi sottotitoli. Per il resto? Mi copio-incollo. E dico quello che avevo detto, confermando una sufficienza piena: “ambientato nella città più bella del mondo, ha venti minuti che volano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Nella sua semplicità, funziona. La leggerezza concentrata in streaming”. (6,5)

martedì 27 gennaio 2015

Recensione [libro e film]: Still Alice - Perdersi, di Lisa Genova

Cari lettori, buongiorno a voi. Oggi post più denso del solito – ma spero solo intenso, non dispersivo – in cui vi parlo della mia ultima lettura. E siccome Still Alice è arrivato anche al cinema e, grazie a un'indimenticabile Julianne Moore anche agli Oscar, mi dedico ai confronti e ai paragoni, parlandovi nel frattempo di un altro film che, nella stagione dei premi, sta facendo meritate conquiste. Questo martedì sono un po' anche Mr. Ciak. Ringraziando le gentili Marina e Cetta per la copia staffetta, vi auguro buona lettura e buona visione. Fatemi sapere la vostra, come sempre: sul film, sul libro, su quello che vi va. 
Sto perdendo i miei ieri.

Titolo: Still Alice – Perdersi
Autrice: Lisa Genova
Editore: Piemme
Numero di pagine: 293
Prezzo: € 16,90
Sinossi: C'è una cosa su cui Alice Howland ha sempre contato: la propria mente. E infatti oggi, a quasi cinquant'anni, è una scienziata di successo, invitata a convegni in tutto il mondo, che ha studiato per anni il cervello umano in tutto il suo mistero. Per questo, quando a una importantissima conferenza, mentre parla davanti a un pubblico internazionale di studiosi come lei, Alice perde una parola - una parola semplice, di cui conosce benissimo il significato - e non riesce più a ritrovarla nel magazzino apparentemente infinito della sua memoria, sa che qualcosa non va. E che nella sua testa sta succedendo qualcosa che nemmeno lei può capire. O fermare. La diagnosi, inimmaginabile fino a un momento prima, è di Alzheimer precoce. Da allora, Alice, perderà molte altre parole. Perderà pian piano i nomi - per primi, quelli delle persone che ama, suo marito, i tre figli ormai adulti. Perderà i ricordi, ciò che ha studiato, ciò che ha fatto di lei la persona che è. In questo viaggio terribile la accompagnerà la sua famiglia: il cui compito straziante sarà di starle vicino, di gioire con lei dei rari momenti, luminosi e fugaci, in cui Alice torna a essere Alice. E, soprattutto, di imparare ad amarla in un altro modo.
                                   La recensione
Mi ero perso Perdersi, anni fa, per pigrizia e non curanza. Immaginavo che dietro quel verbo riflessivo all'infinito ci fosse un manuale, un saggio d'auto aiuto; non un volto, non una storia. Non un nome. Quando hanno annunciato il film, poi sì che ho capito. E per una volta, vi dirò, sono felicissimo di possedere l'edizione che ho io, la più recente, con il poster cinematografico in copertina: io che le ristampe, eppure, non le amo troppo. L'eccezione, da attribuire al titolo originale che accompagna quello italiano, diventato improvvisamente un sottotitolo posto come in secondo piano. La lingua straniera si concentra sulla persona, su quello che durerà per sempre; la nostra, secca e fatalista, su quello che, al contrario, se n'è andato via, nel cuore della notte, per non tornare mai più. Ci si smarrisce, vero, ma resta un nome, un avverbio di tempo, per ritrovarsi... forse. Ho voluto quel romanzo con due titoli e due significati perché è risaputo quanto le storie che tutti evitano, quelle indicibilmente tristi, mi piacciano. Magari uno la scambia per una sensibilità che in realtà non ho; un altro per forza. Ma vi dico, in realtà, che a me che non l'ho mai provato il dolore fa tanta paura. E leggo, mi documento, faccio e dico, in modo che saprò, un giorno, sopportarlo a denti stretti. Non sono affatto coraggioso. Nei romanzi incentrati sulle tematiche più delicate e spinose, quelli di cui ogni pagina è un taglio profondo, la malattia è di contorno, negli spazi vuoti. E' un scusa per parlare d'amore. La classica Big C, di solito, crea il contesto adatto per una storia impossibile; cosa c'è meglio di una relazione che sfida l'evidenza, i capelli che cadono, i polmoni che ci fanno sputare sangue? In Perdersi, la malattia – un'altra, una descritta di rado tanto che è misteriosa - è la vera protagonista. La si guarda in faccia, ed è come un mare che ti travolge, ti soffoca e ti sputa a riva, senza fiato. Miracolo del self publishing, quando anche un cieco avrebbe capito immediatamente di che pasta è fatto, ha perizia, scrupolosità, realismo, grazia. E' un esordio di una potenza a cui non si crede. Complicato, credibile, in movimento costante. Lisa Genova sa quello che dice. Sa come dirlo con lo stile giusto per l'occasione giusta. Sa che ti farà male e ti ringrazia: devi essere pazzo per leggerlo, ma anche per rifiutarti di farlo. L'Alzheimer – il male più bastardo e imprevedibile del mondo – guardalo da vicino e non piangerti addosso, finché hai ancora gli occhi per guardarlo e le parole per dire quanto terrificante è. 
Mi aspettavo che una neoropsichiatra, una donna di scienza, non fosse in grado di scrivere romanzi. Qui, invece, pur non essendoci qualunquismo di nessun tipo, non si cade nell'eccesso. Ho letto trecento pagine scritte benissimo, che non mi spiegavano una storiellina ricattatoria, né lo facevano con i toni distaccati di una cartella clinica. Perdersi è straziante, ma non gratuito. Ha religioso rispetto verso un dolore non messo all'asta; sarà che è il dolore che ci parla di sé stesso. Ti spiega come funziona il cervello, come funziona quando qualcosa si guasta e non si può riparare, e lo fa con il linguaggio universale del cuore. Ma Perdersi è tanto quello, un conto alla rovescia inarrestabile, quanto la storia di una donna come tante e come poche. Ecco perché mi piace il titolo originale: la chiama per nome e, se è un giorno di quelli buoni, lei magari risponde. Siamo al suo fianco, come al capezzale di un malato. Ma peggio. Anche se raccontato in terza persona, il libro è dentro di lei e i suoi pensieri, onesti e brutali, anche per me – ormai dotato di una buccia dura e brutta - sono risultati bocconi difficile da mandare giù. Chi dirà ai suoi tre figli che, solo facendoli nascere, li ha messi in pericolo? Chi controllerà se ha, nelle tasche del cappoto e nei calzini, vedendola vagare per strada, il biglietto con su scritto l'indirizzo di casa? Chi aiuterà John a trovare le chiavi della macchina, quando lei non troverà neppure il bagno? Lei ha i sintomi, ma non le prove concrete sin dall'inizio. C'è sempre un'altra spiegazione. Quindi aspetta, ma lo sa lei e lo sa il lettore. Che la sua storia, dopo cinquant'anni e altrettanti capitoli pieni di gioie e soddisfazioni, parla di Alzheimer presenile. Vive di parole e le parole le sfuggono, d'un tratto, come sabbia tra le dita. A causa di una malattia ereditaria, lasciatale da un padre che sembrava avere fatto solo di lei la superstite del suo egoismo omicida, il morbo si intrufola e ruba. 
Rinnova traumi, dà vita a lotte già perse contro gli specchi traditori, umilia. Il romanzo è ambientato una decina d'anni fa e, istintivamente, ti viene da chiederti cosa sia stato di lei. Quella Alice che, da bambina, piangeva per la vita troppo breve delle farfalle e che avrebbe avuto, poi, la stessa memoria corta di quelle creature volanti; quella che, e commuove nel farlo, confessa che baratterebbe la sua patologia con un cancro distruttore – perché il tumore ti rende agli occhi degli altri un martire, l'Alzheimer matto. Ti toglie la dignità, anche se quella di Alice resta fieramente intatta, precludendoti perfino la possibilità di decidere quel che sarà dei tuoi domani. Di dire voglio farla finita, voglio morire. Il suicidio, come il nome dei figli e il posto del cellulare, è il più fugace tra i pensieri fugaci. Se ti scordi persino di essere così sofferente da desiderare di non svegliarti più, cosa puoi dire ci sia di più spietato e angosciante? Immaginate se un film, con una grande attrice, per una grande competizione, tentasse di dare risposta a queste domande sparse. Sarebbe potentissimo, ci sarebbe da affogare nel pianto. E invece no. La trasposizione cinematografica è tanto rispettosa della malattia, quanto del romanzo da cui è tratta. Triste, ma la metà esatta del libro. Delicata, ma coraggiosa. Spoglia e essenziale, ha una regia convenzionale, non per questo sinonimo di cattiva direzione del cast, e un uso saggio della messa a fuoco, che isola la protagonista dal resto, in una bolla a tenuta stagna. I registi, coppia anche nella vita privata, sono rimasti insieme, nonostante la Sla diagnosticata a Richard Glatzer, e dirigono un prodotto lucido e pieno di dignità. In cui il marito Alec Baldwin, con chili di troppo e difetti umani, pensava di non meritarsela una famiglia perfetta. In cui tra figli carismatici e competitivi, educati al culto della perseveranza, c'è una pecora nera che fa l'attrice, si chiama Kristen Stewart e si rifiuta di sapere quale gene ci sarà nel suo futuro. Una sorpresa la sua Lydia, interpretata con una convinzione che nessuno – fatta eccezione per chi già l'ha vista brava in Camp X-Ray e Sils Maria – si sarebbe aspettato dall'ex stella di Twilight. Gli sceneggiatori avevano a disposizione passaggi forti e scene madri che avrebbero fatto piacere all'Academy e al pubblico in cerca della lacrima facile; peccato che Still Alice non cerchi questo. Manca il pianto, ma c'è verità negli occhi vacui di una protagonista che ti emoziona senza strafare. Julianne Moore è la più brava in gara perché ti scordi che stia recitando, mentre lei si scorda del resto. Dietro la sontuosa Pike di Gone Girl, fino a poco fa la mia favorita, c'è un diabolico lavoro di costruzione: lei scuote, con un personaggio che sembra scritto dal Dio crudele dell'antico testamento. La Moore, controcorrente, fa l'opposto. Still Alice è un'opera di destrutturazione, di lenta demolizione. Come passare da volto che buca lo schermo – e il suo è un volto bello come pochi, anche a cinquantaquattro anni - a comparsa della propria vita; ad attrice di cellophane. Come spieghi a un'interprete cosa non fare? Rari i pianti, trattenuti gli scatti di rabbia, poche le crisi di panico: il film, al contrario del romanzo, non dà indicazioni temporali. Le scene sono brevissime, il montaggio è secco, le connessioni tra le sequenze sono difficili da individuare. Un cancellino spazza via tutto e sulla lavagna di una vita resta una striscia chiara, gesso, che alla prossima passata di spugna andrà via. La storia di Alice ti spolpa, ma si concentra su quello che la malattia lascia, non su quello che la malattia toglie. E' un countdown da incubo, ma finisce con l'amore, per quel che vale. Con l'amore e con l'Alzheimer. Senza sconti, senza inganni. Se l'amore – secondo la leggenda, dalla parola latina “mors”, morte, con un'alfa privativo davanti – davvero è vita eterna. Così, nel bel mezzo dell'amnesia propria di chi, in un anno, legge troppo, croce sul cuore, potrei giurare che io questa storia non la scordo. No.
Il mio voto: ★★★★ {Il film: 7+}
Il mio consiglio musicale: Bastille – Oblivion


"Are you going to age with grace?
Are you going to age without mistakes?
Or only to take wake and hide your face?"

venerdì 23 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Whiplash, Into the woods, Big Eyes

Buongiorno, amici, ed eccoci qui, ad augurarci buon weekend con un nuovo appuntamento dedicato ai film sulla bocca di tutti per la stagione dei premi. Giovedì scorso, infatti, sono stati svelati i titoli in lizza per l'Oscar. Whiplash, pellicola indipendente giunta direttamente dal mio amato Sundance, è stato ripescato a sorpresa e a sorpresa mi ha conquistato. Ancora inedito in Italia, proprio come quell'Into the woods così atteso, che eppure mi ha deluso troppo: il primo uscirà da noi a febbraio, l'altro ad aprile. Ultimo ma non ultimo, Big Eyes di Tim Burton. Presentissimo ai Golden, ma escluso dalla competizione maggiore - e non a torto – non convince troppo, ma resta una bella commedia, con due buoni attori e un regista che c'è e non c'è. Vi saluto, tornando a un De Bello Gallico che proprio non si vuole fare tradurre. Un abbraccio.
 
Caratteristi, li chiamano. Quegli attori che vedi un po' ovunque, in ruoli minori, ma di cui non sai neanche il nome. Riconosci la faccia, sì, ma non ti sei mai preso la briga di cercare come si chiamano. J.K Simmons per me è il J.J Jameson di Spiderman, il papà di Juno, il nonno o il marito o lo zio di altri in film che neanche si contano e in cui, spesso, non ti accorgi che c'è. Un professionista discreto, onnipresente, per cui la telecamera non ha sempre gli occhi, anche se la sua presenza, sotto sotto, è importante. Sessantenne, ma con un vigore da fare invidia a un pischello, ha preso un premio per questo Whiplash. Il Golden Globe al migliore attore non protagonista. Il trionfo di qualcuno che stava in disparte, quando era un fuoriclasse in ogni minimo ruolo. Gli auguro l'Oscar; una rivincita. Auguro a Whiplash di essere visto, doppiato, distribuito, perché è una forza della natura. Uno dei film che parlano di musica – e fatica, e crescita, e rivalsa - più esaltanti, divertenti, appassionati visti in anni e anni. Ha conquistato il Sundance, ha conquistato me, si è imposto zitto zitto tra i titoli in lizza agli Academy: conquisterà anche voi. Il pensiero, davanti alle lacrime e al sudore, è uno: ma che siamo, in una scuola militare? Lo si dice per scherzo, ma non ci si allontana troppo dal vero. Whiplash combatte, strepita, cade e si rialza pieno di lividi. E' l'equivalente in musica di quando Rocky, in tuta grigia, corre sotto la neve; del Sergente Hartman che, indice puntato, ti striglia fino a che non piangi come una femminuccia; delle strisce nere sotto gli occhi prima dell'assalto di Rambo. Una scazzottata, una risposta sferzante a un'umiliazione, un gioco tutto al maschile. La storia è semplice, ma non importa. Può non andare da nessuna parte, e sicuramente non segue i binari che uno si aspetta. C'è la ragazza dolce a cui chiedi di uscire, l'amico competitivo, il saggio finale, ma tutto è scombinato, capovolto, rovinato. La vita è un grosso, grasso macello e la musica, a volte, la mette in ordine. Altre volte, mette in ordine una cosa e smonta te. Quello capita al protagonista, un batterista di vent'anni che diventa il pupillo – o la vittima? - di uno spietato, offensivo e brutale direttore d'orchestra. Che sai sin dalle premesse crede segretamente in lui, ma ha un modo davvero suo di dimostrarlo. E poi, davanti a quello che succede o che non succede, non sai più neppure quello: che sarà di loro... Quando la risposta, da copione, ti appariva eppure così confortante. Punge, solletica, avvince. Io ero come il protagonista, stessa misantropia, stessi rapporti con i grandi, stessi parenti, e mi sentivo le mani tremare. Tremano ancora un po' - contagiate dal talento, dal fuoco, da un sogno che fa paura ma che invidi, nel profondo di te. La regia è ipnotica, vertiginosa, senza freni: Damien Chezelle, ti sentiremo nominare ancora. Il cast è un cerchio che si chiude intorno ai due protagonisti, mentre sondano i loro limiti e picchiano i piatti della batteria fino a sanguinare. Teppismo di strada, in un conservatorio elitario. Il giovane Miles Teller - che ho visto in Divergent, Quel momento imbarazzante, Footloose - era un altro apparentemente destinato al ruolo di reggimoccolo, ma qui sfoggia una grinta e un'audacia che non solo te lo fanno prendere sul serio, ma ti fanno riconoscere che è bravissimo. Simmons, una carogna che non conosce redenzione ma compensa con una serie di insulti a fantasia, è irresistibile, arcigno, odioso. Il maestro che ha inflitto bacchettate ai grandi uomini, prima che neanche loro sapevano di essere grandi. Un guru saggio e lungimirante che se ne sbatte altamente delle filosofie indiane e che non devi mai guardare negli occhi. La severità di coloro che, come ribadisce uno stupido detto, non sanno fare quindi insegnano e un pugno di ottimi interpreti alle prese con la rivincita della vita. L'adrenalico e divertente Whiplash è un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz. (8)

I desideri muovono il mondo. Ti portano nelle profondità del bosco. Per procurarti gli incredienti segreti di un incantesimo; per fuggire via dall'amore; per raggiungere la casa della nonna malata; per condurti tra le nuvole, dove vivono i giganti. Metafora della vita, elemento fisso e ricorrente, il bosco – oscuro, fitto, misterioso – è dove si intrecciano le vite di protagonisti che, in realtà, già conosciamo. Abbiamo letto di loro in storie intramontabili, che finivano sempre come dovevano finire. Gli eroi delle favole, questa volta, sono un po' diversi. Il Principe Azzurro è un cascamorto che non crede nelle relazioni, il Lupo Cattivo farebbe meglio a non fidarsi di Cappuccetto Rosso, Cenerentola è una femminista convinta, le mogli perfette ogni tanto tradiscono, i padri perfetti non nascono tali. Originale e coraggiosa la riscrittura dei personaggi che ci viene proposta: la loro umanità difettosa messa in primo piano, i loro bisogni terreni sottolineati a dovere, le loro fragili vite che finiscono così, in un battito di ciglia. Uno dei film che più attendevo l'anno vecchio si rivela, tuttavia, una delle prime delusioni dell'anno nuovo – rimarrà la maggiore? La Disney a produrre, il Rob Marshall di Chicago a dirigere: uno che sa il fatto suo. Un regista che, perfino nel bastonato Nine, ci aveva regalato, tra canzoni trascinanti e coreografie spettacolari, spunti notevoli. Chi meglio di lui per portare in sala un musical storico, allora? La vicenda, purtroppo, perde tutta la magia iniziale per arrendersi a un realismo non voluto. Ho trovato non andasse d'accordo con il resto e che il risultato finale, dispersivo e un po' grottesco, non avesse il potere di convincere del tutto né gli adulti, né i bambini. L'inizio, convenzionale ma incalzante, porta tutte quelle vite a un bivio: arriva la magia, evocata nei modi più disparati, a stravolgere le carte. La parte centrale, di una stranezza che non dispiace, rispolvera i dettagli più bizzarri che la Disney ci ha taciuto, glissando sulle scene risapute – il ballo, Jack che visita il paese dei giganti, la storia d'amore di Raperenzolo. La parte finale, di una cupezza e una mestizia non contemplate, lascia un po' così, per effetti visivi non proprio ineccepibili, le frettolose ellissi e un senso di amaro dentro. Non saprei dire, allora, per quale spettatore Into the woods sia stato realmente pensato. L'amante del genere non troverà i consueti balletti ammiccanti, i ritornelli che restano impressi, le scene memorabili, una resa colorata e brillante: il film è dark, orecchiabile ma non troppo. L'amante del film ben scritto, invece, non potrà sorvolare sui tanti comprimari abbandonati a sé stessi, ma risconoscerà che, al contrario di quanto avveniva in Les Miserables, non si è al cospetto di teatro fotografato. Restano, allora, gli amanti di quei film corali in cui non c'è un attore stonato o fuori parte: sotto quel punto di vista, funziona. Il cast sorprende per duttilità e doti canore, e mentre Anna Kendrick e Johnny Depp danno solo conferma di un'agilità vocale già mostrata, bravi sono Corden, Pine e una luminosa Emily Blunt a cui avrebbe fatto bene il Golden Globe. Il fulcro, però, è solo e soltanto uno: si chiama Meryl Streep. I colleghi sono qui, e con qui indico il pavimento; lei è lì, indico il soffitto. Loro sono la brunetta dei Ricchi e Poveri, lei è una rock star. Vola, strega, ci regala entrate ed uscite di scena memorabili, insieme a una toccante versione di Stay with me: grande e indiscussa mattatrice, si è merita a ragione la sua diciannovesima candidatura. Meriterebbe un premio, lei, anche per il ruolo della mamma (“Mamma Meryl, ho un fastidioso prurito intimo...”) in una pubblicità sull'igiene personale. Verrebbe da dire, meno male che c'è lei. Padre di Once upon a time e simili, solo di facciata questo è l'ennesimo retelling. Positivo, questo; meno quel senso di indigestione che sembra prevalere sul resto. Non conoscevo la trama. Mi aspettavo qualcosa di emozionante, buono... buonista. E invece Into the woods è un film per gli amanti del musical più tradizionale, purchè questi ultimi siano anche segretamente allergici al lieto fine. Semmai il mondo, da qualche parte, ospiti personalità simili. (5)

C'è sempre attesa da queste parti, quando si tratta di Tim Burton. Uno che incanta, lui, anche quando dovrebbe fare paura. Dopo Frankenweenie, uno dei film animati più intelligenti visti negli ultimi anni, ritorna al cinema rinnovato e privo degli orpelli, dei merletti, delle atmosfere gotiche che noi, inguaribili fan, eppure amiamo. Ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, che qualcosa non va. Impossibile dire se abbia imboccato o meno la poco barocca strada del non ritorno, ma non penso. Magari era giusto stanco di essere il solito se stesso, come quando noi, con la voglia matta di una cosa diversa, andiamo dal parrucchere e diamo un taglio netto alla chioma. Perché così, questa volta, gli andava di fare. E uno con una carriera tanto lunga, fortunata, ricca, ogni tanto può permettersi una pellicola diversa. Né più brutta, né più bella: semplicemente, priva di un marchio di fabbrica che non ha mai avuto bisogno di nuovo smalto e mai, penso, ne avrà. Eppure sapete cosa? Per me, non è un male. Poteva essere meglio, ma poteva anche essere – con una trama che parla di donne sottomesse dai mariti, ingiustizia, inganno, tribunali – un melò malinconico, lacrimoso, mesto. Come se ogni biopic dovesse farci piangere con storie di vite tragiche. Margaret è viva e vegeta, ha avuto il suo lieto fine e i suoi bambini dagli occhi grandi sono stati raccontati come in una commedia retrò. Toni pastello, colori abbaglianti, costumi vintage e acconciature vaporose, scorrevolezza e una punta di brio che non guasta. Il matrimonio da incubo con Walter Keane, uomo subdolo e avido, genera situazioni ora piacevoli, ora violente, anche se manca qualcosa. Big Eyes è un quadro grazioso ma senza firma, in cui si procede con ordine, come in un consueto biopic, ma in modo impersonale, se non fosse per il fidato Elfman e per un paio di simboliche scene oniriche. Ma, da The Imitation Game a La teoria del tutto, sembra che l'impersonalità stia al biopic, quest'anno, come le storie di vita vissuta agli Oscar. Si parla di un'artista, e allora potevano esserci le discutibile stranezze di un Fur, la bellissima bizzarria di un Frida. Ci sono dialoghi effervescenti, invece; una Lana Del Rey – nella colonna sonora – che canta e ti ipnotizza; due professionisti che convincono senza impegnarsi troppo. Amy Adams, brava al suo solito, è misurata e dimessa: non indimenticabile, ma spontanea. Non del tutto meritato il Golden Globe. Cristoph Waltz, attore un tantino sopravvalutato, sempre alle prese con ruoli che sono la caricatura di quelli che l'hanno reso celebre, è un lupo cattivo esagerato, istrionico e divertente, che non prendi davvero sul serio, anche se il suo siparietto finale – assente il regista, che allora governino gli attori - merita parecchio. Big Eyes ha la stessa grandezza di Big Fish nel titolo, ma non nei fatti. Il primo rimarrà a tempo indeterminato nel mio cuore e sul mio header, l'altro – degno di una visione, ma non proprio di Burton – si farà guardare con la testa leggera e occhi poco meravigliati. (6)

mercoledì 21 gennaio 2015

Recensione: La verità e altre bugie, di Sascha Arango

I bugiardi tra noi sapranno che ogni menzogna deve contenere un pizzico di verità per essere credibile. Una spruzzata di verità spesso basta, ma deve esserci, come l'oliva nel Martini.

Titolo: La verità e altre bugie
Autore: Sascha Arango
Editore: Marsilio
Numero di pagine: 248
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Scrittore di bestseller di fama internazionale, Henry Hayden vive appartato in una splendida villa sul mare. Le donne lo adorano e la vita gli sorride. La sua esistenza così perfetta rischia però di incrinarsi il giorno in cui la sua giovane amante, nonché editor, gli rivela di essere incinta. Un imprevisto che, insieme alla serenità coniugale, rischia di costargli la carriera: ma davvero raccontare tutto alla moglie è l'unica possibilità che gli resta? Hayden è anche un pericoloso, irriducibile bugiardo con un passato pieno di ombre. Un errore fatale farà sì che il suo piano di sopravvivenza subisca una brusca virata, costringendolo a escogitare sempre nuove menzogne per coprire le precedenti. Combinando thriller e commedia noir, "La verità e altre bugie" è un romanzo cinico e intelligente sul ruolo del caso nella vita, le relazioni tra uomo e donna e il rapporto tra fiction e realtà, che dà vita a un triangolo letterario, amoroso e criminale di cui sarà molto difficile scoprire l'intera verità.
                                   La recensione
Sono sempre scettico quando, con un anno nuovo che comincia, già i giornali dicono di essersi imbattuti in un libro che – per i restanti undici mesi – è destinato a fare parlare di sé. A lungo, benissimo. Addirittura, quando scrivono – con titoli a caratteri cubitali e aggettivi traboccanti d'enfasi - di avere letto l'esordio più bello in assoluto, come se in una magica palla di vetro avessero già dato una sbirciata ai titoli non ancora mandati in stampa, alle storie non ancora scritte ma già pensate, al meglio in circolazione adesso e a un passo nel futuro. La verità e altre bugie, contesissimo dai nostri editori, ha avuto un po' questo destino. Quando l'ho scoperto, con quella copertina d'altri tempi e il titolo che era tutto un gioco, Il Corriere della Sera – antico, rinomato, profeta – mi assicurava che, nell'intero 2015, non avrei letto nulla di neppure lontanamente paragonabile. L'esordio di Sascha Arango era il meglio sulla piazza, e nessuno poteva scalzarlo dal suo primato lampo. E sapete cosa? L'ho iniziato con le aspettative alle stelle, l'ho letto in un soffio, ma c'è un ma. Perché spero davvero non resti, con la sufficienza piena ma propria di chi si vuole accontentare che gli ho dato io, il thriller migliore letto quest'anno. Pur essendomi venuto in soccorso, pronto per l'uso e svelto, durante un brutto blocco del lettore – pensavate forse che solo gli scrittori potessero averne uno? - non ha manetenuto un ritmo costante fino alla fine. Be', questo non è del tutto vero. Sarebbe una bugia dirvi che è perfetto, ma sarebbe un'ulteriore bugia dirvi che delude le attese. Non si perde, in realtà. Parte bene, prosegue bene, tutto bene, ma arrivati al finale – quel finale che, come in ogni thriller degno di questo nome, ha il dovere morale di stupirti – non c'è uno scarto netto. Un salto di qualità. Il bene resta bene – impossibile il contrario, con una prosa così precisa e un protagonista così carismatico – ma non aspira al benissimo. All'oltre; al superlativo assoluto. Il protagonista si chiama Henry Hayden – con la e, non come il musicista – ma è abbastanza famoso da non doverlo più specificare. Il suo nome è sulla bocca di tutti i lettori, ogni libreria che si rispetti si batte per un incontro con lui. E' sicuro, piace, sa. E chissà se ha mai sentito raccontare la storia di Margaret e Walter Keane, i coniugi a cui dobbiamo – come ci racconta Tim Burton in Big Eyes – i quadri così suggestivi di quei bambini con gli occhi grandi, cupi, lacrimosi. Lei dipingeva, lui ci metteva il nome. Lei aveva il talento, lui la stoffa del venditore e l'animo nero da canaglia. La stessa complicità, lo stesso segreto, lega Henry alla quieta moglie Martha: lui non ha mai scritto una parola in vita sua, anche se, bugiardo patologico, ha inventato tante tante storie; il successo, i romanzi, i premi letterari sono cose che deve a quella donna che scrive a macchina, di notte, come nessuno fa più. Lui rilegge e ci mette la firma. Ironico, no?, che sia stata proprio la moglie a procurargli un lavoro che l'ha reso noto e distante e la donna che, presto, lo renderà padre. Un'amante. Si chiama Betty, ha una costellazione di lentiggini tra i seni, lavora come editor presso la casa editrice indipendente che cura i romanzi di lui. 
Henry Hayden ama due donne, ma ama di più se stesso. Dunque, c'è qualche persona di troppo nell'equazione... Mentre lui pensa al delitto perfetto e, nella sua testa, disegna ogni scenario possibile per le sue rivelazioni, Arango segue le vicende di un generoso pescatore bosniaco, fedele anche a costo di portarsi nella tomba il suo essere l'unico testimone di un invendicato fatto di sangue; quelle di una segretaria insoddisfatta con la passione per i tarocchi e la fiducia nel potere segreto dei fiori; quelle di colui che, sbucato dal passato, sta alle costole del nostro bugiardo preferito come un segugio. Come Javert con Jean Valjean, nei Miserabili. Meschino, egoista, cinematografico e dotato di un'ironia pesante e gelida come l'acciaio, La verità e altre bugie è troppo crudo per essere una commedia nera e troppo spassoso per essere un giallo. Si classifica come una particolare via di mezzo, a tratti irresistibile, in cui tutti inseguono forsennatamente quello che non hanno. Una figura di spalle, in nero, affacciata da una scogliera a picco sul mare, sotto il cui cappuccio vorticano capelli morbidi, piani criminali, rari gesti di gentilezza. Arango mette in scena il suo primo romanzo nel patinato mondo dell'editoria, giocando sapientemente con le regole della metaletteratura, con le vertigini mortali e i delitti perfetti di Hitchock, con il rapporto curioso che si instaura quando uno dei due coniugi scrive e l'altro, al contrario, si crogiola nella propria indolenza – tema a cui Stephen King, in La storia di Lisey e Secret Window, aveva debitamente già accennato. Reale ragione d'essere, oltre a quelle saporite punte dal retrogusto grottesco e a un iconico personaggio che potrebbe essere l'anima gemella della "Amazing Amy" di L'amore bugiardo, il ruolo preponderante ricoperto da un altro protagonista. Il caso. Nei thriller non c'è mai spazio per la casualità, e questa assenza li rende sì macchine perfette, ma anche creature aliene. Nella realtà si finisce per incespicare nelle proprie menzogne, si uccide la persona sbagliata, ci si può imbattere nell'aiuto provvidenziale di un acquazzone che pulisce da cima a fondo la scena del crimine, si rimane alzati perché una coscienza sporca fa un cattivo odore o perché qualcosa – un animale, un diavolo – gratta dietro il muro della nostra camera da letto. Rimane dunque una narrazione che va dritta al punto, avvincente, scaltra, assolutamente affascinante, ma che del thriller non ha, almeno non del tutto, il thrill - l'ebbrezza, le palpitazioni. Intrattiene, ma non stupisce, nonostante la sua inarrestabile sagacia. Prima dell'arrivo di Arango in libreria, d'altra parte, leggiucchiavo romanzi che poi abbandonavo sul comodino dopo un paio di capitoli: non avevano la marcia giusta. Quando mi è arrivato questo, l'ho sfilato dal plico e mi ci sono buttato sopra a peso morto. Finalmente, infatti, avevo trovato quello che cercavo. Non dico un capolavoro, ma almeno un romanzo da leggere da cima a fondo senza la tentazione di abbandonarlo a sé stesso o di scandire i periodi a suon di sbadigli. Un romanzo di cui i miei manuali di Letteratura Latina, lasciati in un angolo, erano gelosissimi. Piace sin dall'inizio, e non è un mistero. Il periodare secco, le frasi concise e pregnanti, il narratore esterno che, come un Dio, guarda nel profondo dei cuori dei suoi personaggi, senza proferire parola. Senza intromettersi, senza giudicare. Li ha creati a sua immagine e somiglianza, a nostra immagine e somiglianza, e neppure noi – a causa di un'istantanea, dannata, malata empatia - riusciamo a trovarli sgradevoli come sarebbe logico che fosse. Alcuni non hanno il talento che millantano di possedere, altri tradiscono anche con gli occhi a ogni passo di stada; alcuni augurano il peggio ai loro conoscenti, altri sono ridotte a bestie violente a causa dei traumi e della vendetta. Vivono d'odio, muiono d'amore, ma si divertono - e ci divertono - ad essere malvagi nel mezzo; tra una cosa e l'altra.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Nancy Sinatra – Bang Bang

sabato 17 gennaio 2015

Mr. Ciak: The Interview, Il ragazzo invisibile, Paddington, Housebound, Ouija, Son of a gun

E' il presentatore più insultato d'America. Conduce un programma che è immondizia, ma cose come l'outing di Eminem e l'attesissimo servizio su Miley Cyrus e la sua vagina l'hanno eletto re assoluto della tv trash. E succede che quel trentenne superficiale è seguito, sera dopo sera, dal dittatore più spietato del mondo. Un bambolone con gli occhi a mandorla che beve drink chic, mangia troppo, ascolta Katy Perry e minaccia con i suoi missili gli Usa a giornate alterne. La CIA vuole farlo fuori. I suoi sudditi minacciano ribellione. Dave Skylark, invece, vuole giocare a basket con lui, e andarci a squillo di lusso, e scambiarsi pareri sulle pop star in voga, e parlare a tempo perso della sopravvalutata pace nel mondo. Dopo Strafumati e Facciamola finita, puntualissimi e provocatori, tornano Franco e Rogen a farci ridere a modo loro. Una strana coppia che non conosce crisi, ma tanto tanto clamore. The Interview era il film più scaricato, più censurato, più proibito di sempre, tipo. La Korea minacciava guerra, la Sony tremava, il pubblico fremeva d'attesa. Giunto insieme alle feste, The Interview in realtà è una specie di cipanettone che non fa parlare di sé per gli odiosi canditi: diciamolo pure, è uno dei film demenziali più inutilmente contestati. Senz'altro, il più pubblicizzato. Per così poco, ovviamente, tutta la caciara non serviva. Ma non conosco bene i meccanismi dei media, né la pazzia dell'oriente. Ho conosciuto i personaggi del film, invece, e vi dico che, pur dicendone di cotte e di crude, mi sono piaciuti. O forse mi sono piaciuti proprio per quello? The Interview è costoso, sanguinoso, assurdo, ma divertente. Si spinge lungo confini proibiti, mai oltre. Le gag sono le solite, l'umorismo è quello sboccato e rozzo degli yankee – consiglio la visione in lingua, per cogliere giochi di parole e spassosi misunderstanding – ma pochi sanno fare gli stupidi come Franco e Rogen. Si baciano e si abbracciano, commettono omicidi e strafalconi, giocano un po' al gioco dei Gay ingenui. Accanto a loro, l'eccezionale Randal Park nei panni del problematico Presidente Kim. La pellicola non è altro che un nuovo Austin Powers, ma con meno peli sul petto e più implicazioni politiche, consigliato a chi non è fan dei facili buonismi, ma di tigri, sonde anali, elicotteri in fiamme e carri armati, con l'esclusivo accompagnamento musicale di Firework. “Boom boom boom”, e saltano le teste, il filtro della buona educazione, i nemici, in un epilogo che ci ricorda che il cinema è una grossa, grassa farsa e che neanche una censura estera può porre un limite al potere della satira – anche se, in questo caso, non è mordace come vogliono farci credere. (7)

Parliamo per frasi fatte. Gli italiani sono bravi – o pessimi? - con i drammoni sui trentenni che urlano alla telecamera, con i prodotti che fanno il verso a Fellini, con le commedie sul precariato e con le fiction con la Arcuri. Oggettivamente: è un po' vero. Vent'anni e non ricordo un fantasy col nostro marchio. Fa da pioniere l'impegnato Gabriel Salvatores, che fa parlare di sé, anche se questo suo ultimo film – pensato in particolar modo per i piccoli di casa – merita solo uno sguardo e più di qualche sorriso. Non le critiche. Non i paragoni. Il ragazzo invisibile non è un film invisibile e, tra citazioni e omaggi, ha vita propria. Il fantasy d'importazione ci ha abituati a tanto – ci sarà mai una scena bella come l'ingresso di Evan Peters nell'ultimo X-Men, tipo? Questo, con il suo budget modesto e i suoi giovani volti acerbi, ha meno da offrire, ma quando quel poco sbuca fuori – coltelli fluttuanti, cacce nella foresta siberiana, baci impossibili, arti allungabili, sottomarini ed esplosioni – ti stupisci forse di più, perché non te lo aspettavi da noi. Invece quella Trieste fredda ha un fascino strano, quella storia d'amore è delicata, quel colpo di scena sembrerà inaspettato. Lo stampo non è televisivo; la colonna sonora ci risparmia i Modà; i piccoli Ludovico Girardello e Noa Zatta – perfettamente amalgamati con gli ineccepibili Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio – hanno uno smile come Bat Segnale, si riconoscono con uno starnuto rivelatore, camminano all'ombra della Marvel e di Hanna. Lui, biondo, occhi verdi, è italianissimo ma ha tratti britannici; lei, parmigiana nonostante il nome, è per aspetto una Saoirse Ronan con il look di Luna Lovegood. Una commedia con i superpoteri. Intelligente, metaforica, citazionista, con attori spontanei e un epilogo che spalanca le porte a un seguito che il bambino che vive in me si augura arriverà. Con la scusa dei figli piccoli – o dei nipoti, o dei cugini, o dei fratelli – guardatelo. E, per quell'ora e mezza, siate buoni: credeteci. (6,5)

Sono un tradizionalista che i cartoni dell'ultimo periodo non li apprezza troppo. Non amo, in particolare, i cartoni in cui ci sono animali parlanti. Pensavo che Paddington facesse parte della categoria, lo avevo evitato. Non sapevo, invece, fosse un film a tutti gli effetti e, soprattutto, che fosse un film per famiglie attuale e significativo. Scropritelo come l'ho scoperto io. Sotto la neve e le luci del Big Ben, mentre vaga in cerca di una casa: venuto dal “misterioso Perù” dopo la morte dello zio, con la promessa lontana di un posto in cui stare e con la speranza dei nuovi inizi. C'è chi lo vuole ammaestrare, chi lo ritiene la causa di tutti i mali, chi vorrebbe rispedirlo al mittente. Ma, a un certo punto, una strana tribù borghese lo vede in stazione e decide di ospitarlo. La famiglia Brown non sa che Paddington è un disastro con i servizi igienici, che usa lo spazzolino per pulirsi le orecchie, che parla poco la loro lingua. E, quando viene a patto con i suoi pasticci e la sua diversità, impara ad amarlo anche di più. Paddington si è rivelato un buon modo per salutare l'anno vecchio e dire addio alle feste. Dolce, discreto, divertente. Una commedia inglese in cui, accanto al tenero orso animato in maniera strabiliante, ci sono attori di classe. La materna Sally Hawkins, una irriconoscibile ed esilarante Julie Waters, Jim Broadbent presissimo dal suo cameo e una superba Nicole Kidman dal caschetto biondo. Crudelia De Mon con un look nuovo. Paddington è una fiaba che, un po' a film e un po' a cartoni, ti racconta a modo suo, l'immigrazione e le opere buone. Sarebbe uno dei film Disney più interessanti degli ultimi tempi, se solo non fosse prodotto dalla Fox e, mica poco, dagli autori di Harry Potter. (7)

La vita di Kylie fa schifo. Prima gli sbirri l'hanno messa in manette. Poi, siccome non c'è mai fine al peggio, la sua punizione non è stata la galera, ma un soggiorno forzato. Agli arresti domiciliari con i suoi. Già la convinvenza è terrificante, ma se ci si mettono una presunta casa infestata potrebbe trasformarsi in un orrore. Girato in Nuova Zelanda, ma senza hobbit e bigiotteria da gettare in pozzi infuocati da ometti con le gambine corte, è un vero e proprio minestrone di idee. Un prodotto che bada al risparmio – e al riciclo – ma non te ne accorgi mai. Cupo, strano, ti destabilizza per la luce che manca spesso, per le frecciate che volano tra mamme e figlie, per un umorismo tutt'altro che sottile che, a modo suo, ti dipinge in faccia un sorriso. Quando cogli una citazione buttata un po' lì, quando quel passo ti ricorda qualcos'altro, quando ti diverti e basta. Housebound è una foto di famiglia con un ospite a sorpresa. Una commedia grottesca ma molto piacevole, che non fa troppa paura, non ti inonda con ettolitri di sangue, eppure apprezzi pienamente, perché è diretta bene e messa su ancora meglio. Un'inquietante struttura di lego con i vicini folli di La finestra sul cortile, i centimetri quadrati che ti limitano di Perimetro di paura, i muri che parlano di La casa nera di Wes Craven e perfino – pensate un po' – coi cattivoni di Mamma ho perso l'aereo. E basta, non è perfetto, ma fa simpatia. Con una Morgana O'Reilly troppo scontrosa e burbera per essere vera e l'ottima Rima Te Wiata che sembra una pianta d'appartamento – una creatura da commedia – trapiantata nella foresta. Un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena, un epilogo che forse la tira un po' per le lunghe, un nascondino ritmato in cui niente è così lampante e grossolano come appare. Da recuperare. (7)

Booo. Paura, eh? In realtà, quello di prima, era un rumoroso boh. Boh, ma perché hanno girato questo film? Boh, ma quale disperato ha deciso di andarlo a vedere? Ma sì, lo sapevo già che questo Ouija era un filmaccio, però adoro guardare roba inutile e sconsigliarla, soprattutto se – senza la mia santa guida – qualcuno potrebbe trascinarvi a vederlo. Uccidete quel qualcuno, per favore; poi chiedetegli scusa in una seduta spiritica e via, pace fatta. Ouija è una schifuja che consiglio a chi, al cinema, vuole morire. Di noia. La prima parte: un piattume animato da dialoghi idioti, attori da quattro soldi, spauracchi da niente. La seconda parte: leggermente più movimentata, ma come è movimentata l'attività cerebrale di uno in stato comatoso; piena di colpi di scena che sono un'offesa all'intelligenza. All'inizio concilia il sonno, alla fine si rivela una ghost story interpretata da star della tivù in pausa momentanea per i finali di stagione e priva di atmosfera.Un teen horror senza infamia e senza lode, che il fatto ti abbia fatto perdere tempo rende più infame che altro, con personaggi da nulla che non hanno mai guardato un episodio di Supernatural (Sam e Dean, su, non vi hanno mai spiegato come fare fuori uno spettro?) e un cast amorfo in cui spicca solo Olivia Cooke, ma perché – tolti quei dannati tubicini nel naso di Bates Motel – è adorabile, anche se – tra questo gioiello e l'altro, Le origini del male – non azzecca un film neanche per sbaglio. (3)

Una pellicola australiana che parla di troppe cose: un intreccio con più strade aperte, ma leggero, in un modo positivo e in un modo negativo. A fine visione, mi sentivo di avere visto abbastanza, ma non tutto. Poteva osare un'altra mossa. O forse non poteva fare altro, per via di storia semplice e dispersiva, e quel poco che poteva l'ha fatto al meglio. Parte dietro le sbarre, come un prison movie in cui allo spettatore non vengono risparmiati i riferimenti alla violenza sessuale, alle alleanze; poi diventa la storia di una fuga e di una rapina, di miniere di diamanti e famiglie violente; alla fine, un travestimento, una barca, una telefonata e un flashback fanno di lui un minuscolo intrigo alla American Hustle. Sembrerebbe un pasticcio, ma qualcosa me l'ha fatto apprezzare con i suoi difetti e le sue sterzate. Frastagliato, discontinuo e impreciso com'è. Sarà che l'ho guardato con un piede dentro e uno fuori, coinvolto per caso come quel protagonista adolescente che si trova al centro di una situazione fuori controllo. Criminale per caso, educato all'arte degli scacchi e alla violenza, è spaesato e su di giri. La sua freschezza, il bisogno di avere un adulto accanto che gli insegni a nuotare e a sparare, ti portano a vedere anche il suo improbabile scampolo di vita con sguardo comprensivo. Son of a gun ricorda gli irrealistici film di avventura che ti piacevano una volta, con le ragazze impossibili da salvare e i colpi di scena prevedibili, ma è dalla parte dei cattivi, pur rimanendo pulito. Mi ha colpito questo. Il punto di vista di un protagonista irrisolto, ma familiare, che quel Brandon Thwaites, con i suoi venticinque anni suonati e l'aria da eterno bambino, incarna perfettamente. Si conferma un giovane talento in ascesa, lui, e divide la scena con un McGregor irsuto, traditore che non ci regala la prova della sua carriera ma che sa il fatto suo. Intorno, una Australia bellissima con il mare e con il deserto, una acerba femme fatale che ha qualcosa di Eva Green, un realismo di polvere e sudore che non capisci cosa ci faccia con una vicenda tanto rocambolesca, anche se il risultato, con un filo d'ironia e tanto sentimento, vedi?, ti fa parlare. Non è granchè, ma piace. Le sequenze finali, con una bella canzone in sottofondo che si chiama Enter One, mi hanno lasciato pure sereno. (6,5)

mercoledì 14 gennaio 2015

Recensione a basso costo: Una storia crudele, di Natsuo Kirino


L'immaginazione e la fantasia prendono avvio dalla realtà, nell'istante preciso in cui si individua il nocciolo di una verità. Esse, da sole, senza l'ausilio di ciò che è vero e ciò che esiste, non potranno mai germogliare.

Titolo: Una storia crudele
Autrice: Natsuo Kirino
Editore: Beat – Giano
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Ubukata Keiko, trentacinquenne scrittrice di successo nota con lo pseudonimo di Koumi Narumi, e da qualche tempo in crisi di creatività, scompare lasciando un'unica traccia di sé: un manoscritto intitolato "Una storia crudele". Atsuro, il marito avvezzo alle stranezze e alla volubilità della donna, lo trova in bella vista sulla sua scrivania con il seguente post-it appiccicato sopra: "Da spedire al Dott. Yahagi della Bunchosha". Editor della casa editrice di Koumi Narumi, Yahagi si getta subito a capofitto nella lettura dell'opera, nella speranza di avere finalmente tra le mani il nuovo best seller dell'acclamata autrice. Più si addentra nella lettura, tuttavia, più rimane sconvolto e, leggendo l'annotazione finale dell'opera: "Ciò che è scritto in queste pagine corrisponde alla pura verità. Gli eventi di cui si parla sono accaduti realmente", non può fare a meno di avvertire un brivido corrergli lungo la schiena. Koumi Narumi narra, infatti, dell'infanzia di Keiko, vale a dire della propria fanciullezza. Descritta come una bambina di dieci anni triste e solitaria. Una sera, sperando forse di trovarvi il padre, si spinge fino a K, un quartiere ad alta concentrazione di bar e locali a luci rosse. Là si sente a un tratto picchiettare con delicatezza sulla spalla. Sorpresa, si volta di scatto e scorge un giovane uomo con in braccio un grosso gatto bianco.Frastorn incuriosita, Keiko lo segue in un vicoletto buio, dove losconosciuto le infila un sacco nero sul capo e la rapisce.
                                   La recensione
Tra i propositi per l'anno nuovo, leggere Murakami. Perché sì. Ma c'è un problema: il mio problema segreto, ossia, verso gli autori giapponesi. Non mi prendono. O almeno così pensavo. Magari avevo letto io quelli sbagliati. Tutte cose da poco, per abituarmi alla loro voce, prima di camminare da solo. Si trattava, spesso, di storie di fantasia, ma io non potevo proprio fare a meno di trovare asettica, impalpabile, gelida quella prosa che pareva esercitare su molti lettori il suo indiscreto fascino. Prima di darmi ad acquisti folli, perciò, ho voluto riprovarci. Cominciare da zero, ma non letteralmente. Ho cominciato da Natsuo Kirino, che è famosissima e acclamatissima. Booklist sul retro di copertina di questo romanzo scriveva: “I lettori di Murakami Haruki si sentiranno a casa”. E io che non sapevo neanche com'era, quella casa, ma ero bene intenzionato a scoprirlo? E io che non avevo metri di paragone e precedenti, dov'è che mi sarei sentito? Una storia crudele è stata, così, la mia seconda lettura dell'anno. Una sorpresa di quelle belle, nascosta nei meandri di una storia raggelante e tutta da scoprire. Capitolo dopo capitolo, io ho scoperto che mi piaceva. Un attimo prima pronto ad abbandonare il mio proposito alla pagina seguente, l'attimo dopo non più. Mi era bastato giusto capire che la Kirino, dietro quel freddo rigore dagli occhi a mandorla, gridava classe e professionalità forte e chiaro. Anche grazie all'ottima traduzione di Gianluca Coci, mi sono goduto, quindi, poco a poco i giochi sorprendenti che l'autrice di Grotesque, sempre lontana dagli eccessi, ci regala insieme a una bicchierone carico di orrore nerissimo, fino all'orlo tutto sbeccato. Bevi, ti tagli le labbra, ma scopri che c'è uno strano, curioso piacere anche nel tuo dolore. Una storia crudele è una storia che ha occhi e orecchie ovunque. Un buco invisibile nel muro, per farti male con il resoconto ti un rapimento impensabile. Keiko ha dieci anni appena, quando viene sequestrata da un orco che si chiama Kenji. La chiude in un sacco, la barrica in un appartamento in cui di notte si gela e in cui di giorno si impazzisce per il fracasso delle fabbriche, la tiene legata come fosse un cagnolino al guinzaglio. Keiko, per un anno, è il suo animale domestico, mentre la bambina si scopre donna all'ombra del piacere perverso degli uomini e mentre, tra quelle quattro mura, il fantasma di un'altra sembra chiedere giustizia. Le cronache di quest'incubo durano circa ottanta pagine. La cornice è il romanzo vero, il romanzo vero è un romanzo nel romanzo, che ha come prologo ed epilogo due lettere. Partiamo con la protagonista, ormai trentacinquenne, che è scomparsa nel nulla. Ha ricevuto una lettera sul perdono e l'espiazione da parte del suo aguzzino, scarcerato da poco, ed ha lasciato la sua casa nel cuore della notte, abbandonando il marito tra le lenzuola e un manoscritto sul comodino... Quello che andremo a leggere noi. Tutta la verità di quella bambina mai cresciuta – la Keiko ancora vergine, la Keiko incapace di relazionarsi agli altri, la Keiko scrittrice per bisogno vitale – è custodita tra quelle pagine, con le sue deformazioni di sorta e le sue falle. Liberata, la protagonista non aveva aperto bocca sulla sua prigionia. Cos'era successo tra la quarta e la quinta elementare, in quell'anno sepolto a fondo? Il cercare le risposte si rivelerà un viaggio tutt'altro che banale, in cui il dramma in sé diventa secondario, mentre si fanno protagoniste assolute la psiche della bambina e quella del suo personale mostro sotto il letto. 
Lei, con un padre che non rispetta e una madre che detesta. Lui, con due anime distinte e migliaia di contraddizioni. Loro, acerbi e maturi per forza di cose, che nel profondo dei loro cuori di tenebra si comprendono fino a completarsi. L'autrice elabora un intreccio a più voci che, anche senza colpi di scena, ti tiene in scacco. E' accattivante, ti cattura e non ti molla più. Scorre veloce, si legge con piacere, non sciocca con la crudezza che tutti temono o forse aspettano. E' fluido, limpido, fine ma ti mette in testa pensieri sconci che non dovrebbero esserci. Cose sgradevoli che non si dovrebbero semplicemente pensare, anche se la Kirino ama sfidare e la Kirino si fa amare per quello. Tanto la vicenda vive di congetture malate e torbide, tanto quella scrittura che restitutisce grazia alla realtà ti ricorda che è pura finzione. Vero? Non ti immedesimi troppo, ma appena il giusto. Quel che basta a turbarti. Leggevo prima di andare a dormire e i miei sogni non erano tra i più tranquilli. Se la violenza fisica è rara, quella psicologica sa devastare. Si arriva alla fine veloce perché le pagine volano. Si arriva alla fine veloce perché non si vede l'ora di cominciare, sotto sotto, qualcos'altro. Qualcosa con più sole. Basta solo ombre. Si cerca, allora, qualcosa in cui i cattivi e i buoni sono distinti con quella precisione manichea che hai sempre odiato, ma che per una volta ti guarirà dalla malattia del dubbio. Una storia crudele non ti dice mai addio. Lucido e scomodo, come un paio di scarpe eleganti che ti stanno strettissime e, alla fine di un matrimonio o di un funerale, ti lasciano le vesciche sui piedi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Blonde Redhead - Elephant Woman

lunedì 12 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La teoria del tutto, The Imitation Game, American Sniper

Buongiorno, amici. Si inizia una nuova settimana di letture e cinema ed avete letto bene. Mr. Ciak, mettendosi tutto elegante, è pronto e attento. La stagione dei premi, dopo che i Golden Globe hanno avuto già i loro vincitori, è alle porte. Lo scorso anno, l'ho seguita, ma con il mio solito disordine. Vi ho parlato dei film che facevano parlare in ordine sparso, col caos. Quest'anno, siccome tra i miei propositi c'è quello di essere più puntuale e organizzato, troverete me che vi commento i film in lizza in And the Oscar goes to. Occhio, però. Ho già recensito Gone Girl, Lo sciacalloMaps to the stars, St. Vincent, Boyhood, ma in fondo erano pellicole dello scorso anno, no? Se li avete visti, ovviamente ditemi la vostra. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M.

Ero preoccupato che guardare La teoria del tutto, a dicembre, avrebbe scombussolato la mia personale lista dei film dell'anno. Riscriverla? Un problema, se il biopic sulla geniale vita di Stephen Hawking si fosse imposto, come mi aspettavo, sul podio. Piccolo grande ma. La teoria del tutto, elegante e curato com'è, non ha messo in discussione le mie preferenze: resta un bel prodotto, ma coi suoi limiti ed i suoi punti di vista poco a fuoco. Il profumo di Oscar, forte, però rimane. James Marsh prende una storia intensa, attori non ancora noti quanto meriterebbero e, in punta di piedi, ma con un'eleganza tutta inglese, mette insieme un film giusto. La fotografia è avvolgente, la colonna sonora incalza, la macchina da presa si concede qualche convincente volteggio tra le scale a chiocciola e i girotondi tra innamorati. Il film è cristallino, delicatissimo, e - per quelle due ore – arriva dove dovrebbe. Emoziona piano, scoprendosi capitanato da un cast meraviglioso. Quieto, intimo, sommesso, rinuncia al virtuosismo, ai fiumi di lacrime e, con una maliziosa ironia e toni agrodolci, in rewind, ti mostra l'altra faccia che ha il lieto fine. Realistico, ma incantato. Cosa che mi è piaciuta, anche se forse ha impedito le morse al cuore e il resto. La storia di Stephen e Jane ha un inizio e una fine come l'universo percepito dallo scienziato, ma è arduo mettere un punto fermo all'amore di una vita. Il registra ne mostra gli inzi e gli sviluppi, il matrimonio e i figli che nacquero, con una fluidità che non si percepisce e un meticoloso lavoro di trucco che invecchia i protagonisti poco alla volta, sotto gli occhi di chi guarda. Alle scoperte si sommano i sacrifici della vita coniugale, scossa da una malattia che li indebolisce, ma non li uccide del tutto. Le sorprese sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, più bravi di quanto pensassi. Lui, giovane attore che ho trovato spesso scialbo, a trentadue anni è così fortunato da imbattersi nel ruolo della vita: timido e impacciato all'inizio, fragile e muto alla fine, recita con il viso e con quella voce che viene meno, mentre il corpo si accartoccia come una foglia secca e la malattia avanza. Ogni cosa nella sua performance – dalla camminata storta alla grafia tremolante – è studiata fino a far scomparire qualsiasi traccia di finzione; esalta. Nel 2014 ho visto prove splendide, ma il magnifico Redmayne le mette quasi in ombra. La Jones, al suo fianco, non è da meno, anche se il suo è un ruolo semplice e dimesso. L'incantevole Felicity, con il viso pulito e un candore d'altri tempi, è una donna con una missione: custodire la sua famiglia. Sprigiona forza d'animo, coraggio, anche disperazione... ma la disperazione è tutta lì, in quegli occhi blu che brillano, perché non deve piangere. Non deve far capire a quel marito bambino che, a volte, è un peso sullo stomaco intollerabile. Trattenuta e intensa, dondola con Redmayne in perfetto equilibrio, sull'altalena delle loro miracolose vite. Ottimi anche i comprimari: in particolare Charlie Cox, che rende buono e empatico un personaggio che, mostrato per vie traverse, sarebbe apparso un infelice terzo incomodo in un matrimonio perfetto. Onesto e verisimile, La teoria del tutto addolcisce ma non cambia i fatti e, pur privo di occhi grandi e davvero significativi, dà l'impressione che Jane e Stephen, per tutto il tempo, guardino insieme quello che hanno costruito e quello che hanno di comune accordo infranto dal loro verdissimo giardino segreto. (7)

Un altro biopic che viene dal Regno Unito. Un'altra produzione british fino al midollo. Un'altra ottima performance, per rendere la complessità e le contraddizioni di un'esistenza. Turing come Hawking. Un genio. Ma The Imitation Game è la storia di un genio dalla vita solo apparentemente meno sofferta; un brillante matematico che non ebbe né il conforto di una moglie paziente, né la consolazione della gloria. Alan Turing nessuno se lo ricorda. Per cinquant'anni, il suo nome e la sua invenzione sono stati sotto silenzio. Arsi in un rogo scoppiettante, quando la Seconda Guerra Mondiale era finita, ma anche grazie a lui. Che era troppo gracile per la trincea, ma che salvò milioni di vite, sconfiggendo Hitler e il tempo in una stanza grande quanto un garage. In una gara avvincente e impossibile. Per lui, nessun onore. L'oblio, e poi la beffa. Il suo volto sui giornali per le sue preferenze sessuali, non per quello che, padre dei moderni computer, aveva intutito. The Imitation Game parla di una storia che non conoscevo e che pensavo non potesse interessarmi. I punti in comune con La teoria del tutto sono più di uno, ma convince più questo. Quella di Stephen e Jane è una storia d'amore, ma questa è una storia di passione. La passione bruciante verso i lati di noi che non riusciamo a smettere di amare, anche se ci fanno del male. Come quel cervello iperattivo e veloce, che eppure non ci insegna come stare in società; quel sentimento impossibile verso un tuo compagno di scuola, da bambini, che consacriamo dando alla nostra grande invenzione il nome del primo amore; quell'idea fissa che ci fa perdere il sonno e i chili, in cui nessuno crede davvero, ma in cui confidiamo con il vigore dei pazzi. E' discreto, ponderato, non particolarmente audace, proprio come il biopic di Marsh, ma con un quid dato da una struttura tripartita, neanche originalissima ma piacevole, e da personaggi a cui vuoi bene con poco. Personaggi, al plurale. Mentre l'altro non ha occhi che per i suoi romantici protagonisti, a The Imitation Game giova la sua dimensione collettiva. I comprimari, pignoli e accaniti smanettoni dei computer ante litteram, sono interessanti e delineati con eleganza. Matthew Goode, bello e sicuro, non si fa mai mettere in un angolo; Mark Strong e Charles Dance sono ottimi caratteristi; Keira Knightley – discreta, sì, ma immeritevole di una candidatura – è una donna decisa e forte, con gli attribuiti grandi così in un mondo a misura d'uomo. I discorsi, le rivalità e la complicità tra personaggi numerosi danno ritmo al film, regalano qualche risata, accompagnano meglio lo spettatore, ma forse mettono in ombra il lavoro di Benedict Cumberbatch. Un lavoro notevole; non il migliore. Quel personaggio sagace, testardo e fragile sembra scritto su misura per lui, ma Redmayne e Gyllenhall reggono i loro rispettivi film. Non si può dire lo stesso in questo caso, anche se pare che, doppiato, il protagonista perda molto del suo decantato (e per me incomprensibile) fascino. Mi ha intrattenuto, regalato qualche sorriso e più di qualche brivido e, mentre scendevano i titoli di coda, mi ha piegato in due per un finale che non conoscevo. Allora The Imitation Game spiega che la guerra è finita, che Hitler è morto, ma che altri due mostri temibili – ignoranza e omofobia – sono a piede libero. Ha inusuale leggerezza, un cast omogeneo, tre diversi protagonisti. Quello ragazzino, con un solo amico e orde di bulli intorno; quello giovane e vitale, che sa cos'è ma non sa cosa diventerà; quello adulto, con la speranza a terra, che aspetta una visita amica e le sue pillole. Si rivela, sul finale, tanto amaro: ma con un epilogo diverso mi sarebbe piaciuto? Non amo le guerre, detesto lo spionaggio. Ma penso che una storia ben raccontata sia sempre una gran cosa, e il film di Tyldum, la cui regia è però alquanto convenzionale, è scritto bene, senza parole superflue. Neanche due ore, per un intrattenimento non indimenticabile, ma solido. Il mio primo bel film dell'anno. (7,5)

Io leggo tutto. Anche i film che guardo. Deformazione professionale. Aspettavo il nuovo film di Clint Eastwood, pensando non fosse il solito film di guerra. Basato sulla biografia di Chris Kyle, uno dei cecchini più spietati e noti d'America, ci raccontava la storia dell'uomo, la missione del patriota, il mestiere dell'assassino. Invece, quando avrei voluto leggere le sue verità tra le righe, quando avrei voluto osservare la tragedia del conflitto così come l'avevano osservata i suoi stessi occhi, mi sono trovato davanti un libro chiuso, sigillato. Non si poteva leggere. Era già scritto, preconfezionato, e dovevi prendere o lasciare. Al solito. American Sniper promette un'umanità che manca. Non ho capito l'uomo, non mi sono chiesto se tutte quelle infinite vittime fossero giuste o sbagliate, non ho sentito la tremarella o il tentennamento. La mano di Eastwood non si concede tremori, così come il dito di Chris, che preme il grilletto e centra il bersaglio a colpo sicuro: che sia una donna o un bambino, che sia un soldato o un civile. Il protagonista, la prima volta, uccide un ragazzino, con la moglie che a casa porta in grembo un figlio suo, e io non ho percepito le sue incertezze, i suoi dubbi. Si chiedeva se era giusto farlo, e in un modo che non fosse così retorico? Si sentiva sporco, dopo? Con che cuore ritornava dalla sua famiglia? Il cinema fa della controversa figura del cecchino un eroe a tutto tondo, un cavaliere nero i cui lati oscuri sono prevedibili e noti; perdonabili. Sullo sfondo, dappertutto, che fa fuoco e miete vittime, c'è la guerra di una nazione, ma non la guerra di un uomo qualunque di cui non riesci a fare tua l'interiorità lacerata. Un personaggio potenzialmente immenso, invece, è trasformato in una figurina stilizzata, ricordata in un'agiografia americanissima che sente una sola campana, non ammette repliche, non solleva dubbi etici. E invece me lo sono chiesto, io. Qual era la differenza tra i bambini con i mitra e i figli di papà yankee che, nei civili Stati Uniti, sono educati al culto della caccia; qual era la linea di confine tra le sette vergini che spettano in premio ai kamikaze e la Bibbia che il protagonista si portava appresso; quant'era distante il violento e folle senso patrio estero rispetto al connaturato patriottismo americano. Eastwood, invece, scolasticamente, contrappone il cecchino iracheno a quello nato e cresciuto in Texas, con un punto di vista tanto collaudato quanto pigro. American Sniper è un film di guerra come tanti, quello è il guaio, e che il protagonista sia una persona vera poco importa. Non è una personale soggettiva, questa; è una strategia, tra le granate e le tempeste di sabbia, in cui ci sono l'amico occidentale e il nemico orientale che si sparano addosso, mentre qualcuno – e quel qualcuno non coincide, purtroppo, con Chris – te lo racconta con toni assai standard. Grandi assenti: la colonna sonora, non pervenuta; l'emozione. La sceneggiatura non tiene conto della spersonalizzazione del soldato, di un'omologazione premiata a furia di medaglie ma che lascia aridi dentro, del rapporto altalenanete con una moglie estranea le cui tensioni radicate nel profondo, dopo due ore, vengono liquidate con una battuta maliziosa, una pacca sul culo e una risata. Buoni i protagonisti, ma non eccelsi: convincenti, come da copione, ma basta. Dialoghi scarni e nulla per cui strapparsi i capelli. La Miller è discreta; Cooper, ingrassato e in parte, ci mette la fisicità ma non il resto. American Hustle gli avevi messo i bigodini in testa, eppure, lo aveva reso ridicolo ma magnetico. Manca una chiave di lettura, e se non è il buon Clint a darcela, allora chi? Il suo, resta un prodotto superficiale, nel senso stretto del termine. Indugia sulla soglia; non va mai oltre il confine. E non bastano le linee nemiche varcate. (5,5)